Reddito di base incondizionato in tutta l’UE: sogno o possibile realtà?

Reddito di base incondizionato in tutta l’UE: sogno o possibile realtà?

I cittadini europei hanno sempre più interesse a partecipare alla vita dell’Unione. Attualmente uno degli strumenti a nostra disposizione è quello dell’iniziativa dei cittadini europei. Di che meccanismo si tratta? Ecco a voi alcuni spunti sul tema, alla luce delle ultime iniziative presentate, come quella sul reddito di base garantito in tutta l’UE.

Poco più di una settimana fa tutti noi europei ed europeisti abbiamo celebrato l’Europa nel 71° anniversario della c.d. Dichiarazione Schuman, che in quel 9 maggio 1950 segnava l’inizio del processo di integrazione europea. La celebre dichiarazione del ministro francese Robert Schuman, ispirata da Jean Monnet ed accolta favorevolmente dal cancelliere tedesco Konrad Adenauer e dal primo ministro italiano Alcide De Gasperi (qui un focus sui padri fondatori dell’UE), puntava alla creazione di una solidarietà di fatto tra quei sei Paesi che poi nel 1951 diedero vita alla CECA, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio.

A Strasburgo lo scorso 9 maggio si è svolto l’evento inaugurale della Conferenza sul futuro dell’Europa, che in base alle previsioni dovrebbe concludersi a giugno 2022, quando sarà la Francia a presiedere il Consiglio europeo. Mentre già da fine aprile è operativa una piattaforma digitale multilingue dedicata alla raccolta ed alla diffusione di tutti i contributi che verranno presentati nel corso della Conferenza.

La Conferenza sul futuro dell’Europa, infatti, offre ai cittadini europei un’occasione unica per ragionare sulle sfide e le priorità dell’Europa: chiunque, a prescindere dalla provenienza o dall’attività svolta, potrà utilizzare questo strumento per riflettere sul futuro dell’Unione europea che vorrebbe. Tra i tanti temi oggetto di discussione vi è anche quello legato al rafforzamento della democrazia europea, in particolar modo di fronte al diffondersi delle fake news ed all’aumento degli estremismi. Certo, le ultime elezioni europee del 2019 hanno registrato la più alta affluenza alle urne in 20 anni, con oltre 200 milioni di elettori e un netto aumento dei giovani al voto. Ma il momento elettorale, seppure molto importante per misurare la salute di una democrazia, non può essere la sola occasione di partecipazione dei cittadini alla vita politica dell’Unione. I cittadini vogliono essere più coinvolti nella definizione delle politiche e nella presa di decisioni a livello europeo. Alcuni strumenti di partecipazione sono già previsti (si pensi ad esempio ai dialoghi con i cittadini, all’iniziativa dei cittadini europei e alle petizioni indirizzate al Parlamento europeo) ma è bene alimentare il confronto anche attorno agli strumenti di coinvolgimento degli europei elaborati sino ad oggi.

Focalizzando l’attenzione sull’iniziativa dei cittadini europei, come prevede l’art. 11, par. 4, del TUE (la disciplina di dettaglio si rinviene poi dal regolamento europeo n° 211 del 2011), per invitare la Commissione europea, nell’ambito delle sue attribuzioni, a presentare una proposta appropriata su materie in merito alle quali i cittadini ritengano necessario un atto giuridico dell’Unione ai fini dell’attuazione dei trattati sono necessarie almeno un milione di firme. Ovviamente questo non è l’unico requisito. Infatti, c’è anche bisogno che i cittadini sostenitori provengano da almeno un quarto degli Stati membri e che in ciascuno di tali Stati essi corrispondano ad un numero minimo di firmatari, che è dato dal numero dei deputati eletti nello Stato moltiplicato per 750.

Per attivare questo strumento, introdotto dal Trattato di Lisbona, è necessario che la proposta sia formulata da parte di un comitato di organizzatori composto da almeno sette cittadini dell’UE residenti in sette diversi paesi europei. Quindi tocca alla Commissione registrare l’iniziativa (e dunque aprirla alle sottoscrizioni) o rifiutare la registrazione qualora il comitato di organizzatori sia costituito in maniera difforme; qualora la proposta di iniziativa esuli manifestamente dalla competenza della Commissione di presentare una proposta di atto legislativo dell’Unione ai fini dell’applicazione dei trattati; ovvero se sia presentata in modo manifestamente ingiurioso, o con un contenuto futile o vessatorio; o ancora se l’iniziativa sia manifestamente contraria ai valori dell’Unione quali stabiliti nell’articolo 2 del TUE. Se la proposta d’iniziativa è registrata, si apre la fase di raccolta delle dichiarazioni di sostegno: una volta raggiunto il numero di firme richiesto e fatte verificare le sottoscrizioni, la Commissione incontra gli organizzatori, la esamina ed entro sei mesi espone l’eventuale azione che intende intraprendere a seguito dell’iniziativa e i suoi motivi per intervenire o meno in tal senso. Ovviamente la Commissione conserva il suo potere discrezionale nel decidere sull’opportunità politica di presentare o meno una proposta di atto dell’Unione, fermo restando che anche in caso di esito positivo il seguito più adeguato da dare ad una iniziativa potrebbe non essere di natura legislativa.

