Taglio dei parlamentari: perché sì, perché no? Riflessioni in attesa del referendum

Taglio dei parlamentari: perché sì, perché no? Riflessioni in attesa del referendum

Come approcciarsi al voto referendario sulla riduzione del numero dei Parlamentari? Alcune considerazioni tirando le somme alle ragioni del sì e del no a confronto.

 

In questi giorni il dibattito politico-istituzionale e, in parte, dottrinale si è concentrato sull’esame del decreto relativo alle consultazioni elettorali in programma quest’anno. In particolare, il Governo ha individuato nelle date del 20 e 21 settembre il momento più opportuno per un election day che accorpa amministrative (mille i comuni al voto per sei milioni di abitanti), regionali (si voterà in Veneto, Liguria, Marche, Toscana, Campania e Puglia) e referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari.

Rinviando ad altre sedi gli approfondimenti sulla possibilità e sulla opportunità di accorpare consultazioni referendarie con le elezioni per le assemblee elettive, per sindaci e presidenti di regione, ci limitiamo qui a riprendere una valutazione della Corte costituzionale per cui – a meno che non sussistano oggettive situazioni di carattere eccezionale idonee a determinare un’effettiva menomazione dell’esercizio del diritto di voto referendario – l’accorpamento di referendum ad elezioni amministrative di per sé non agevola né ostacola lo svolgimento delle operazioni di voto referendario.

Infatti, l’oggetto principale del presente contributo verte sul merito della riforma costituzionale, guardando le principali ragioni del “Sì” e quelle del “No” per poi dedicare le ultime righe ad alcune considerazioni conclusive. La legge costituzionale approvata dal Parlamento e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 12 ottobre scorso, modifica gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione prevedendo la riduzione del numero dei parlamentari: così i componenti della Camera dei Deputati passerebbero da 630 a 400, mentre i senatori elettivi da 315 a 200.

La riforma interviene sul numero minimo di senatori per ciascuna Regione che da 7 passerebbe a 3, comprese le due province autonome, mentre resta immutata la rappresentanza senatoriale del Molise (due senatori) e della Valle d’Aosta (un senatore). Inoltre, viene fissato a cinque il numero massimo di senatori a vita di nomina presidenziale, esplicitando una prassi che ha registrato delle eccezioni solo con i Presidenti Pertini e Cossiga. Infine, l’art. 4 della legge costituzionale dispone l’applicabilità di tali previsioni normative a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla sua entrata in vigore e comunque non prima che siano decorsi 60 giorni dalla predetta data di entrata in vigore. Ovviamente a tal fine si attenderà l’esito del referendum, chiesto ed ottenuto ai sensi dell’art. 138 della Carta costituzionale.

Veniamo adesso ad esaminare brevemente le ragioni a sostegno della riforma e quelle contrarie.

Perché sì. Anzitutto, riprendiamo i propositi della riforma, così come vengono prospettati nei tre distinti disegni di legge presentati al Senato, poi unificati, su cui si è elaborata la legge costituzionale in parola. Nelle rispettive relazioni, infatti, viene chiaramente indicato che «un tale intervento potrebbe contribuire a rendere il nostro bicameralismo meno rissoso e conflittuale e il procedimento legislativo più agile e spedito, nonché consentire di ridurre opportunamente i costi della politica senza forzare le disposizioni costituzionali e la certezza del diritto» (S. 214, sen. Quagliariello); che si trattava di un obiettivo del programma del primo governo Conte «nell’ottica della razionalizzazione della spesa pubblica e al fine di semplificare l’iter parlamentare di approvazione delle leggi» (S. 515, sen. Calderoli e Perilli); e che intende «da un lato, favorire un miglioramento del processo decisionale delle Camere per renderle più capaci di rispondere alle esigenze dei cittadini e, dall’altro, ottenere concreti risultati in termini di spesa (dunque ridurre i costi della politica)» (S. 805, sen. Patuanelli e Romeo).

A differenza dei tentativi di riforma costituzionale del 2006 e del 2016, falliti alla prova referendaria, in questo caso si tratta di una riforma puntuale, circoscritta a pochi articoli della Costituzione. Ovviamente già si porta dietro ulteriori interventi, altrettanto puntuali (come quello sui delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica), che rientrano in una logica di contesto. Tuttavia, è bene ricordare che a settembre noi cittadini saremo chiamati ad esprimerci sull’oggetto di questa riforma che riguarda unicamente il numero dei parlamentari.

