Lotta alla violenza sulle donne: a che punto siamo?

Lotta alla violenza sulle donne: a che punto siamo?

Dichiarazione Onu, 1993: è violenza contro le donne ogni atto di violenza, fondato sul genere che abbia come risultato, o possa avere, una sofferenza fisica, sessuale o psicologica, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà.

Mentre ci stiamo avvicinando alla giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, siamo stati colpiti dall’ennesima notizia di cronaca di violenza su una donna. Potremmo scrivere analisi lunghe migliaia di pagine sui dati, sulle convenzioni internazionali, sulle leggi nazionali e regionali in merito, ma credo che sia, almeno in parte superfluo: analisti migliori di me l’hanno già fatto (per i più curiosi ecco il link alla pagina del sito dell’Istat).

Prima di addentrarci nell’articolo c’è una precisazione da fare: secondo l’articolo 1 della dichiarazione Onu del 1993 sull’eliminazione della violenza contro le donne è “violenza contro le donne ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata.” (qui potete trovare il testo completo della dichiarazione in questione).

Avete letto bene, benché il termine violenza riporti alla mente subito quella fisica, così non è: il concetto di violenza contro le donne oltre alle condotte che fisicamente provocano, o sono idonee a provocare, lesioni fisiche, integra anche tutto quello che ci sta intorno come lo stalking, come il “revenge porn” e tanto altro.

Ecco perché questo articolo prende il “caso Torino” come spunto per parlare del problema. Mi riferisco al caso della maestra d’asilo vittima della “carineria” dell’ex fidanzato. Il galantuomo condivise con gli amici materiale piccante che la vecchia fiamma gli aveva inviato. Pur nella gravità del fatto questa parte della storia calata nel contesto storico-culturale quasi non suscita scalpore. È il susseguirsi di reazioni che hanno seguito il fatto a far rabbrividire. Si è levato uno stuolo di perbenisti che ha condannato mediaticamente la ragazza e non tutti coloro che hanno condiviso o ricondiviso il materiale, né con la dirigente che l’ha convinta a licenziarsi. Perché? È un’ottima domanda. Credo che la risposta più puntuale la troviamo nelle parole di uno dei responsabili che sostiene che sia in capo alla ragazza l’errore in quanto non avrebbe dovuto produrre o inviare il materiale.

Altro esempio lampante di violenza di genere lo troviamo nella cronaca di qualche anno fa: il caso Tiziana Cantone. Ragazza i cui video hot erano stati diffusi sui social contro la sua volontà e che alla fine hanno portato la ragazza a suicidarsi, in quanto nonostante i contenuti fossero giuridicamente da rimuovere, il danno era ormai fatto (qui potete trovare una serie di articoli del Fatto Quotidiano per ripercorrere le tappe della triste vicenda).

Direi che è proprio questo il cuore del problema. Come sempre è una questione di mentalità dei singoli e della società in cui siamo inseriti. La nostra è tutt’ora una realtà maschilista, in cui il ruolo della donna è percepito come meno importante, come inferiore, rispetto a quello dell’uomo. 

C’è un bel film, al momento disponibile sulla piattaforma streaming Netflix, che aiuta tanto a percepire quanto questo maschilismo sia intrinseco a tantissimi aspetti della nostra vita. “Non sono un uomo facileè la pellicola francese del 2018 in cui il classico protagonista play boy e di successo, in seguito ad un colpo alla testa, si ritrova in una realtà dove il sesso fisicamente più forte sono le donne, dove sono le donne a ricoprire i ruoli dirigenziali, le donne ad avere più forza fisica, a non depilarsi e ad avere difficoltà con la peluria dell’altro sesso. Suona familiare?  Certamente poche righe non possono veicolare appieno l’esperienza della visione di un contenuto simile. Sono abilmente riprodotte situazioni e discorsi che si incontrano nella vita di tutti i giorni, ma posso assicurarvi che, da uomo, ascoltare determinate parole provenienti da un personaggio maschile, invece che femminile, fa tutto un altro effetto.

Questi sono solo alcuni degli esempi, il punto del discorso è palese nella violenza che tende a venire alla mente per prima parlando di queste tematiche: lo stupro. Quante volte abbiamo sentito la frase “se l’è cercata”? Quante volte abbiamo sentito la frase “eh ma senza minigonna non le sarebbe successo niente”? O ancora “uscendo vestita così cosa si aspettava”? Ecco questa è la sintesi della più bassa e meschina forma di violenza. Addossare alla vittima, che spesso sviluppa da sola la tendenza ad incolpare sé stessa per l’accaduto, una porzione della responsabilità ( se non tutta) di quel che ha subito. Che società è quella che si arroga il diritto di accollare a una ragazza, a una vittima, la responsabilità della violenza che ha subito da un terzo? Come può una società similare dichiararsi libera?

Da questa serie di esempi traspare una fragilità del sesso femminile, non intrinseca, ma derivata. Una fragilità che altro non è che la concretizzazione della consapevolezza di un’impotenza di fondo in determinate situazioni. Vuoi per minor forza fisica in caso di un’aggressione, vuoi per minor tutela sociale in caso di situazioni come quelle sopracitate. Una fragilità che si manifesta nel preparare le chiavi della macchina prima di uscire dall’ufficio, nella coscienza che senza telefono e deterrente determinati luoghi in determinate ore sono off limits. Una fragilità che è palesata dal fatto che in caso di scambio di materiale hot tra fidanzati sarà solo la ragazza ad aver qualcosa da perdere, in quanto lo stigma sociale è pressoché inesistente in capo agli uomini etero in caso di divulgazione di contenuti osé (tranne nel caso di “dimensioni contenute degli attrezzi”). Una fragilità che ha mostrato tutta la sua profondità nel periodo pandemico di marzo-giugno, quando stare chiusi in casa, in quello che dovrebbe essere il porto sicuro di ognuno, si è registrato un aumento delle chiamate al numero verde 1522 del 119.6% passando da 6956 a 15280. Il 1522 è il numero verde dedicato per dare la prima assistenza alle vittime di violenza. Badate bene, è assolutamente meraviglioso che si riesca a denunciare e/o a chiedere aiuto, il punto del discorso è che non ce ne dovrebbe essere bisogno.

Solitamente in questa parte dell’articolo andrebbe inserito un epilogo del discorso in cui sono inserite delle possibili soluzioni al problema. Purtroppo non ne vedo. La legislazione, anche in Italia, è stata aggiornata (ultimo intervento con la l.n. 69/2019 c.d. codice rosso), la società civile è molto attiva sul campo e la coscienza dei singoli, nel 2020, dovrebbe essere in grado di percepire l’ingiustizia di fondo della situazione, ma a quanto pare non è così. Spesso, come nel “caso Torino” sono le donne stesse a scagliarsi contro le consorelle per stigmatizzarne i comportamenti. Come si può uscire da una realtà simile senza un minimo di cameratismo tra donne? Come ci si può aspettare un cambio di mentalità dagli uomini, se le donne stesse faticano a fare questo passo?

Ai posteri l’ardua sentenza dicevano, ma spero che i posteri non dovranno porsi il problema, spero che la mia generazione riesca a portare un cambiamento sul tema.

 

di Iacopo Santi

Fonti e ulteriori letture:

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