L’Italia e i fondi europei, tra occasioni perse e opportunità sfruttate

L’Italia e i fondi europei, tra occasioni perse e opportunità sfruttate

L’Unione Europea (UE) con una serie di strumenti, tra cui i fondi europei, investe negli Stati membri con l’obiettivo di ridurre disuguaglianze sociali e distanze economiche. Purtroppo l’Italia non sempre riesce a sfruttare queste occasioni.

 “Sono soldi che ci dà l’Unione Europea” è il collegamento più celere che fa la nostra mentre quando leggiamo o sentiamo parlare di fondi europei. Cadiamo in un errore comune e banale: pensare che l’Unione Europea sia un Babbo Natale obbligato a distribuire regali ai suoi membri. Ma non è proprio così, o meglio, non è solo questo.

Cosa sono esattamente i fondi europei?

L’UE attiva dei finanziamenti per fornire sostegno economico ai vari attori sociali europei, in maniera diretta ed indiretta, trattando soldi provenienti dalle casse degli stessi membri (riscossione di dazi doganali delle merci in entrata, prelievi su beni importati, singoli contributi in relazione ad IVA e prodotto interno lordo di ogni Paese). I fondi europei diretti sono emanati dalla Commissione Europea o da Agenzie Nazionali, e avvengono tramite prestiti o appalti. Invece, quelli indiretti, o fondi strutturali e di investimento (SIE) costituiscono il principale strumento di politica di investimenti che l’UE riserva per gli Stati membri, mirata a favorire la loro crescita in termini economici, occupazionali e sociali. L’obiettivo di lungo termine è di investire nel territorio europeo cercando di eliminare gradualmente profonde diversità che ancora oggi dividono gli Stati; un tentativo di ridimensionare quel concetto ormai noto di Europa a più velocità che non piace a tutti. 

Quali sono?

I progetti da attuare si differenziano per tematiche e, i fondi, attualmente si dividono per settori e obiettivi. Vi è il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) orientato su innovazione, digitale, ricerca, sostegno alle piccole e medie imprese ed economia a basse emissioni di carbonio. Il Fondo sociale europeo (FSE) riguardante occupazione, istruzioneformazioneinclusione sociale e capacità istituzionale. Il Fondo di coesione (FC) focalizzato su trasporti e tutela ambientale nei Paesi in cui il reddito nazionale lordo (RNL) pro capite è inferiore al 90% della media dell’UE. Ce ne sono poi due specifici sulla politica agricola comune, il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR), e sulla politica comune della pesca, il Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (FEAMP).

Chi li gestisce?

Molto spesso si tende a pensare che le istituzioni europee siano le sole responsabili dell’attuazione e della gestione di tali fondi. Questi sono stanziati dalla Commissione Europea, ma vanno incontro ad una responsabilità condivisa tra Commissione e governi nazionali, tramite accordi di partenariato. Vengono poi gestiti dagli Stati con programmi operativi nazionali (PON) e regionali (POR). Prima di essere utilizzati però, devono essere sottoposti ad un rigido controllo, affinché si assicuri che vengano spesi soldi in modo corretto e trasparente. Sono soldi dell’UE, e quindi contributi di ogni singolo Stato, di ogni singolo cittadino; perciò diritto di tutti. 

Come accedervi e a chi si rivolgono?

Il bando a cui far riferimento viene pubblicato da enti pubblici dove sono indicati i destinatari che possono presentare domanda. Bisogna distinguere i progetti nazionali inseriti sul sito web del Ministero dello Sviluppo Economico dalle iniziative regionali sui rispettivi siti delle regioni. Generalmente sono fondi indirizzati a piccole imprese, agricoltori e imprese rurali, ricercatori, giovani, organizzazioni non governative e della società civile. Queste categorie possono accedere ad agevolazioni fiscali e sul tasso di interesse, a contributi a fondo perduto e a strumenti di garanzia del credito. 

Il dilemma che però affligge il nostro Bel Paese è il disequilibrio tra allocazione e spesa effettiva dei soldi che l’UE ha destinato per noi. Proprio l’emergenza sanitaria conseguente al Covid-19 ha riacceso il dibattito sul tormentato rapporto tra Italia e fondi europei, grazie al Next Generation EU, strumento finalizzato alla ripresa economica, al rafforzamento del bilancio UE, e a nuovi investimenti per il periodo 2021-2024 con una dotazione complessiva di 750 miliardi di euro.

