Resignation: discorsi di un regno disunito

Resignation: discorsi di un regno disunito

I volti della Brexit che dividono l’opinione pubblica oltremanica

Cercare di intuire le ragioni che hanno spinto la maggioranza dell’elettorato britannico a votare a favore del Leave nel giugno 2016 è esercizio arduo soprattutto per chi, come me, è figlio degli anni in cui l’integrazione europea è diventata “sempre più stretta”, è cresciuto con il grande allargamento ai Paesi dell’est e, pur interrogandosi sui limiti di una costruzione in fieri, ammira il modello di integrazione regionale più evoluto al mondo.

È innegabile, tuttavia, che il risultato del voto non rappresenti una presa di posizione omogenea nei confronti della «rocky relationship» (BBC, 2014), come confermano i discorsi di un regno disunito pronunciati in occasione delle dimissioni dei premier David Cameron e Theresa May e dell’insediamento di Boris Johnson. Nonostante le divergenze relative al nodo della Brexit, l’elemento in comune che li contraddistingue è l’atteggiamento di resignation, ovvero l’accettazione di una situazione difficile o spiacevole che non può essere modificata quale è la frattura dell’opinione pubblica britannica lungo le linee di faglia del divorzio tra Regno Unito ed Unione Europea (UE). La rassegnazione è propria dei volti della Brexit, tanto dei leader dell’esecutivo quanto degli elettori, i primi intesi come frammenti di specchi degli interessi profusi dai secondi. 

Secondo il fondatore e CEO di Geopolitical Futures George Friedman (2019), difatti, un vero leader è in grado di interpretare le aspirazioni e le necessità di una nazione nell’orientare le sue azioni. Ciò implica che dalle gesta e dalle parole dei leader si possano intuire i bisogni dei cittadini da loro rappresentati. Così Cameron ha difeso l’idea di una Gran Bretagna «stronger, safer and better off inside the European Union» rappresentando l’elettorato filo-europeista, mentre May ha tentato di portare a compimento la volontà popolare a suon di «Brexit means Brexit» ma battendosi per cambiare solo formalmente lo status della membership britannica dell’UE, barcamenandosi tra il mantenimento dei benefici economico-commerciali e la garanzia dell’unità del Regno ricorrendo al collante del backstop, ed ergendosi a voce dei Brexiteers che propugnano un’uscita negoziata. Il riflesso del volto euroscettico dell’elettorato britannico, infine, è quello dell’attuale primo ministro Boris Johnson che, mediante una retorica churchilliana, ha rievocato in molteplici occasioni il passato imperiale della Global Britain, passato che ha avallato nel corso dei secoli il diffuso utilizzo della sineddoche con cui il Regno Unito è stato identificato con la Gran Bretagna o direttamente con l’Inghilterra.

L’eco mediatica dei discorsi di Cameron, May e Johnson avvalora la tesi secondo cui ad aver espresso la decisione di portata storica il 23 giugno 2016 è stato un elettorato diviso, che continua ad essere tale nonostante la firma del Withdrawal Agreement nell’ottobre 2019. Risultano emblematiche ed allo stesso tempo profetiche le parole dell’Independent in occasione della vittoria del Leave, che condannano il tentativo di David Cameron di unire il paese mediante lo strumento referendario, illudendosi di mettere a tacere l’ala più euroscettica del Partito Conservatore: «David Cameron wanted to unite us – he had just shown how divided we really are». 

Il passaggio del testimone al secondo Primo Ministro donna del paese ha ulteriormente illuso i cittadini inglesi che le fratture interne al Partito Conservatore ed alle istituzioni sarebbero state sanate. «Maybot», come il Guardian ha battezzato il Primo Ministro che ha fatto degli slogan come «No deal is better than a bad deal» il fulcro della sua captatio benevolentiae fatta di ripetizioni automatizzate, si è arresa dinanzi all’inabilità del Parlamento di raggiungere un compromesso. Le lacrime che hanno piegato la sua voce a conclusione del discorso di dimissioni, che le hanno fatto guadagnare il nomignolo di «Tearesa» da parte del tabloid The Sun, sono state l’argomento principale tanto dei periodici che l’hanno accusata di essersi auto-umiliata tanto di quelli che hanno difeso gli strenui tentativi della May di raggiungere un accordo. 

