Quando la propria casa diventa l’unico spazio vitale

Quando la propria casa diventa l’unico spazio vitale
Sad illness child on home quarantine. Boy and his teddy bear both in protective medical masks sits on windowsill and looks out window. Virus protection, coronavirus pandemic, prevention epidemic.

Com’è cambiata la visione della casa durante l’emergenza Covid-19 con un riferimento alle disuguaglianze socioeconomiche che emergono dal film Parasite, vincitore di 4 Premi Oscar tra cui “miglior film 2020”.

 

Tutto è iniziato con le prime immagini provenienti da Wuhan, inni di incoraggiamento cantati dai propri balconi. Che assurdo, pensavamo. Reclusi in casa, strade deserte e tanta incertezza. Poi è bastato qualche volo, qualche cena, qualche attimo di normalità a rendere vicino ciò che sembrava lontanissimo.

9 marzo 2020: Italia in lockdown. Il virus corre veloce e non ha frontiere. La situazione muta drasticamente. Ora dopo ora il Paese intero si ferma, le luci delle città si spengono, e si accendono quelle delle case. “Restiamo a casa” non è più un consiglio o mero senso civico, ma un obbligo e soprattutto un dovere verso la collettività, verso le persone vulnerabili, verso noi stessi.

Lo spazio vitale diventa confinato alle mura della propria abitazione, ma parallelamente cambia anche la visione della casa ed il rapporto con essa. La frenesia che rallenta la presa ci porta a pensare davvero alle mura che ci proteggono. Acquista valore avere una casa che ci permetta di assaporare la libertà. Ma ci siamo mai chiesti se è così per tutti?

Vivere in un monolocale in affitto, oltre alle possibilità economiche, è sempre stata una scelta funzionale e orientata ad una quotidianità out of home. Sembrava quasi non avessimo esigenze di spazi domestici moderati finché la nostra routine scivolava tra un ufficio, un bistrot e una corsa al parco. Poi nel giro di poche ore ci siamo improvvisati smart worker, sportivi e cuochi casalinghi. Lo stile di vita che prima del lockdown era indubbiamente condizionato dall’esterno, è ora inserito in un ambiente più ristretto.

Gran parte del tempo di una persona nel periodo precedente alla quarantena, veniva impiegato nelle sedi di lavoro, in palestra, nei centri commerciali, nei centri estetici, al ristorante, al parco. Tutto ciò è stato riscritto per potersi adattare alle proprie abitazioni: scrivania, attrezzi sportivi e tutorial per esercizi fisici, shopping online, cura del corpo “faidate”, sperimentazione di nuove ricette, giardinaggio. La casa non è più soltanto quel posto da dove ha inizio la giornata e dove si ritorna la sera, ma è adesso il luogo in cui svolgere interamente la propria vita, rischedulando e adattando le nostre regolari attività quotidiane.

Smart worker che si sono inventati una postazione di lavoro lontana da interferenze e distrazioni casalinghe, comodamente in pantofole; studenti che seguono le video-lezioni restando distesi sul divano o sul letto, allenamenti in giardino. Si conducono le attività di sempre ma provando quella sensazione di tranquillità che pochi luoghi, tra cui la propria casa, possono trasmettere. Situazioni agevoli e quasi confortanti per chi vive in appartamenti medio-ampi, e per i più fortunati compresi di spazi verdi.

Prospettive differenti invece per chi deve ridurre la propria routine in pochi metri quadri o per chi nella condivisione della casa con altri inquilini non riesce a ritagliarsi uno spazio personale, seppur minimo, comunque necessario. Dai loft di Manhattan, alle ville di Los Angeles, alle case di campagna, ai micro-appartamenti delle grandi città asiatiche, alle favelas. Sono troppe le diversità. Agio contro disagio. Da una parte la tranquillità e dall’altra la sopravvivenza.

Spesso si dice che riscopriamo il valore di qualcosa o qualcuno quando lo perdiamo. In realtà si può riscoprire anche quando lo si vive intensamente, quando lo si ritrova. Ancora una volta è una situazione critica ed emergenziale, come quella che stiamo affrontando, a mostrare le forti disuguaglianze socioeconomiche che dividono il mondo e che rappresentano uno dei principali fattori d’inquietudine della società contemporanea.

                               (immagine tratta dal film Parasite)

 

Lo descrive efficacemente il pluripremiato film coreano Parasite: il regista Bon Joom-ho racconta la storia di due famiglie di diversa estrazione sociale che si incrociano. La prima vive in un seminterrato claustrofobico condividendo spazi estremamente ridotti, alla ricerca di un Wi-Fi libero, con nessun tipo di comfort e soltanto due minuscole finestre che danno sulla strada. La seconda famiglia, al contrario, è inserita all’interno di una villa domotica con ampio giardino, piscina ed ogni tipo di comodità.

Il divario sociale è talmente evidente da sembrare drammatico. L’insofferenza e lo sconforto di doversi adattare ad un luogo che pur essendo casa ha poco a che vedere con l’idea che abbiamo di essa, si scontrano idealisticamente con l’agiatezza e la spensieratezza di chi svolge la propria vita in un vero luogo comodo e sicuro.

È possibile in Corea del Sud abitare nei goshiwon, appartamenti striminziti nati in primis per gli studenti e poi sfociati in soluzioni per chi non può permettersi di meglio. Così come a Tokyo, ad Hong Kong e in molte popolose metropoli asiatiche, è frequente optare per questo tipo di abitazione, dove in pochissimi metri quadri si trova un letto, un armadio, un angolo cottura, una scrivania, i sanitari e nient’altro.

Immaginiamo cosa significa per i tanti che vivono così riorganizzare la propria routine facendo rientrare tutte le proprie abitudini quotidiane in uno spazio estremamente ridotto.

 

Di Vittoria Radano.

 

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