Presidenziali: fatti e curiosità sugli inquilini della Casa Bianca.

Presidenziali: fatti e curiosità sugli inquilini della Casa Bianca.

Ad una settimana dall’election day statunitense, andiamo a riscoprire simboli che hanno caratterizzato le tornate elettorali americane ed eventi particolari della vita degli inquilini della Casa Bianca.

Mancano orai solo sette giorni per conoscere chi sarà il vincitore della contesa elettorale tra il Presidente uscente, Donald Trump, e lo sfidante democratico, Joe Biden. In verità, a causa della crisi sanitaria causata dal Covid-19, molti cittadini americani stanno già votando via posta, anche se dovremo ovviamente aspettare il 3 novembre per avere il risultato definitivo. Nelle scorse settimane, abbiamo ampiamente trattato diverse tematiche in primo piano negli States e che rischiano di condizionare pesantemente la scelta degli elettori americani: dal rapporto dei Presidenti nei confronti del movimento Black Lives Matter al rapporto di Trump con le Organizzazioni Internazionali, passando per la questione razziale. Tutte tematiche di grande spessore e di forte rilevanza. Tuttavia, abbiamo pensato di affrontare un aspetto di più storico riguardo alle presidenziali americane, ma soprattutto più leggero, dato anche il periodo non particolarmente solare che stiamo passando. Dunque, oggi andremo a vedere gustose, particolari e, per certi versi, esilaranti curiosità su alcuni dei più importanti Presidenti americani del passato, oltre che scovare qualche chicca sui simboli elettorali.

L’asino e l’elefante. Come non partire dai simboli che caratterizzano ogni tornata elettorale americana? L’asino e l’elefante. Li vediamo in ogni campagna presidenziale e nelle elezioni di mid-term, ma propriamente quale è la loro origine? È risaputo che il ciuchino rappresenti i democratici, mentre il pachiderma simboleggia i candidati e militanti del Grand Old Party. Entrambi nascono nel XIX secolo. Il ciuco democratico risale addirittura al 1828, quando alla corsa della Casa Bianca si candidò, per la seconda volta, Andrew Jackson. Quest’ultimo possedeva una personalità molto esuberante e, a tratti, violenta, a causa di una vita poco agiata e segnata da molte difficoltà dal quale il futuro Presidente uscì con le sue sole forze. In una campagna elettorale segnata da numerose scorrettezze, gli avversari etichettarono Jackson con la parola “somaro”, con il fine di provocarlo e indurlo quindi, per via del suo temperamento, a pesanti gaffe. Paradossalmente, la contro risposta del candidato democratico fu quella di adottare il ciuco come simbolo della sua campagna elettorale e lo fece stampare su tutti i manifesti. A quanto pare l’asinello deve aver portato grande fortuna a Jackson che divenne Presidente e rimase in carica per ben due mandati consecutivi, oltre a porre le basi per la nascita del Partito Democratico americano odierno. Dopo il mandato, l’asinello andò in pensione per diverso tempo, fino a quando, nel 1870, Thomas Nast, pioniere e padre del fumetto americano, lo disegnò su una vignetta dell’Harper’s Weekly. Nel 1880 i democratici lo adottarono ufficialmente come simbolo della campagna elettorale, nonostante i facili sfottò degli avversari. Per i repubblicani, infatti, l’asino era simbolo di stupidità e testardaggine, mentre per gli elettori dem esso rappresentava l’indole umile e coraggiosa dei militanti.

Il simbolo repubblicano ha un’origine simile e, per certi versi, anche più esilarante e particolare del ciuco democratico. Il padre dell’elefantino repubblicano è lo stesso dell’asino dem: Thomas Nast. L’autore era stato colpito da una particolare notizia del 1874: la fuga di alcuni animali dello zoo di New York. La notizia era in realtà una bufala, a riprova che anche nel passato esistevano le Fake News, ma fu utile a Nast per rappresentare il timore dei cittadini americani per la durezza del Presidente repubblicano Ulysses. Infatti, i repubblicani vennero rappresentati come un elefante in fuga. Nast usò di nuovo l’elefante, messo in gabbia questa volta, per rappresentare il GOP nelle successive elezioni di mid-term, dove i conservatori presero una bella batosta. Alcuni disegnatori copiarono il pachiderma e lo utilizzarono come rappresentazione dei repubblicani, che, esaltando la dignità e l’intelligenza dell’animale, decisero di adottarlo come simbolo. Così, nascono i due simboli che ancora una volta sono lì pronti a fronteggiarsi per contendersi l’accesso alla Casa Bianca.

