Superleague, “we want our cold nights in Stoke”

Superleague, “we want our cold nights in Stoke”

Una riflessione sulla Superlega, il nuovo torneo proposto dalle big europee che avrebbe cambiato il mondo del calcio.

Lunedì 19 Aprile 2021 sarà una data che rimarrà scolpita nel cuore di tanti appassionati di calcio: alle ore 00:30, attraverso un comunicato stampa apparso sul sito della nuova Superleague, viene annunciata la creazione del torneo per club più prestigioso della storia del calcio.

In realtà qualche avvisaglia in merito a questa “scissione” calcistica era già nell’aria dalle ultime ore della domenica pomeriggio precedente: le più grandi istituzioni del mondo del calcio (Uefa, ECA e federazioni nazionali) avevano già preso posizione in maniera netta attraverso un comunicato stampa schierandosi contro il cinico progetto dei dodici club europei che volevano dar vita alla Superlega.

Una notizia che ha scosso l’opinione pubblica europea e non solo: per una manciata di giorni la pandemia e tutte le notizie relative a contagi e vaccini non hanno più occupato le prime pagine dei giornali. 

Si può essere più o meno favorevoli all’idea della nascita di un torneo come la Superlega o di un torneo simile ma diverso in alcune regole fondamentali, però è sicuramente innegabile che il progetto così come è stato pensato e presentato alla stampa e al grande pubblico si sia rivelato debole. La realtà dei fatti parla chiaro: nel giro di 48 ore, sei dei dodici club fondatori si sono ritirati dalla nuova competizione, facendo crollare l’idea di dare avvio nel giro di pochi mesi al torneo.

Per comprendere quali siano stati i principali punti che abbiano determinato il repentino fallimento del progetto, è necessario partire da una rapida descrizione dell’articolazione della competizione. 

Un torneo calcistico privato, composto da 20 club di cui 15 partecipanti di diritto e altre 5 squadre invitate di stagione in stagione sulla base di un meccanismo determinato dagli stessi club fondatori del torneo. La classifica emersa da due gironi di 10 squadre ciascuno avrebbe determinato la fase finale del torneo, dalla quale sarebbe emersa la vincitrice della Superleague

Al momento dell’annuncio i club fondatori risultavano essere 12: nell’elenco che ormai tutti conoscono e che comprendeva anche tre grandi club italiani come Juventus, Milan e Inter, non figuravano i grandi club tedeschi (Borussia Dortmund e Bayern Monaco) e il Paris Saint Germain

Un primo campanello di allarme per il nuovo progetto: a prescindere dal fine che aveva guidato la scelta di questi grandi club, l’assenza di squadre francesi e tedesche tra i fondatori determinava un fattore di debolezza rappresentativa.

Il primo elemento che bisogna prendere in considerazione per analizzare il naufragio del progetto della Superlega è sicuramente di natura etico-sportiva: il fronte degli oppositori era concorde sulla strenua difesa del meccanismo promozioni-retrocessioni su cui si basa l’attuale funzionamento dei tornei di calcio europei a tutti i livelli. Si tratta di un principio sportivo sovrano e intoccabile che garantisce ancora un senso meritocratico al calcio giocato, al netto delle dinamiche di business che ormai influenzano totalmente il mondo del pallone. 

La qualificazione ai tornei più prestigiosi dev’essere guadagnata sul campo a prescindere dal prestigio, dal bacino di interesse e dal circolo di denaro generato dal club. È sicuramente innegabile che ormai negli ultimi trent’anni le prime posizioni dei più grandi campionati europei siano ormai quasi “cristallizzate” e vedano sempre le stesse squadre combattere per la vittoria finale, ma è pur vero che esistono ed esisteranno sempre delle eccezioni per le quali è giusto garantire la possibilità di giocare i tornei più importanti con le squadre più blasonate. 

Un altro importante elemento da prendere in considerazione era sicuramente l’importante cambio culturale che la creazione di un torneo come la Superlega avrebbe generato. 

