Quanto ci costa un chilo di carne?

Quanto ci costa un chilo di carne?

Una riflessione sull’impatto ambientale provocato dall’industria dell’allevamento e della carne.

 

In questi mesi di pandemia ci siamo più volte interrogati su quanto l’uomo abbia danneggiato la natura e abbiamo visto come la natura e gli animali stiano guarendo le ferite, riprendendo fiato in questi mesi in assenza dell’uomo: dal verde che esplode dai sampietrini in Piazza del Campo a Siena, ai delfini a Venezia. Secondo i dati dell’Agenzia Spaziale Europea (European Space Agency- ESA), il satellite Copernicus ha dimostrato un calo significativo delle concentrazioni di diossido di azoto (NO2) su Parigi, Madrid e Roma, nelle rilevazioni comprese tra il 14 e il 25 marzo, rispetto allo stesso periodo nel 2019. In Cina, lo stesso satellite, ha registrato un calo nelle emissioni di NO2 rilasciato dalle centrali elettriche, dagli impianti agricoli e dai veicoli nelle maggiori città cinesi tra gennaio e febbraio.

Indubbiamente è rassicurante vedere che, forse, non è così tardi, che, se le cose fossero fatte in maniera diversa, potremmo tutelare in maniera più efficace l’ambiente. Tuttavia, nel momento in cui la fase di lockdown e della lotta contro il virus finirà, cosa ci aspetterà? Personalmente penso che sia un momento da sfruttare. Partendo dal singolo cittadino e dai singoli Stati, per arrivare successivamente alle realtà internazionali, mettere in campo ricerche e politiche mirate non per ‘ritornare a come eravamo prima’, ma per costruire, o almeno cercare, qualcosa di migliore. Una società più attenta ed armoniosa a ciò che la circonda. Una delle cose da cui partire per migliorare, a mio avviso, è l’industria dell’allevamento e del commercio internazionale della carne.

Un report del 2006 della Food and Agriculture Organization (FAO) delle Nazioni Unite, afferma che i processi di allevamento intensivo generano circa il 15% delle emissioni globali di gas serra (invece secondo altre ricerche ne generano addirittura circa il 50%) e circa 13% di gas nocivi. La produzione di un chilo di manzo (da un manzo si ricavano all’incirca 200kg di carne idonea alla consumazione) necessita di circa 15.000 litri di acqua e una produzione di CO2 pari a quella che produrrebbe un’automobile in 250 km. Per quanto riguarda l’acqua, una mucca in natura, mangia erba e similari, cibi che contengono una percentuale molto alta di acqua, quindi non necessita di bere frequentemente.

Contrariamente a quanto succede negli allevamenti, in cui la maggior parte degli alimenti sono prodotti essiccati e, dunque, richiedono che venga fornita acqua per tenere idratati gli animali. I mangimi usati negli allevamenti generalmente vengono prodotti da essi stessi, quindi vi è tutta una organizzazione indipendente per la coltivazione delle colture e i vari processi per la trasformazione in mangime. Tutto questo contribuisce ad aggravare ulteriormente l’impatto ambientale, aggiungendo l’utilizzo di prodotti chimici per le colture, ulteriore acqua, investimenti per infrastrutture per la coltivazione e quindi maggiori quantità di emissioni di gas serra e gas nocivi.

È sottolineare che non si sta prendendo una posizione, poiché io stessa ho scelto di continuare a mangiare carne. Ad ogni modo, penso che sia bene compiere azioni con la consapevolezza che hanno un prezzo, tenendo conto di quello che provoca e comporta la propria scelta. Scegliere di mangiare la carne di allevamento vuol dire contribuire sotto ogni aspetto all’industria della carne: al suo impatto sull’ambiente, ai problemi sanitari legati al consumo abusivo della carne, ai soldi spesi per le cure e alle malattie derivanti dal consumo abusivo della carne.

Diversi sono stati gli interventi normativi volti a regolare le condizioni degli animali negli allevamenti, come anche l’Articolo 13 del TFUE sulle ‘esigenze in materia di benessere degli animali in quanto esseri senzienti, rispettando nel contempo le disposizioni legislative o amministrative e le consuetudini degli Stati membri’. Anche varie sentenze per risoluzioni di controversie hanno portato punti di vista innovativi sul tema. Per quanto riguarda, invece, l’impatto ambientale e l’utilizzo delle risorse, specificamente nell’industria delle carni, vi sono state varie proposte per migliorare la situazione attuale. Fino ad oggi, però, nessuna di queste è stata concretamente approvata o messa in atto dalla comunità internazionale.

Tra le varie soluzioni portate nel contesto delle istituzioni dell’Unione Europea, la True Animal Protein Price Coalition (TAPP) ha proposto di aumentare il prezzo della carne all’interno dell’Unione del 25% circa, percentuale studiata calcolando gli impatti ambientali provocati dalla produzione della carne. Secondo la TAPP, infatti, tale aumento avrebbe vari vantaggi, come quello di incoraggiare gli allevatori a convertire la propria attività dall’allevamento animale alla coltivazione di vegetali: in poche parole industria più sostenibile ed ugualmente utile per l’alimentazione umana.

L’aumento delle tasse sulla carne è una delle possibili soluzioni realizzabili, insieme a campagne e convegni, anche a livello internazionale, di sensibilizzazione sull’impatto ambientale delle varie industrie. Sicuramente l’eventuale aumento delle tasse accentuerebbe la discriminazione tra chi se la può permettere e chi no, facendo della carne un alimento più costoso e privilegiato, ma per la regolarizzazione del consumo, anche per evitare un ulteriore aumento di questo settore (e di tutti i problemi ad esso relativi), l’aumento delle tasse sembra che sia la via più efficace.

Per la sua realizzazione la strada non è né semplice né veloce: bisognerebbe partire dalle norme a livello statale, poi regionale (sempre intendendo l’ambito istituzionale europeo) e, infine, internazionale. Attuarle attraverso politiche promesse da organizzazioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), che, per il suo stesso accordo costitutivo, non ha il potere di imporre ma di supervisionare le decisioni sul commercio internazionale di beni e servizi oggetti di accordi commerciali tra gli stati membri.

La strada è lunga e non semplice per una definizione a livello mondiale di un settore così importante. L’importanza quindi delle scelte di noi singoli cittadini verso un mondo sostenibile, come quando siamo a fare la spesa e stiamo domandando a noi stessi cosa mangeremo a cena, può essere più importante di quanto possa sembrare.

 

di Olimpia Ballardin

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