Wasteland 3.0. Eliot può insegnarci qualcosa sulla pandemia

Wasteland 3.0. Eliot può insegnarci qualcosa sulla pandemia

“Aprile è il mese più crudele” scriveva T.S. Eliot nella primavera del 1922. Con questa frase decideva di aprire una delle sue opere più importanti, ‘The Waste Land’, capolavoro della poesia modernista.  In questo modo introduce la sezione chiamata ‘La sepoltura dei morti’, pratica normalmente associata al mese di novembre, o comunque, non alla primavera, ma perché?

 

Siamo nella Londra dei primi anni ’20, il paese è ancora sconvolto dai recenti avvenimenti della Prima Guerra Mondiale ed Eliot, americano di nascita, non può fare a meno di notare le macerie intorno a sé. Il titolo tradotto in italiano, infatti, può essere fuorviante: quello a cui Eliot fa riferimento non è tanto una ‘terra desolata’ (come riporta l’edizione italiana dell’opera) quanto una terra di rovine, distrutta, piegata dai terribili avvenimenti della guerra e isolata dal tempo.

Partendo da questa concezione del tempo nella poesia modernista, uno dei concetti fondamentali è l’assenza di una linea temporale, o meglio una raffigurazione di tempo circolare piuttosto che lineare. Tutto lo scibile umano ricavato dall’esperienza può essere applicato ad un qualsiasi periodo e, proprio per questo, possiamo prendere in esempio gli avvenimenti del secolo scorso ed applicarli ad un mondo completamente diverso, come quello di oggi, senza che perdano di valore. Oggi, infatti, quasi cento anni dopo, la nostra società si trova a rivivere gli stessi drammi che Eliot evidenzia in questo poemetto, nella prima emergenza globale di questo secolo. Forse, anche se con le dovute differenze, in questa nostra nuova “Grande Guerra” possiamo imparare qualcosa da un passato che sembra sempre più attuale.

Nel mese di aprile, insieme alle ultime giornate di lockdown completo, prima dell’ingresso nella fase due, ci siamo accorti di come il mondo andasse avanti tranquillamente anche senza di noi. Anche questa primavera, come quella descritta quasi un secolo fa, “genera lillà dalla terra morta, mescola memoria e desiderio”. Quello che l’autore intende dire, che certamente ci troverà tutti d’accordo, è che questa stagione non è riuscita a portare con sé l’idea di rinascita che idealmente dovrebbe. Gli alberi sono in fiore, le giornate più calde, ma la percezione umana è quella di un autunno perenne, con i nostri caduti in battaglia da seppellire e le nostre paure che si allungano come ombre davanti a noi, mentre il sole che le genera ci tramonta lentamente alle spalle. Siamo circondati dalle macerie della nostra quotidianità distrutta, ci sentiamo soli.

Il secondo punto d’analisi è una domanda: se ci sentiamo tutti soli, lo siamo davvero?  Certo, l’ossimoro della “solitudine universale” è ben più attuabile di quel che si creda e cambia a seconda dell’epoca. Nulla di più accurato in un momento storico in cui ognuno di noi è solo, confinato all’interno della propria casa. Situazione diametralmente opposta ed in certo senso speculare a quella descritta nell’opera: la gente poteva, in alcuni casi era costretta, ad assembramenti di ogni genere e quelli che oggi chiamiamo ‘congiunti’ facevano tutto il possibile per aiutarsi ed aiutare chi aveva perso padri, mariti o figli. Noi invece, abbiamo cercato mille ed uno dei modi per tenerci in contatto, ci siamo affidati al telefono, ai messaggi ed alle videochat, ma non sempre sono bastati. Più di tutto quello che ci accomuna, tra di noi e con i nostri compagni di sventure di cent’anni fa, è il lutto, la sensazione di impotenza e l’attesa di una primavera di rinascita della società che tarda ad arrivare.

Ad oggi non sappiamo ancora bene quali saranno le conseguenze a lungo termine degli avvenimenti degli ultimi mesi, molti sperano che l’uscita dalla pandemia ci veda diversi, forse migliori. I versi che meglio descrivono questa speranza all’interno dell’opera sono piuttosto macabri, ma significativi: “Quel cadavere che l’anno scorso piantasti nel giardino,/ ha cominciato a germogliare?/Fiorirà quest’anno?” Riusciremo ad imparare qualcosa da quello che abbiamo vissuto? Gli insegnamenti possibili toccano ogni categoria, dal rispetto dell’ambiente, che abbiamo visto respirare a pieni polmoni non appena l’intervento umano è stato ridotto, a temi non altrettanto ‘popolari’ come la sicurezza sul lavoro, la mancanza di un sistema di welfare e di un coordinamento coerente al livello nazionale ed internazionale.

Ciò che sappiamo con certezza è che il cambiamento non è mai facile e rischiamo che, ad emergenza rientrata, quello che Eliot chiama “il cane, amico dell’uomo” e che oggi potrebbe essere rappresentato dall’interesse economico mondiale, dissotterri questo cadavere, per non infliggerci il dolore necessario della guarigione, privandoci così della possibilità di veder sbocciare una fioritura nuova e, solo impegnando la nostra azione in tal senso, migliore.

 

Di Irene Pontecorvo

 

Fonti e Ulteriori letture:

  • The Waste Land, T. S. Eliot, 1922.