La UEFA conta 55 federazioni nazionali affiliate: sulla base dei criteri di ranking, le migliori squadre dei migliori campionati nazionali europei possono partecipare ai tornei europei. Questo criterio di rappresentatività su cui si basa il calcio europeo garantisce che anche squadre di federazioni “minori”, o con un ranking inferiore rispetto alle prime sei, possano partecipare e confrontarsi con i più grandi club. 

Il meccanismo ad invito dei club non-fondatori avrebbe sicuramente chiuso la porta di accesso alla Superleague a molti di questi club: negli ultimi anni molte di queste squadre “minori” hanno dimostrato di poter competere con i club più blasonati, generando spesso quell’effetto sorpresa che è un po’ il “pepe” delle competizioni calcistiche.

Infine, sembra che i club fondatori della Superlega non abbiano preso in considerazione nei loro calcoli un aspetto fondamentale nell’ideazione del progetto: il fenomeno del tifo calcisticoIl tifo calcistico  in Europa (e Sudamerica) è un fenomeno sociologico di appartenenza e territorialità, di legame con la propria città o tradizione familiare. 

Ovviamente questo tipo di ragionamento non vale per l’intera fanbase di uno specifico club; anzi, le statistiche smentiscono quanto precedentemente affermato (almeno per i grandi club). Secondo lo studio “Fan of the Future”, commissionato dalla stessa ECA a MTM Sport, ci sono diverse categorie di tifosi che seguono il calcio sulla base di diversi stimoli. 

I numeri per i club europei più blasonati parlano chiaro: solo il 30% della loro fanbase viene definita “football fanatics” o “fedele al proprio club”. La restante parte dei tifosi si divide fra coloro interessati a seguire il loro idolo (“icon imitators”) e coloro che si possono definire tifosi “spettatori”, che seguono solo il calcio ad altissimi livelli (“top level football”) e preferiscono gli highlights di una partita all’intero match

Questi dati sembrano aver guidato il progetto Superlega. Purtroppo, però, sembra non sia stata presa in considerazione tutta la restante parte del tifo, quella dei “football fanatics” di tutti gli altri club d’Europa e dei “football fanatics” dei top club europei. 

Proprio da quest’ultimi si sono alzate le più forti voci di protesta nei giorni successivi all’annuncio della nascita della Superlega, seguite dalle forti pressioni e minacce di sanzioni delle istituzioni europee e mondiali del calcio, dalle prese di posizioni tra gli stessi professionisti che lavorano nel e intorno al mondo del calcio (calciatori, allenatori, opinionisti e giornalisti), fino alle più alte pressioni provenienti dalle sfere politiche nazionali ed europee.

Tuttavia, una semplice frase racchiude quello che molti tifosi hanno pensato nel momento in cui il progetto Superlega sembrava realtà e pronto a partire: “We want our cold nights in Stoke”.

Un breve inciso apparso su un cartellone fuori da Stamford Bridge tra i tifosi del Chelsea mentre protestavano contro la loro stessa società per l’adesione alla Superleague.

Una visione puramente romantica in ore concitate nelle quali molti tifosi si sentivano come “derubati”: da un lato i tifosi dei club minori che non vedevano più la possibilità per il proprio club di competere ai livelli più alti; dall’altro i “football fanatics” dei grandi club, che non avrebbero più potuto godersi l’emozione di una vittoria sofferta all’ultimo minuto sotto la pioggia di Stoke, Brighton, Birmingham, Parma, Brescia, Bilbao: tanto, comunque, la Superleague sarebbe stata una certezza.

di Federico Stassi

 

Fonti:

  • “No, la Superlega non avrebbe salvato il calcio”, Daniele Manusia, Aprile 2021, www.ultimouomo.com
  • “Superlega europea di calcio: cos’è e come funziona”, Sky Sport, Aprile 2021

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