La retorica churchilliana del suo successore, infine, ha entusiasmato i tabloid conservatori e spaventato testate autorevoli come l’Independent, che ha dedicato la prima pagina dell’edizione digitale ad una rappresentazione di Boris Johnson nelle vesti del suo eroe mentre fuma uno dei suoi sigari ed il paese brucia alle sue spalle, profetizzando l’avvento della «Brexit’s darkest hour» ed esprimendo così ogni dubbio che l’epilogo del divorzio tra Regno Unito e UE fosse ricordato come la «finest hour» auspicata da Churchill. Assumendosi le responsabilità di una eventuale hard Brexit a suon di «never mind the backstop – the buck stops here», Johnson ha dovuto ben presto sottomettersi all’autorità del presidente del Consiglio Europeo uscente Donald Tusk inviandogli una lettera così parodiata dal Guardian: «DEEr DoNAld, I aM rRITing vis leTTa coz I HavE bin made 2, wiv NO luv. BoRIs», con la quale chiedeva di ignorare il contenuto delle precedenti relative al rinvio della Brexit al 31 gennaio 2020, alla luce dell’emendamento Letwin e del Benn Act.

London, England – June 25, 2016: British newspaper front pages reporting Prime Minister David Cameron resigning after the EU Referendum.

Nel tentativo di impersonare e difendere le istanze delle diverse anime dell’opinione pubblica inglese, le istituzioni del Regno Unito hanno avuto notevoli difficoltà a raggiungere il compromesso siglato con il Withdrawal Agreement dell’ottobre del 2019; la rassegnazione dei Primi Ministri è solo la punta dell’iceberg dell’instabilità governativa, parlamentare e nazionale destinata a perdurare fintanto che non si ricomporranno le fratture interne al Paese

 

di Carmen Tolla*

*26 anni, di Potenza, laureata in Scienze delle Relazioni Internazionali, data analytics specialist.

 

Fonti ed ulteriori letture:

  • Per quanto riguarda l’espressione di Johnson “never mind the backstop – the buck stops here” (Non importa il backstop – la responsabilità ora è mia), si rinvia al Cambridge Dictionary per il significato di the buck stops here in inglese.
  • Crace, John (10 July 2017). The making of the Maybot: a year of mindless slogans, Uturns and denials. The Guardian, retrieved from https://www.theguardian.com/politics/2017/jul/10/making-maybot-theresa-may-rise-and-fall
  • Crace, John (19 October 2019). Boris Johnson’s Super Saturday bubble bursts. The Guardian, retrieved from https://www.theguardian.com/politics/2019/oct/19/boris-johnsons-super-saturday-bubble-bursts
  • Friedman, George (2019). Perché i capi non contano nulla, in Limes, «Il fattore umano», n° 8/2019, pp. 47-52
  • Kumar, Krishan (2019). Lo strano caso dell’imperialismo britannico e del nazionalismo inglese, in Limes, rivista italiana di geopolitica, n° 5/2019, pp. 47-53
  • Prime Minister’s Office, 10 Downing Street and The Rt Hon David Cameron (2016). EU referendum outcome: PM statement, 24 June 2016. Available at www.gov.uk
  • Prime Minister’s Office, 10 Downing Street and The Rt Hon Johnson MP (2019). Boris Johnson’s first speech as Prime Minister: 24 July 2019. Available at www.gov.uk
  • Prime Minister’s Office, 10 Downing Street and The Rt Hon Theresa May MP (2019). Prime Minister’s statement in Downing Street: 24 May 2019. Available at www.gov.uk
  • Shakhnazarova, Nika (10 June 2019). Tearesa: Theresa May resignation speech – PM’s teary farewell statement in full as she announced she would quit as Tory leader. The Sun, retrieved from https://www.thesun.co.uk/news/9146569/what-theresa-mayresignation-speech-quit-cry/
  • Wilson, S. (1 April 2014). Britain and the EU: A long and rocky relationship. BBC, retrieved from http://www.bbc.com/news/uk-politics-26515129

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