Massimo Troisi tra malinconia, risate e insegnamenti

Massimo Troisi tra malinconia, risate e insegnamenti

Ho sempre considerato giugno un mese allegro, con il sole che tramonta tardi, le giornate iniziano con gli uccelli che cantano, con i suoi colori, l’arrivo dell’estate. Ma, da diversi anni ormai, continuo ad associarlo ad un evento triste: la scomparsa prematura di Massimo Troisi, datata 4 giugno 1994. Ed ecco come diventa un mese malinconico, con tanti pregi, sempre luminoso, ma comunque malinconico; un po’ come Lui.

Io nel 1994 non ero nemmeno nata, a pensarci. “Scusate l’addio” scriveva Indro Montanelli su La Voce quel 4 giugno: un richiamo ad uno dei suoi più grandi successi da attore-regista del 1982 (Scusate il ritardo). Un titolo da prima pagina perfetto per salutare Troisi, triste ed ironico allo stesso tempo, ancora una volta come Lui. Perché sì, probabilmente Troisi si sarebbe scusato con tutti di essersene andato via per sempre, così presto. 

Migliaia di persone si presentarono ai funerali a San Giorgio a Cremano, la sua città natìa. Una folla di gente in lacrime, perché l’affetto e la stima che aveva ricevuto negli anni erano forti. Era riuscito ad entrare nel cuore di tutti, da nord a sud, dai piccoli ai grandi, di generazione in generazione. Come? Con la sua semplicità. Può sembrare banale, ma non è così.

Persino il genio di Leonardo da Vinci in una delle sue più note citazioni ci dice che la semplicità è la forma più alta di sofisticazione. Che poi, il rimando al genio toscano non è casuale, se anche a voi fa pensare quel “Buongiorno ingegnere”, in “Non ci resta che piangere”, un altro tra i più grandi capolavori di Massimo, insieme all’amico Roberto Benigni. La genuinità, infatti, non è un aspetto banale, perché Massimo Troisi aveva deciso di rimanere se stesso, di essere coerente con le sue origini, di restare umile senza mai elevarsi, senza salire sul piedistallo. Eppure lui sul piedistallo ci poteva salire.

Troisi ha avuto una vita breve, ma ricca di successi professionali e soddisfazioni che ne hanno sicuramente migliorato le condizioni socio-economiche, senza però inquinare quella sua immensa umiltà e sensibilità verso la gente comune. Lo si nota anche dalle sue parole: “Nel mio lavoro non esiste la paura, al limite un film va male puoi rimane’ amareggiato, te po’ dispiace’. Ma la paura no, ‘a paura è quando ci stanno sessanta licenziamenti in fabbrica”.

Era nato in una città complicata da una famiglia numerosa, e aveva visto da vicino i disagi sociali. Era innamorato di Napoli e del sud ma ne riconosceva e denunciava, anche in alcuni suoi film o sketch, le varie imperfezioni. Si era appassionato fin da giovane alla poesia ed al teatro. Nel frattempo iniziava a lottare con i suoi problemi di salute, che ha cercato di nascondere fino agli ultimi giorni, senza mai riuscirci realmente, perché si leggeva nei suoi occhi tristi. Chi l’avrebbe mai immaginato un comico con gli occhi tristi. Un personaggio che riusciva a far ridere anche solo parlando o gesticolando, ma che dentro nascondeva paura e dolore. 

Con quegli occhi ci ha insegnato ad osservare. Così si raccontava: “Io ho vissuto la vita stando molto a guardare, non sapendo che fare, per timidezza, per i problemi fisici che ho avuto. Credo di avere acquistato un bagaglio maggiore, di avere rispetto, quasi un animo al femminile, dove pensavo che niente mi era dovuto, dove tutto andava creato, formato, senza arroganze, senza presunzioni, senza quei famosi fumogeni che nascondono la verità.

E se è vero che gli uomini, quelli della mia generazione, parlano ancora più di donne che di amore, negli ultimi anni intorno a me vedo sempre più uomini che mi somigliano, che hanno smesso di dover essere per forza vincenti. Si parla di donne non più chiuse nei ruoli come un tempo: la moglie, la puttana, quella eccentrica. Certo era più comodo per gli uomini quando c’erano i ruoli, nelle generazioni dei padri, dei nonni. Ma mica si può avere nostalgia. Come se, dovendo andare a Pisa, dico “si stava meglio col fascismo perché i treni erano puntuali”. Non puoi rimpiangere il fascismo solo perché devi andare a Pisa.

Aveva avuto successo senza pretenderlo a tutti i costi. E una volta ottenuto, ci insegnava a stare con i piedi per terra senza concentrarsi solo verso il passo successivo. Diceva: “M’hanno candidato a tutti i premi ca ce stanno in questo Paese, io so’ contento, ma mo’ basta. Amen e finisce. Perché dovrei sentirmi angosciato? Perché dovrei diventare nevrotico? Chesta è ‘na fissazione. Ogni volta che qualcuno riesce a sfondare gli deve venire per forza l’ansia. E che farò dopo? E che potrò fare dopo? Come riuscirò a mantenere il successo dopo? Cheste so’ tutte cose ca nun me ‘mportano. Farò, dirò, e scriverò quello ca me vene in mente. Si me vene in mente.” 

E ci ha insegnato la cosa più bella: a non dimenticare chi siamo, anche quando il mondo intorno ci chiede di cambiare e di diventare qualcun altro: “Io quando scrivo, butto giù delle cose mie, che neanche so se fanno ridere. Non me lo propongo. E quando recito è la stessa cosa. Parlo napoletano, parlo come parlo e muovo le mani come le muovo sempre. I messaggi, dopo, li trovano i giornali… Insomma io ho paura se mi dicono intelligente e soprattutto se ci credo. Ho visto quello che è successo ad altri.
Woody Allen, per esempio. E anche Nanni Moretti. Quando hanno tutti cominciato a dire che erano intelligenti, quelli sono entrati nella parte e sono stati presi dalla paura della comicità.

Ecco, ancora una volta, la semplicità vince. E Massimo Troisi ha vinto. 

Mi piace concludere con una frase di Gianni Minà: “Massimo Troisi era un essere umano leggero, lieve, forse stonato in un’epoca e in una società dello spettacolo dove imporre la propria presenza, essere arroganti, è il comportamento di moda. Massimo sapeva stare al mondo rendendo gradevole la vita dei suoi amici, della gente che gli era cara, senza sfiorare mai gli altri con le sue angustie“.

È passato dolcemente sulla terra. Quasi come uno che aveva un compito da svolgere, qualcosa da lasciarci. 

 

di Mariavittoria Radano

 

Fonti e letture consigliate:

  • Troisi, M. Giusti, Il mondo intero proprio, Mondadori, 1998.
  • Fonte foto articolo: D’Amore, “Scusate l’addio”, quando morì Massimo Troisi e l’Italia si fermò, Fanpage.it, 2020

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