L’eroe senza denti. Passando a particolari riguardanti le persone ovvero, per essere precisi, i Presidenti statunitensi, non si poteva non partire con il Padre della grande nazione a stelle e strisce: George Washington. Il primo Presidente rappresenta quasi un mito profondamente venerato e rispettato dai cittadini statunitensi di ogni epoca. Tuttavia, Washington fu un politico sui generis. Non infiammava le folle perché amava parlare solo quando aveva veramente qualcosa da dire, né anelò mai in alcun modo il potere per sé. Nel viaggio trionfale verso la capitale, che allora era New York, il primo Presidente si paragonò ad un condannato a morte. Molti osservatori temevano che il grande consenso popolare e gli elogi di cui godeva lo avrebbero spinto ad assumere, prima o dopo, su di sé tutto il potere, ma furono smentiti dai fatti. Washington, più che essere eletto, venne nominato all’unanimità, primo ed unico caso nella storia degli States, dai due principali partiti del tempo: quello Federalista, proponente uno Stato centrale forte, e i Repubblicani-Democratici, favorevoli ad una forte autonomia statale. Washington rifiutò sempre l’idea della “Presidenza a vita”. In realtà, non voleva essere eletto nemmeno al secondo mandato, ma fu quasi costretto dalle circostanze politiche e rinominato all’unanimità. Insomma, una figura molto lontana dall’immagine del politico medio che abbiamo oggi. Involontariamente, ha posto delle basi solide per la tenuta democratica del sistema amicano, dato che tutti i successivi Presidenti, ad esclusione di uno, non cercarono mai di ottenere un terzo mandato.

Il Padre della Patria, però, ha anche un altro record imbattuto nella storia politica americana. Washington, purtroppo, soffriva di una grave perdita dei denti, tant’è che quando divenne Presidente possedeva solo tre denti (in realtà le fonti sono indecise sul numero esatto, alcune dicono due mentre altre addirittura solo uno). Per risolvere la questione, usò una dentiera composta di ossa animali, tant’è che sembrerebbe essere questo il motivo per il quale le sue raffigurazioni lo ritraggono spesso con la bocca chiusa e la mascella leggermente allungata. In ogni caso, tale apparecchio, che sicuramente non poteva essere confortevole come una dentiera odierna, provocava un grave dolore al Presidente Washington, tanto che il discorso di insediamento per il secondo mandato durò poco meno di due minuti, solo 133 parole per intenderci, record assoluto e imbattuto nella politica statunitense. Ad ogni modo, un eroe della storia americana, pur con qualche problema di dentiera.

Il filo del destino. Un’altra storia particolare è quella dei due Presidenti che si succedettero a Washington: John Adams e Thomas Jefferson. I due furono protagonisti della rivoluzione americana, ma vissero sempre all’ombra del Padre della Patria. Adams e Jefferson sono stati i primi a sfidarsi per conquistare la Casa Bianca nella tornata elettorale del 1797. Una campagna politica nel vero senso della parola con attacchi continui e colpi bassi. Non furono i due candidati, però, ad infiammare la tornata, quanto gli sfottò dei loro sostenitori. Infatti, i Democratici-Repubblicani definirono Adams come un “un ermafrodito che non ha la forza di un uomo, né la sensibilità di una donna”, mentre i Federalisti descrissero Jefferson “codardo e ateo, un pervertito con una innaturale ammirazione per l’anatomia dei negri”. Vinse con minimo scarto Adams, ma solo grazie ai grandi elettori, poiché Jefferson aveva preso più voti a livello popolare, divenendo così il primo caso di una vittoria di un candidato con meno voti popolari dell’avversario. Adams, per mitigare la situazione, nominò Jefferson suo vicepresidente, ma il rapporto fra i due fu condizionato da incomprensioni e differenza di vedute. La presidenza Adams fu alquanto grigia e priva di grandi eventi o avvenimento. L’unica vera cosa da ricordare è lo spostamento della capitale a Washington e l’insediamento alla Casa Bianca. In ogni caso, Adams realizzò più tardi il sogno di vedere il proprio figlio, John Quincy Adams, divenire Presidente degli Stati Uniti nel 1825: un evento accaduto solo due volte nella storia americana, l’altro caso è rappresentato dall’elezione di George H. W. Bush nel 1989 e George W. Bush nel 2000.

Alla fine del primo mandato di Adams, Jefferson si ricandidò e riuscì ad essere eletto per due mandati consecutivi. La Presidenza Jefferson fu sicuramente più dinamica, rispetto a quella dell’ex Presidente: dimezzò il debito pubblico, accumulato nei primi anni di democrazia e raddoppiò il territorio degli Stati Uniti, con l’acquisto della Louisiana dalla Francia e l’espansione verso Ovest. Infine, proprio come Washington, Thomas Jefferson rifiutò il terzo mandato e si ritirò a vita privata. Entrambi in vecchiaia recuperarono i loro rapporti compromessi dagli scontri politici del passato e si spensero, quasi per ironia della sorte, il 4 luglio del 1826, nel giorno della Festa nazionale e della celebrazione della Dichiarazione d’Indipendenza che avevano contribuito creare.