Un primo dato di fatto, come rileva puntualmente Carlo Fusaro, è che “assemblee rappresentative meno numerose possono, se vogliono, funzionare con più efficienza”. La riduzione del numero di parlamentari, infatti, favorirebbe il confronto e spingerebbe gli eletti ad una maggiore responsabilizzazione. Anche perché andrebbe respinta l’equazione secondo cui “in nome della rappresentatività tutti i partiti devono entrare in Parlamento, tutti devono poter formare gruppo e che tutti i gruppi devono essere in tutte le Commissioni e le Commissioni devono essere tante!”.

Un secondo elemento riguarda il vantaggio del (limitato) risparmio di spesa: certamente è stato un argomento forse un po’ troppo abusato nel racconto a scopo elettorale della riforma. Ovviamente tale risparmio non avrà una incidenza rilevante rispetto alla spesa pubblica complessiva del nostro Paese che ammonta a più di 1.000 miliardi di euro (per quanto riguarda il Parlamento, i due progetti di bilancio per l’anno finanziario 2019 prevedono un costo complessivo di oltre 959 milioni di euro per la Camera dei deputati e di 544 milioni di euro per il Senato della Repubblica). Tuttavia, non si può derubricare a mera propaganda elettorale un risparmio che si andrebbe a realizzare e che comunque non sarebbe del tutto irrilevante. Per il ministro Luigi Di Maio quantificato in circa 500 milioni di euro a legislatura, mentre secondo altre previsioni in 285 milioni di euro a legislatura tra Camera e Senato.

Un terzo aspetto, infine, riguarda gli effetti della riforma sul sistema dei partiti: tutti concordano che verrebbero rafforzate le segreterie centrali dei partiti. Così la riduzione del numero dei parlamentari, se da un lato aumenterà il peso specifico degli eletti sia nel rapporto maggioranza-opposizione, soprattutto al Senato, che in rapporto al Governo, dall’altro potrebbe finire per imporre una (si spera) migliore selezione del personale politico parlamentare.

Perché no. L’argomento principe di coloro che sostengono il “No” al prossimo referendum costituzionale è quello secondo cui questa riforma, proprio perché puntuale ed esplicando comunque degli effetti nel contesto politico-istituzionale, danneggerebbe la democrazia rappresentativa per il sol fatto che se ne riducono gli spazi ad essa deputati (in Parlamento!). In particolare, al Senato la riduzione dei seggi rispetto alla popolazione sarà più rilevante in alcune regioni (Friuli-Venezia Giulia -42,9%; Umbria -57,1%; Abruzzo -42,9%; Basilicata -57,1%; Calabria -40%) rispetto alla media (circa -34%). In Trentino-Alto Adige sarà meno considerevole (-14,3%) osservata la sommatoria dei seggi spettanti a ciascuna delle due Province autonome, mentre in altre non ci sarà alcuna variazione (Valle d’Aosta e Molise).

Altro aspetto critico che si rileva riguarda i seggi spettanti alla circoscrizione Estero, la cui inevitabile riduzione aumenta ulteriormente il rapporto eletti-elettori (già enorme con la l. cost. n. 1/2000: sin dalle elezioni del 2006 un deputato rappresentava 76mila elettori e all’estero 225mila; parimenti un senatore in Italia rappresentava 136mila elettori e all’estero 405mila), gettando così ulteriori dubbi sulla effettiva rappresentatività degli eletti in tale circoscrizione (e la cui soppressione forse sarebbe stata preferibile!).

Le altre criticità sollevate dai detrattori della riforma vanno a focalizzare l’attenzione sugli effetti politico-istituzionali della stessa. In particolare, vi sarebbe un “notevole aggravio di lavoro” per i 600 parlamentari, che sarebbero quindi soggetti ad una più rigida disciplina di partito. Inoltre, l’aumento dell’ampiezza dei collegi determinerebbe un legame meno stretto agli stessi da parte dei candidati ed un aumento dei costi delle campagne elettorali. Infine, la nuova forza delle segreterie nazionali dei partiti potrebbe andare a svantaggio delle rispettive rappresentanze territoriali e si rischierebbe di diminuire gli spazi per i parlamentari “esperti”. Tradotto: più bravi e meno avvezzi ai salotti televisivi, poiché meno direttamente occupati alla spasmodica ricerca del consenso, nella persistenza delle dinamiche dei c.d. “seggi sicuri”.

