Stati Uniti: il peso del razzismo sulle prossime presidenziali

Stati Uniti: il peso del razzismo sulle prossime presidenziali

Negli ultimi mesi, soprattutto in seguito all’omicidio di George Floyd ad opera della polizia americana, il mondo intero ha ricominciato a parlare di uno dei temi più controversi degli ultimi secoli: il razzismo.

La discriminazione razziale torna a far parlare di sé ogni volta che un episodio supera il limite posto da ciò a cui siamo già rassegnati, fa scalpore per un po’ e ricade inevitabilmente nel dimenticatoio, ogni volta. Sembra essere diverso quello che è successo lo scorso luglio, momento dal quale l’attenzione alle tematiche sociali, ed in particolare al movimento Black Lives Matter, pare non essere stata più abbandonata.  Le città americane sono ancora in rivolta e l’eco delle azioni e delle manifestazioni organizzate non si è fermato lì, ha raggiunto ogni angolo del mondo, inclusa l’Italia.

Delle manifestazioni a supporto del movimento BLM sono state organizzate nelle principali città italiane e, come era facile aspettarsi, non sono mancate anche le critiche. Quello che, però, potrebbe essere sfuggito a molti è che il razzismo di per sé non è un fenomeno standardizzato che si riproduce con le stesse modalità in ogni nazione, e nello specifico quello italiano e quello americano non potrebbero essere più diversi.

Gli Stati Uniti hanno una storia di razzismo più lunga e complessa della maggior parte degli  Stati europei, che inizia con lo schiavismo nel XVI secolo e, purtroppo, non riesce ancora a concludersi nel 2020. Al contrario, l’Italia diventa una destinazione per i movimenti migratori, riscoprendo quindi le differenze etniche, soltanto a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. Da non sottovalutare è anche la differenza di modalità, ovviamente, poiché, per quanto non si possa pretendere che chi arriva sia disposto a stravolgere del tutto il proprio stile di vita per omologarsi al paese d’accoglienza (cambiare religione, abitudini alimentari, riuscire in breve tempo ad imparare la lingua), è sicuramente lecito pensare che almeno loro sapessero a cosa andavano incontro e che siano a tutti gli effetti coscienti del loro status di minoranza.

Quello che succede negli Stati Uniti, invece, è la rappresentazione di un’etnia socialmente privilegiata che si impone su un’altra, senza alcun diritto di sentirsi “più padroni” del territorio. Agli Afroamericani viene chiesto troppo spesso di omologarsi ad una cultura che sappiamo essere più potente della loro, ma importata dall’Europa nello stesso periodo storico, e che per questo fa cadere le scuse di patriottismo dietro le quali si nascondono atteggiamenti razzisti in molti paesi, come nel nostro. Essendo quindi l’immigrazione di persone di colore un fenomeno molto recente, sicuramente gli italiani peccano di ignoranza, nel senso etimologico del termine, quando si parla di fenomeni che il Nuovo Continente considera discriminatori. Non per questo giustificabili, certo, ma almeno in parte comprensibili quando a commetterli sono persone disposte ad ammettere i loro errori e trarne insegnamento.

Una delle battaglie più importanti che il movimento BLM sta portando avanti, infatti, è quella contro il cosiddetto “razzismo sistemico”, ovvero l’insieme di tutte quelle pratiche regolamentate che per il modo in cui sono concepite non concedono alle minoranze etniche le stesse opportunità che concedono ai bianchi; come ad esempio la segregazione di determinate minoranze in quartieri particolarmente degradati, che in quanto tali mancano di servizi fondamentali oppure costringono gli abitanti ad accontentarsi di servizi di un livello molto più basso.

A poche settimane dalle elezioni presidenziali, cerchiamo di capire quali sono i progetti dei due candidati e quali sono le opinioni della comunità sul loro operato.

Il Presidente uscente, Donald Trump, è noto per le sue posizioni controverse, per l’appoggio (o quantomeno la mancata condanna) ad un gruppo di suprematisti bianchi neonazisti, i Proud Boys, ma ciò nonostante dichiara di essere “il presidente che ha fatto di più per le comunità nere americane dopo Abramo Lincoln”
Joe Biden, invece, è conosciuto principalmente come ex vicepresidente durante i due mandati Obama, motivo per il quale gode di una certa popolarità tra le minoranze etniche. Questo però, insieme ad alcuni errori di valutazione in un suo discorso, non ha impedito che lo si accusasse di razzismo: durante un’intervista radio per il programma Breakfast Club, Biden ha detto che “se sei indeciso su chi votare, non sei nero”  accusando quindi Trump di non avere a cuore le problematiche di questi gruppi. La frase si è rivelata un’arma a doppio taglio ed è stata utilizzata per denigrare le persone di colore che avevano già votato per il candidato Repubblicano alle ultime elezioni. Ma forse in questa dichiarazione c’è un fondo di verità.

Partiamo da un dato: negli Stati Uniti solo il 63% delle persone di colore è registrato per il voto, con un picco massimo del 77% (District of Columbia) ed un minimo del 50,7% (Kansas). Di questi, alle scorse elezioni solamente il 6% ha votato per Trump, contro un 93% che sosteneva Hilary Clinton. Da quel momento la tensione sociale è continuata a crescere e la reputazione del Presidente non è di certo migliorata, soprattutto per via delle disastrose conseguenze che il Covid-19 ha avuto sulle fasce più deboli della società. Quindi, considerati i dati record per le registrazioni al voto di quest’anno, coinvolgere i “first time voters” potrebbe spostare l’ago della bilancia definitivamente a favore dei Democratici?

di Irene Pontecorvo

 

Fonti e ulteriori letture:

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