Rebus Quirinale, in attesa del nuovo Presidente della Repubblica Italiana

Rebus Quirinale, in attesa del nuovo Presidente della Repubblica Italiana

Probabilmente nelle prossime ore o al massimo domani verrà eletto il nuovo Presidente della Repubblica Italiana. Non è semplice fare previsioni né decifrare chiaramente i tatticismi e le mosse dei partiti, che – in ragione dei rapporti di forza, numeri alla mano – probabilmente stanno affrontando la più complessa elezione dell’inquilino del Quirinale dall’indomani della Prima Repubblica.

È noto che il Capo dello Stato è da eleggersi ogni sette anni, ma sembra che tutte le prove di dialogo e i tentativi di convergenza per una elezione “a larga maggioranza” siano cominciate solo alla vigilia della prima votazione. All’indomani del terzo scrutinio, l’ultimo dove la Costituzione prescrive una maggioranza dei due terzi dei grandi elettori (dunque 673 su 1009), la situazione sembra essere più intricata delle aspettative. E comunque ancora incerta al momento in cui sto buttando giù queste righe.

Nella storia della Repubblica solo Francesco Cossiga nel 1985 e Carlo Azeglio Ciampi nel 1999 sono stati eletti al primo scrutinio con il 70% dei voti grazie a precedenti accordi bipartisan. Nel resto dei casi si è passati dalle quattro (Einaudi, Gronchi, Napolitano e Mattarella) alle ventitré tornate (Leone) di voto. Per cui era praticamente fisiologica una “fumata nera” nelle votazioni delle scorse tre giornate.

Non tanto, invece, se si fosse realmente puntato sulla figura dell’attuale primo ministro, Mario Draghi, fin da subito. È innegabile che quel “nonno al servizio delle istituzioni”, come lo stesso Premier italiano si è definito nella tradizionale conferenza stampa di fine anno, abbia lo standing auspicabile per un Capo di Stato; ma è anche vero che nessun Presidente del Consiglio è stato, nel corso del mandato, promosso al Colle più alto. Per di più tra pandemia da Covid-19, PNRR e sfide geopolitiche internazionali, è bene che il “nocchiere” sia saldo al timone della nave “in gran tempesta”, non essendoci – come ha ben riassunto Giuseppe Conte due giorni fa – “le condizioni perché si possano fermare i motori, cambiare equipaggio e chiedere al timoniere un nuovo incarico”.

Potrei anche sbagliarmi, ma arrivati a questo punto trovo difficile che le attuali forze politiche – ognuna con le sue difficoltà interne – possano chiudere in tempi rapidi un accordo ampio che comprenda anche premier e compagine di governo al solo fine di portare Draghi al Quirinale. L’ipotesi dell’ex presidente della BCE come successore di Sergio Mattarella era tra le più accreditate qualche settimana fa. Certamente, se ci fosse stata una volontà politica in tal senso, ce lo si sarebbe aspettato già alla prima votazione, posto che tra due anni potrebbe essere il candidato ideale alla guida della Commissione UE.

In ogni caso, la partita sul nuovo Capo dello Stato non ha ricadute sull’Esecutivo solo quando parliamo di Mario Draghi in quanto attuale Presidente del Consiglio dei Ministri. Perché è chiaro che i partiti della maggioranza che sostiene il Governo è bene che siano tali (come minimo) anche per l’elezione del Presidente della Repubblica. Non perché lo dice la Costituzione. Anzi: la durata del mandato e le modalità di elezione del Capo dello Stato non sono speculari a quelle relative alla vita del governo di turno. Quanto perché, a maggior ragione in una maggioranza composita come quella attuale, eventuali fratture su un passaggio così importante difficilmente si ricompongono il giorno dopo come se nulla fosse. Ecco perché le attuali votazioni per il nuovo Presidente della Repubblica Italiana sono sotto i riflettori di governi e media europei ed internazionali anche per le eventuali ripercussioni sulla tenuta del Governo.