Come viene indicato sul sito ufficiale solo 6 iniziative (su 78 registrate) sono andate a buon fine. Tra le undici attualmente aperte alla sottoscrizione ve ne sono alcune di particolare interesse. Come ad esempio, tra le più recenti ad essere registrate, quella intitolata “Diritto alle cure” che chiede alla Commissione europea di proporre una normativa volta a “garantire che i diritti di proprietà intellettuale, compresi i brevetti, non ostacolino l’accessibilità o la disponibilità di qualsiasi futuro vaccino o trattamento contro il COVID-19; garantire che la legislazione dell’UE in materia di esclusività dei dati e di mercato non limiti l’efficacia immediata delle licenze obbligatorie rilasciate dagli Stati membri; introdurre obblighi giuridici per i beneficiari di finanziamenti dell’UE per quanto riguarda la condivisione di conoscenze in materia di tecnologie sanitarie, di proprietà intellettuale e/o di dati relativi al COVID-19 in un pool tecnologico o di brevetti; introdurre obblighi giuridici per i beneficiari di finanziamenti dell’UE per quanto riguarda la trasparenza dei finanziamenti pubblici e dei costi di produzione e clausole di trasparenza e di accessibilità insieme a licenze non esclusive”. L’iniziativa, aperta alle firme dei cittadini europei il 30 novembre scorso, ha raccolto al momento oltre 196 mila firme.

Ci sono poi l’iniziativa intitolata “Salviamo api e agricoltori! Verso un’agricoltura favorevole alle api per un ambiente sano” che ha raggiunto le 569 mila sottoscrizioni (c’è tempo fino al prossimo 30 settembre per firmare) e quella volta a chiedere il divieto di asportare e commerciare pinne di squalo, avviata il 2 gennaio 2020 e con all’attivo oltre 219 mila firme. Ma vorremmo soffermarci sull’iniziativa che intende sollecitare la Commissione europea a presentare una proposta relativa a redditi di base incondizionati in tutta l’Unione, al fine di ridurre le disparità regionali, rafforzando così la coesione economica, sociale e territoriale nell’UE.

Come si legge tra gli obiettivi della proposta, “ciò porterà a conseguire l’obiettivo della dichiarazione comune del Consiglio europeo, del Parlamento europeo e della Commissione europea, formulata nel 2017, secondo cui «l’UE e i suoi Stati membri sosterranno inoltre regimi di previdenza sociale efficienti, sostenibili ed equi per garantire un reddito di base» al fine di combattere le disuguaglianze”. Attualmente il numero totale dei firmatari supera di poco quota 121 mila e c’è tempo fino al 25 marzo 2022 per firmare. Se guardiamo i valori assoluti gli italiani (12.687 firme) sembrano i più coinvolti dalla tematica, dopo i tedeschi (31.930 firme) e gli spagnoli (19.793). Ma in termini percentuali solo la Slovenia ha ampiamente superato la propria soglia minima di sottoscrizioni (per l’Italia è pari a 53.580).

Come viene specificato nella proposta, “il reddito di base incondizionato non deve sostituirsi allo Stato sociale, ma piuttosto completarlo e trasformarlo da uno Stato sociale assistenziale in uno Stato sociale emancipativo”. Per i proponenti, infatti, il proposto «reddito di base incondizionato» dovrebbe essere «universale», «individuale», «incondizionato» e «sufficiente». Dunque, una prestazione non soggetta a limiti di reddito, risparmio o patrimonio, non dipendente dallo stato civile, dalle forme di convivenza o dalla configurazione familiare e priva di un obbligo di svolgere un’attività lavorativa retribuita, di dimostrare la volontà di lavorare, di svolgere un lavoro socialmente utile o di comportarsi secondo ruoli di genere predefiniti. L’importo, poi, dovrebbe consentire un tenore di vita dignitoso, corrispondente alle norme sociali e culturali del paese interessato, oltre che prevenire la povertà materiale e offrire l’opportunità di partecipare alla vita sociale.

Lo strumento proposto sostanzialmente ricorda le misure previste dagli Stati membri per garantire un reddito minimo garantito alle persone in condizioni di povertà (in Italia si pensi al c.d. reddito di cittadinanza), sebbene intenda superare i meccanismi di requisiti e condizionalità che generalmente accompagnano gli interventi nazionali. Ad ogni modo, in sede di autorizzazione dell’iniziativa in parola, la Commissione europea ha premesso che, in caso di esito positivo, un possibile seguito potrebbe essere una raccomandazione del Consiglio sugli indirizzi di massima per le politiche economiche degli Stati membri e dell’Unione, sollecitato dalla Commissione europea in base all’articolo 121, paragrafo 2, del TFUE.

Non sappiamo se questa iniziativa riuscirà ad ottenere il numero di firme richieste dai trattati per far attivare la Commissione sull’argomento, ma allo stato attuale l’obiettivo dei proponenti ci pare forse troppo ambizioso, anche in considerazione degli eventuali possibili strumenti di attuazione di tali desiderata che potrebbero essere messi in campo. Fermo restando che, comunque vada, questa procedura testimonierà ancora una volta l’importanza della partecipazione e dell’attenzione dei cittadini europei alle politiche dell’Unione.

di Giuseppe Grieco

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