Myanmar: la lotta per la democrazia.

Myanmar: la lotta per la democrazia.

Le nuove generazioni birmane non vogliono arrendersi ai militari, che hanno ripreso il controllo del Paese con la forza. La situazione, però, resta caotica e il rischio di una degenerazione del conflitto civile è molto probabile e rischia di sfociare in nuovi, cruenti massacri.

Sono passati esattamente tre mesi da quando il Tatmadaw (il nome dell’esercito birmano) ha ripreso il controllo del potere in Myanmar. Nella giornata del 1 febbraio 2021 i generali hanno arrestato il presidente Aung San Suu Kyi, accusata di aver truccato le elezioni e ordito un “colpo di Stato”, dichiarando di conseguenza lo “Stato di emergenza” e mettendo un Presidente ad interim: U Myint Swe, un ex generale molto vicino alla sfera militare che ricopriva la carica di vicepresidente. 

L’azione è da subito apparsa come una manovra per riappropriarsi dello Stato birmano con la forza, nonostante le ampie garanzie date dalla costituzione all’esercito. Infatti, durante la tornata elettorale del novembre 2020, la coalizione vicina all’esercito era stata pesantemente battuta, con percentuali vicine all’83%, dalla compagine guidata dal Presidente uscente e Nobel per la pace Suu Kyi, considerata dal popolo la madre della Birmania democratica.

Da quel momento i rapporti già fragili fra il Presidente e il Tatmadaw sono andati a sfaldarsi, con i militari che hanno cominciato ad accusare Aung San Suu Kyi di aver manipolato le elezioni. Tale è stata anche la motivazione data dai generali per giustificare il colpo di Stato: l’esercito ha affermato di non volersi opporre alle elezioni e al loro esito, ma allo stesso tempo ha tacciato come “inaccettabile il processo delle elezioni del 2020”. In breve, una giustificazione basata sul nulla.

In ogni caso, dopo dieci anni la transizione democratica birmana è stata interrotta. Tuttavia, per comprendere le vicende degli ultimi mesi in Myanmar è necessario ripercorrere brevemente questa ultima decade. 

Nel 2011, dopo cinquant’anni di completo dominio, l’esercito decide di aprire la strada ad un governo civile. Naturalmente, in molti erano scettici sulla reale volontà di questo passaggio. Difatti, la guida del governo fu consegnata ad una forza politica di ex militari fedeli allo stesso Tatmadaw, il quale estromise Aung San Suu Kyi dal lavoro dell’esecutivo. 

La vera svolta democratica arrivò solo nel 2016, quando la Lega nazionale per la democrazia (NLD) guidata dal Nobel per la pace vinse la tornata elettorale, formando il primo esecutivo civile eletto dal popolo birmano. Nonostante la sconfitta elettorale, l’esercito mantenne comunque una grossa fetta del potere statale, così come stabilito dalla costituzione della “democrazia fondata sulla disciplina” scritta dalle stesse sfere militari.

Alla tornata del novembre 2020 si sono presentati diversi militari, tra cui il generale Min Aung Hlaing, con l’ambizione di riprendere il potere per vie legali. Tuttavia, dopo cinquant’anni di regime militare, l’esercito era particolarmente disprezzato dalla popolazione e il governo civile aveva nel corso degli anni provato a porre un controllo su di esso.

Il generale Hlaing, divenuto l’uomo più potente del Paese grazie alla sua carriera militare, si sarebbe dovuto ritirare dall’esercito quest’anno. Aveva grosse ambizioni personali, soprattutto politiche, per il futuro. Le elezioni, però, hanno mostrato come la realtà fosse ben diversa. Così, il Tatmadaw ha ripreso il controllo del Paese con la forza.

Quello che l’esercito non aveva messo in conto è proprio la reazione dei cittadini birmani, in particolar modo delle giovani generazioni cresciute in un sistema sostanzialmente libero e “democratico”, seppur in modo parziale. 