È inutile star qui a dire che serve una figura di alto profilo, capace di interpretare al meglio il ruolo di garante della Costituzione e di rappresentante dell’unità nazionale.

Per riprendere un passaggio del discorso di fine 2021 del Presidente Sergio Mattarella: «Unità istituzionale e unità morale sono le due espressioni di quel che ci tiene insieme. Di ciò su cui si fonda la Repubblica. Credo che ciascun Presidente della Repubblica, all’atto della sua elezione, avverta due esigenze di fondo: spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale, del bene comune come bene di tutti e di ciascuno. E poi salvaguardare ruolo, poteri e prerogative dell’istituzione che riceve dal suo predecessore e che – esercitandoli pienamente fino all’ultimo giorno del suo mandato – deve trasmettere integri al suo successore».

In questa sede è superfluo stare a scandagliare il profilo di questo o quel possibile candidato, tra i tanti che sono stati fatti; se è bene che sia una donna (come vorrebbero due italiani su tre in base ad un ultimo sondaggio) o se sia arrivato il momento di guardare oltre il perimetro strettamente politico, considerando importanti figure del mondo della scienza o della cultura. Certamente Sergio Mattarella è il modello di Presidente a cui tendere, ma alla fine le varie figure che si sono succedute nel tempo alla massima carica dello Stato hanno interpretato il proprio ruolo ed i relativi poteri in maniera più o meno ampia a seconda delle crisi del sistema politico-istituzionale.

Ed è in questo quadro che, tra l’altro, si può leggere l’indisponibilità di Sergio Mattarella ad un nuovo incarico, interpretando lo spirito della Carta Costituzionale che, pur non prevedendo espressamente limiti alla rielezione del Presidente della Repubblica contempla come contrappeso il c.d. «semestre bianco», in base al quale il potere di scioglimento delle Camere non può essere esercitato negli ultimi sei mesi del mandato presidenziale, per evitare elezioni anticipate provocate al fine di un Parlamento favorevole alla rielezione. Per cui se l’eccezione del 2013 – relativa al conferimento di un nuovo incarico a Napolitano – divenisse regola e quella che è stata la regola cominciasse ad apparire come eccezione, l’equilibrio dei poteri delineato dalla Carta potrebbe risultarne alterato.

Curioso, infine, che rispetto alle difficoltà di scelta dei partiti, sullo sfondo si possano leggere da un lato la volontà di prevedere un limite di un mandato per il Presidente della Repubblica (si veda il disegno di legge costituzionale presentato dai senatori Parrini, Zanda e Bressa – clicca qui) e dall’altro proposte per l’elezione diretta del Presidente della Repubblica (vedi qui).

Fatto sta che il momento dell’elezione del Presidente della Repubblica resta un momento delicato e pienamente politico. Quindi sia che venisse eletta una figura c.d. tecnica sia che si scelga una personalità con un curriculum di impegno politico e istituzionale, rifuggirei dalla narrazione del “fallimento della politica”. Quella che verrà compiuta sarà in ogni caso una scelta politica, nata dal dialogo e dal confronto. Dunque, volta ad individuare una figura in cui gli italiani possano riconoscersi per una carica che comunque ha una valenza, appunto, politica (non partitica!), nel senso della capacità di dialogo in primis con la politica nazionale. E forse è proprio per la consapevolezza del peso politico della figura presidenziale che a volte non è semplice arrivare ad un nome condiviso.

È ancora incerto, qualche ora prima del quarto scrutinio, se oggi, tra l’altro Giornata della Memoria, si riuscirà ad eleggere il nuovo Capo dello Stato. Ci auguriamo solamente che l’accordo e la mediazione tra le forze politiche non sia al ribasso, ma che consegni all’Italia e alla storia un Presidente che possa interpretare al meglio il proprio ruolo, in un Mondo che cambia e con le sfide che ben conosciamo.

 

di Giuseppe Grieco

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