Referendum: Perché? Boh.

Referendum: Perché? Boh.

Il 20 si avvicina, è dietro l’angolo. Tutti coloro con un minimo di senso civico sanno che prendere una decisione, presentarsi all’urna e votare è doveroso. Poi legittimamente a ogni elettore è lasciata la libera scelta su come votare, ma votare è in sé un dovere.

 

In questi pomeriggi afosi mi sono trovato spesso ad arrovellarmi sia su quale sia la mia posizione sul quesito referendario, che al perché mi troverò a dover esprimere il mio parere in merito al taglio dei parlamentari. Sino a qualche anno fa non avrei avuto dubbi, sicuramente avrei fieramente confermato il taglio, convinto di averli beffati per una volta; ma ne siamo davvero sicuri? Siamo certi che il taglio del loro numero porterà una soluzione ai nostri malumori nei confronti della classe politica? Siamo certi, al contrario, che rigettandolo si stia salvaguardando la Democrazia e si stia compiendo una scelta saggia?

La prima bozza di questo articolo saltava a piè pari la parte di analisi e si concentrava solo sulla soluzione al problema, ma credo che, oggi come non mai, sia necessario soffermarsi, seppur brevemente, sul contesto generale in cui si inserisce questo referendum. Non sarà in questo articolo che troverete la risposta o uno spunto su come votare (QUI potete trovare le ragioni delle due posizioni) anche perché ancora devo decidere per me su cosa mettere la mia crocetta. Qui andremo a vedere perché, di nuovo, modifichiamo le cose senza centrare il cuore del problema.

È interessante notare quanto sia un tema sentito in Italia. Negli anni sia la “Destra” che la “Sinistra” hanno proposto le loro modifiche in merito a questo punto, ma non si è mai arrivati al dunque. Qualcosa ha sempre impedito la concretizzazione di questo, pare, progetto bilaterale. Nel 2013 è entrata in parlamento una forza completamente vergine, che ha puntato molto su questa battaglia e, ad oggi, pare essere riuscita a vincerla: sondaggi alla mano il taglio dovrebbe passare senza troppe difficoltà. Ma ci siamo chiesti perché abbiamo tutto questo rigetto nei loro confronti?

Vedo che per molti il fondamento del taglio è un moto di rabbia e insoddisfazione nei confronti della classe politica italiana, perché “non fanno niente”, “costano troppo” o “almeno salta qualche poltrona”. Mentre per la controparte “è un attentato alla democrazia” e “mancano le riforme collegate” (ergo: legge elettorale, riforme dei regolamenti parlamentari).

Mettiamo un po’ di ordine.

La prima cosa da ricordare è che non è fissato dalla Costituzione del 1948 il numero di parlamentari, era legato al numero della popolazione italiana; solo in seguito fu fissato a 630 Deputati e 315 Senatori. Questo dato va integrato con la riflessione che, negli anni, sono aumentati i centri di produzione delle leggi. Sia al Parlamento Europeo che nelle Regioni Italiane abbiamo oggi veri e propri consessi legiferanti, quindi in realtà la rappresentanza in Italia c’è sia con che senza taglio.

Sul fronte economico non ritengo che il costo del Parlamento sia un tema rilevante. Anche pagando un parlamentare molto più di quanto guadagna in realtà dovremmo faticare molto per arrivare a spendere lo 0.05% del Pil italiano (superiore ai 2 mila miliardi). Ovviamente ogni spreco va tagliato, ma ci sono sicuramente capitoli di spesa migliori da cui partire. A prescindere dal taglio, ritengo che non sia un problema quanto guadagna un Parlamentare. In un mondo perfetto se fatto bene, è il lavoro più importante, è il posto da cui si possono risolvere i problemi di una Nazione. Il problema è che gli stipendi “normali” sono bassi e che siamo abbattuti dalle foto di parlamentari addormentati in aula, dalle loro gaffe, per non parlare di alcuni caratterizzanti modi di inveire contro il prossimo di alcuni dei nostri eletti (leggi: Sgarbi e il coro “Capra!”).

Quindi? Diranno alcuni a questo punto. Quindi, a mio modesto avviso, ci troviamo di nuovo a non affrontare dalla giusta prospettiva il problema che guiderà la scelta degli elettori. Quest’ultimi sono sfiduciati perché non si sentono tutelati, anzi si sentono presi in giro. Il punto all’ordine del giorno per risolvere il nostro vero problema dovrebbe essere come far rimarginare il rapporto tra eletto ed elettore. Come rendere il cittadino di nuovo fiero dei propri rappresentanti. Questo è il concetto chiave: la rappresentatività dell’eletto. L’unico sistema per intervenire su questo punto è una seria legge elettorale, che riporti letteralmente in mano all’elettore il destino del candidato. Cioè che permetta di esprimere il proprio apprezzamento per quel singolo parlamentare. Questa, signori, si chiama espressione delle preferenze in sede di elezioni.

Lasciando le cose come sono, per noi cittadini, un taglio o meno del numero dei parlamentari non porterà né benefici né vantaggi. Resteremo comunque assoggettati alle scelte delle segreterie di partito in merito a chi ci rappresenterà. A loro sta e starà, indipendentemente dall’esito del referendum, decidere chi candidare, dove candidarlo e in quanti collegi riproporlo.

La mia soluzione in merito ancora devo deciderla. Per ora ho ridotto a 2 quelle a mio avviso papabili, entrambe leggi elettorali con un elemento comune: legare la candidatura al luogo di residenza del candidato.

La legge elettorale che vorrei è: o un proporzionale puro, cioè tanti voti tanti seggi, con espressione di doppia preferenza e una soglia di sbarramento alta (tanto più alta, quanto minore il numero totale dei parlamentari); o un uninominale secco, cioè dividere il territorio nazionale per tanti collegi elettorali quanti seggi da eleggere ognuno con un solo candidato. In questo secondo scenario chi raccoglie un voto in più degli avversari va a vincere il seggio e viene eletto.

Ovviamente entrambe queste soluzioni hanno i loro pro e i loro contro, ma hanno un importante pregio: diminuiscono la lontananza percepita tra eletto ed elettore. Non si scappa. Senza risolvere questo punto rimarremo con una classe dirigente più fedele al leader di partito di turno che al proprio elettore. Più compiacente che preparata.

Dunque, come dovremmo votare a questo referendum? Boh! Il fatto è che non è questo il tema; non è il cuore del problema su cui dovremmo focalizzarci.

di Iacopo Santi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.