Il popolo del Myanmar pochi giorni dopo il colpo di mano dei militari è sceso per le piazze dei maggiori centri urbani reclamando la liberazione del Aung San Suu Kyi e il ripristino del sistema democratico. Inoltre, la protesta contro il golpe ha presto coinvolto strati molto eterogenei e diversi della società birmana. I leader della Lega per la democrazia avevano lanciato un appello affinché tutti i lavoratori scioperassero contro il golpe militare e molti lo hanno seguito.

Studenti, insegnanti, medici e infermieri sono stati da subito in prima linea, ma pian piano altre fasce lavorative sono state contagiate. Per fare un esempio: a Rangun, completamente bloccata dai manifestanti, le banche sono state costrette a chiudere per via dell’assenza di dipendenti, così come molti funzionari ministeriali hanno scelto di aderire alla protesta civile. Anche diverse decine di monaci buddhisti hanno aderito alla protesta, sventolando la loro bandiera assieme a quella della Lega per la democrazia.

Tuttavia, come spesso accade in queste circostanze, la risposta dei militari è stata violenta. Così, quelle che erano partite come proteste semplici, con le famose pentole da cucina usate come tamburi assordanti nelle prime notti successive al colpo di mano militare, sono andate via via crescendo, sfociando in contestazioni sempre più violente a causa delle sistematiche repressioni dell’esercito. Le piazze si sono tinte del sangue dei giovani birmani a capo di quelle proteste, ma, nonostante il dolore per le numerose perdite, la contestazione non si è fermata.

Ad oggi gli scontri hanno perso di intensità, specialmente grazie al summit dei Paesi AESAN, che hanno cercato di mediare con i vertici del Tatmadaw, invitato al summit ma non riconosciuto come governo legittimo del Paese. Quest’ultimo punto è sicuramente importante, per quanto abbia pochi sviluppi nella pratica.

Tuttavia, dopo l’incontro tra i Paesi AESAN, dove è stato presentato un piano d’azione di cinque punti, la situazione sembra essersi in parte calmata: le proteste hanno perso di intensità e l’esercito ha diminuito la violenza della propria contro risposta.

In ogni caso, sembra solo la quiete prima della tempesta. Infatti, il motivo per cui l’esercito ha ridotto la propria azione è l’entrata in gioco di gruppi etnici armati locali, che starebbero formando una nuova coalizione. Si tratta del Restoration Council of Shan State, il Kachin Independence Army, l’United Wa State Army, lo Shan State Progress Party, il Ta’ang National Liberation Army, il Myanmar National Democratic Alliance Army, l’Arakan Army e il Karenni National Progressive Party, gruppi a lungo corteggiati da Tatmadaw poiché non facevano parte della milizia dello Stato birmano. Una tale forza andrebbe ad equilibrare le forze in campo, ma rischierebbe di portare ad una guerra totale.

Qualora le mediazioni internazionali fallissero, lo scontro sarebbe inevitabile e di conseguenza lo sarebbero pure i massacri. Inoltre, con l’entrata in gioco dei gruppi etnici armati si rischia di avere una situazione simile a quella della Siria, dove lo scontro tra due grandi forze militari va ad oscurare e cancellare lo sforzo del popolo birmano per un ritorno alla democrazia. 

L’unico modo per evitare un ulteriore massacro è riuscire a trovare un punto di equilibrio con il Tatmadaw, ma a quale prezzo? I generali non vogliono rinunciare al potere, i cittadini non vogliono rinunciare alla democrazia. Inoltre, le milizie locali riusciranno a trovare veramente un coordinamento tra le loro posizioni?

Ad oggi sono oltre 750 le vittime causate dagli scontri, tra cui molti ragazzi sotto i quattordici anni, colpiti tragicamente dai colpi incrociati. I ragazzi birmani, però, lo avevano detto chiaramente: “meglio morire”. Questa è la determinazione di chi ha conosciuto la libertà e non è disposto a rinunciarvi. Un conflitto sanguinolento la cui fine sembra lontana, dato che al momento nessuna delle parti è disposta a cedere.

 

di Gregory Marinucci

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