Dal 2014 al 2020, l’UE ha stanziato 643 miliardi di euro in finanziamenti e li ha distribuiti ai suoi membri. Il Paese ad aver ricevuto la somma più alta è stato la Polonia con 82,5 miliardi, a seguire l’Italia con 75 miliardi, ripartiti così: 33 miliardi (44,6%), per il FESR, 21 miliardi (27,8%) per il  FEASR, 17 miliardi (23,1%) destinati al FSE, 2 miliardi, (3,1%) specifici per il programma operativo per l’occupazione giovanile e quasi un miliardo (1,3%) per il FEAMP. Ma quanti di questi soldi ha realmente speso l’Italia? Precisamente, i dati sul sito UE ci rivelano che ad oggi l’Italia di questi 75 miliardi di euro stanziati a suo favore ne ha allocato 54 miliardi con progetti ( 73% del totale) e speso solo 26 miliardi (35% del totale). Con l’88% del totale  dei soldi decisi ed il 58% di quelli spesi in pole position vi è la Svezia, mentre l’Italia compare tra gli ultimi posti. Quindi in Italia non solo allochiamo davvero poco rispetto ai fondi destinati a noi, ma riusciamo ancora di meno a realizzare i progetti.

Infatti, le risorse vengono assegnate a patto che lo Stato membro sviluppi progetti coerenti, destinandovi anche risorse proprie e che rispettino i criteri tecnici richiesti. Dopo l’assegnazione sono gli Stati ad avere il compito di gestire i soldi, coinvolgendo tutti gli attori politico-amministrativi, sia a livello nazionale che locale. Altrimenti, i soldi che non vengono spesi andrebbero restituiti all’UE in base alla regola N+3 che consente ai destinatari di utilizzare i fondi entro tre anni dall’impegno a bilancio. Ed è qui che casca l’asino. Non vi è un vero e proprio colpevole di ritardi o mancate attuazioni. Si tratta piuttosto di una serie di fattori concausa: cattiva amministrazione, scarse competenze del personale tecnico, macchinosità della normativa italiana, eccessiva burocrazia, insufficiente cooperazione tra Stato e regioni, a volte anche criminalità organizzata ed imbrogli.

Molto spesso, a causa della lentezza amministrativa nelle operazioni di controllo e certificazione della spesa, quando ci si rende conto del ritardo si corre per terminare il progetto o per dirottare i finanziamenti ad altri progetti, talvolta temporanei o poco utili allo sviluppo del territorio, pur di non perderli. Ma così si perde di vista l’obiettivo del progetto stesso. Altri ostacoli possono insorgere a causa della non collaborazione tra Stato ed autonomie locali che rischiano di emanare progetti con lo stesso scopo ma con diversi parametri da rispettare, così i destinatari del bando si trovano a dover scegliere uno tra i due. Vi sono purtroppo anche casi di irregolarità, frodi e truffe, quando la gestione dei fondi finisce in mani sbagliate, più frequente nel Mezzogiorno, con l’85% delle frodi su fondi strutturali e spese dirette dall’UE.

L’Italia tende  a concentrarsi su come ottenere e spendere i soldi piuttosto che sul raggiungimento degli obiettivi che si prefigge. Infatti, i Paesi che registrano performance migliori ed un gap minore tra allocazione e spesa sono quelli che hanno una vera e propria mission e che pensano realmente a come destinare la spesa. Ed è proprio nella mission che andrebbe indagato il valore dei fondi europei. Comprendere che il vero scopo dell’UE è di aiutare gli Stati a crescere per correre alla stessa velocità. Allora, ricordiamo, che non è sempre “colpa dell’Europa”. 

 

di Mariavittoria Radano

 

Fonti e letture consigliate:

https://ec.europa.eu/info/index_it

https://www.linkiesta.it/2020/06/coronavirus-recovery-fund-italia-fondi-europei/

https://abcdeuropa.com/i-fondi-europei-cosa-sono-e-perche-litalia-non-li-sa-usare/

https://it.businessinsider.com/fondi-europei-italia-quanti-ne-prende-problema-soluzione/

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