La premonizione dell’American Dream. Un uomo alto un metro e novantacinque centimetri, 48 di piede, smilzo e con una folta barba sembra l’identikit di un barbone più che di un uomo che è diventato Presidente degli Stati Uniti. Abraham Lincoln ha avuto una vita dura, piena di ardue sfide, ma che più di tutti è stato il primo ad incarnare il mito del sogno americano. Nato da una famiglia estremamente povera e ignorante, Lincoln si è fatto strada con le sue sole energie. Una forza fisica esplosiva, raggiunta grazie ai lunghi anni passati a spaccare legna, divenne un campione della lotta libera e in seguito, da autodidatta, divenne avvocato. Anche in politica la strada è stata tortuosa e tante furono le sconfitte. Tuttavia, quel ragazzo molto astuto del Kentucky non si arrese mai e nel 1861 divenne Presidente degli Stati Uniti.

La sua presidenza è ricordata per l’abolizione dello schiavismo e la Guerra di Secessione americana che ne seguì. Lincoln fu affascinato dall’occulto e partecipò a diverse sedute spiritiche per mettersi in contatto con i tre figli persi tutti quando erano ancora dei bambini. Inoltre, soffrì di depressione a causa anche della scomparsa della madre avvenuto quando aveva solo nove anni, ma non perse mai il senso dell’umorismo. Abraham Lincoln morì il 14 aprile del 1865, pochi mesi la rielezione al secondo mandato, per mano di un fanatico sudista, divenendo anche il primo Presidente assassinato. Un particolare inquietante di questa vicenda è il fatto che, secondo diverse testimonianze, lo stesso Lincoln raccontò una settimana prima dell’attentato di aver fatto un sogno in cui si era visto in una bara nella camera ardente della Casa Bianca.

Il Presidente dei quattro mandati. Non potevamo concludere la nostra carrellata di curiosità senza raccontare qualche particolare di uno dei Presidenti più amato della storia, l’uomo del “New Deal”: Franklin Delano Roosevelt. Figlio di una famiglia benestante, con una laurea in legge ad Harvard e nipote alla lontana del Presidente Theodore Roosevelt. Diventa senatore di New York nel 1911 e poi viceministro alla Marina con il presidente Wilson ma, alle soglie dei 40 anni, la sua carriera appare già al capolinea. Candidato democratico alla vicepresidenza, Roosevelt perde in modo clamoroso le elezioni del 1920 e, poco dopo, scopre di avere una grave forma di poliomielite.

La moglie Eleanor, però, è un saldo appiglio che lo sprona a riprendersi la scena e a diventare Governatore di New York nel 1928 e poi Presidente degli Stati Uniti nel 1932 dove gli americanno scommettono sul suo New Deal. Con un’azione di governo coraggiosa e con le “chiacchierate al caminetto”, appuntamento radio settimanale con gli americani per raccontare l’attività di governo, Roosevelt porta gli Stati Uniti fuori dalla crisi e poi nella Seconda guerra mondiale. È e rimarrà una figura storica nelle istituzioni americane, perché è stato l’unico a rompere il vincolo dei due mandati segnati da Washington, nonché l’unico a fare quattro ed essere di conseguenza il Presidente più longevo della storia statunitense. Infatti, sarà il suo vice, Henry Truman, a promulgare nel 1951 il XXII emendamento alla Costituzione americana, che imporrà per legge il vincolo massimo dei due mandati presidenziali. In merito alla malattia, ci restano poche testimonianze: non c’era ancora la televisione ed è quindi possibile che molti americani ignorassero il problema. Infatti, delle 125 mila foto negli archivi, solo due lo ritraggono sulla sedia a rotelle, un segno del suo riserbo e della benevola complicità della stampa dell’epoca. Si dice che Roosevelt fece cenno una sola volta alla sua malattia e nello specifico ad un cronista che gli chiese delle difficoltà da affrontare tra la malattia e le pressioni della presidenza. La risposta è emblematica: “Dopo due anni a letto, a cercare di muovere le dita dei piedi, tutto il resto ti sembra facile”.

Purtroppo, per motivi di spazio, è necessario fermarsi qui, ma davvero tante sono le chicche e le curiosità sui Presidenti degli Stati Uniti d’America. Per chi volesse approfondire, in attesa del voto del 3 novembre, consiglio il libro “The Political Bible of Little Known Facts In American Politics”. Trovate il link nelle fonti.

Di Gregory Marinucci.

 

Ulteriori letture e fonti:

The Political Bible of Little Known Facts In American Politics :https://www.amazon.it/Political-Bible-Little-American-Politics/dp/061552737X o https://www.harvard.com/book/the_political_bible_of_little_known_facts_in_american_politics/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.