Tirando le somme. Si ometteranno tutti quegli esercizi retorici volti a prospettare effetti catastrofici ed apocalittici di una riforma che sostanzialmente si limita ad intervenire al ribasso sul numero dei parlamentari. Come è naturale, infatti, qualunque intervento volto a modificare il numero dei componenti delle Assemblee elettive – sia esso incluso in una riforma puntuale od organica – necessita di tutta una serie di adeguamenti perché le stesse possano funzionare. La questione principale è che incidere, in aumento o in diminuzione, sulle dimensioni dei Parlamenti comporta in ogni caso un adeguamento delle leggi elettorali e dei regolamenti interni: quorum, grandezza gruppi parlamentari, numero di commissioni, etc.

È matematico che la riduzione del numero dei parlamentari comporterà un aumento del rapporto eletto-elettore, che a Montecitorio passerebbe da 96 mila a 151 mila elettori per deputato, mentre a Palazzo Madama da poco meno di 200 mila a circa 300 mila elettori per senatore. Poi, considerando lo sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione rispetto al lontano 1948 e l’aumento delle sedi della rappresentanza politica, non sembra essere un rapporto così irragionevole. Anche perché non esiste un “numero perfetto” che garantisce al contempo rappresentatività e funzionalità in ogni tempo e luogo. Tra l’altro, a seguito delle riforme avviate nel 2011 sulla riduzione del numero dei componenti dei Consigli e delle Giunte regionali, oggi ci troviamo di fronte al paradosso che un parlamentare (uno ogni 63mila abitanti) è più rappresentativo di un consigliere regionale (uno ogni 70mila abitanti circa).

Senza dubbio, l’effetto più diretto ed interessante sarà quello sui partiti e sul loro comportamento in termini di selezione – si spera migliore – delle candidature: collegi più ampi potrebbero significare anche una maggiore difficoltà nel proporre e nel far eleggere candidati impresentabili.

Per raggiungere gli obiettivi di efficienza e di risparmio e quello (non dichiarato) dei partiti di superare una volta per tutte la crisi di rappresentanza che stanno vivendo da trent’anni a questa parte, si poteva intervenire diversamente? Forse. Fatto sta che dopo ripetuti tentativi volti alla riduzione dimensionale del Parlamento, a partire dalla Commissione Bozzi fino al referendum del 2016, adesso siamo di fronte ad una riforma puntuale, voluta e votata in Parlamento da una maggioranza trasversale ed apprezzata dall’86% degli elettori delle principali forze politiche.

L’importante è, dunque, che tanto il “sì” quanto il “no” si impegnino verso il superamento della crisi della rappresentanza politica. Probabilmente il “sì” potrebbe rappresentare un monito al Legislatore, affinché una volta per tutte si impegni nella direzione di una regolamentazione puntuale dei partiti politici quale snodo cruciale dell’effettività della rappresentanza democratica, oltre che di una legge elettorale che consenta una competizione onesta tra gli stessi, laddove il “no” lascerebbe semplicemente le cose come stanno. Anche perché non sbaglia chi ritiene che “favorendo la partecipazione di tutti gli elettori alla vita di un partito politico si restituirebbe loro molto più di quanto perderebbero, dal punto di vista dell’incidenza del voto nella determinazione dei rappresentanti, con la revisione costituzionale” sulla quale a settembre saremo chiamati ad esprimerci.

di Giuseppe Grieco

 

Fonti e ulteriori letture:

  • Per quanto riguarda le questioni legate all’election day si veda il dossier di documentazione per l’esame parlamentare consultabile sul sito della Camera dei deputati; per un quadro d’insieme  (seppure da un punto di vista critico) delle analisi sulle opportunità politiche e partitiche si rinvia a E. M. Colombo, La voglia matta di votare. Il governo lancia l’election day ma suscita un vespaio di polemiche, in ettorecolombo.com, 28 maggio 2020. La conferma delle date del 20 e 21 settembre è giunta il 19 giugno con la definitiva approvazione della legge di conversione del d.l. elezioni.
  • Sulle posizioni in merito al referendum, si veda, ex multis, E. Rossi (a cura di), Meno parlamentari, più democrazia?, Pisa University Press, 2020. Si veda anche C. Fusaro, Riduzione dei parlamentari? Riforma marginale, ma il “sì” apre a nuove riforme, in libertaeguale.it, 24 febbraio 2020, oltre all’intervista al costituzionalista Enzo Cheli pubblicata su ilsussidiario.net, 30 gennaio 2020.  

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