L’instancabile protesta dei cittadini bielorussi

L’instancabile protesta dei cittadini bielorussi

La protesta post-elettorale in Bielorussia è più viva che mai, ma alle masse che hanno riempito le piazze e le strade della capitale Minsk e delle altre città del Paese dallo scorso agosto, attirando l’attenzione dei media di tutto il mondo, si sta ora affiancando un’organizzazione meno vistosa, che diminuisce il rischio per i manifestanti pro-democrazia di incorrere nei fermi violenti da parte delle unità antisommossa OMON. 

La fine della spirale di violenze di regime è una delle tre richieste dei manifestanti, insieme a quella di elezioni trasparenti che riconoscano l’effettiva vittoria di Svjatlana Tichanoŭskaja alle ultime presidenziali e a quella di vedere liberi i prigionieri politici, tra cui proprio il marito dell’attuale leader di opposizione, scesa in campo solo per proseguire l’impegno politico del consorte. La protesta ormai prosegue ininterrottamente da più di 220 giorni e con essa si continua a documentare, grazie al contributo di innumerevoli foto, video e racconti dei manifestanti, la violenza cieca e indiscriminata con cui il regime, tramite il costante utilizzo delle forze armate e dei corpi di sicurezza, cerca di soffocare la lotta per la democrazia in una nazione che, dalla salita al potere di Aleksandr Lukashenko nel 1994, è diventata gradualmente apatica. 

Proprio questo era l’obiettivo del Presidente: dare vita a una stagione di autoritarismo di cui il Paese soffre ancora oggi. Scopo facilmente raggiunto dopo aver indetto e vinto i referendum del 1996 e del 2004 (anche in questi casi con dubbi sulla correttezza delle operazioni di conteggio dei voti sollevati da Stati Uniti e alcuni Paesi europei) grazie ai quali si era dapprima assicurato l’accentramento del potere legislativo e, successivamente, la possibilità di essere rieletto oltre il limite dei due mandati. I sospetti di brogli elettorali hanno caratterizzato ogni elezione, ma di fatto Lukashenko detiene il potere da ormai ventisei anni, e con i dati ufficiali relativi al voto di agosto 2020 è iniziato il suo sesto mandato consecutivo. 

Belarusian President Alexander Lukashenko, center, gives a speech during a military parade that marked the 75th anniversary of the allied victory over Nazi Germany, in Minsk, Belarus, Saturday, May 9, 2020. (Sergei Gapon/Pool Photo via AP)

Le proteste degli elettori, però, non si sono fatte attendere nemmeno questa volta: già dal pomeriggio del 9 agosto, con i primi sospetti di irregolarità nel conteggio dei voti e  un’insolita oltre che massiccia presenza di polizia per le strade del centro di Minsk, la gente si è riversata in strada dopo aver votato. La situazione si è aggravata la sera stessa, quando le unità antisommossa OMON hanno compiuto numerosi  atti di violenza ( pestaggi, lancio di granate stordenti, esplosione di proiettili di gomma e arresti indiscriminati) contro la folla che chiedeva agli osservatori in uscita dai seggi elettorali di dichiarare i risultati del proprio seggio.

Nei giorni successivi al voto, nonostante tre giorni di blocco di Internet su tutto il territorio nazionale, sono circolati sui canali indipendenti bielorussi numerosi documenti e video di brogli elettorali e di violenze della polizia nei confronti dei manifestanti. Tuttavia, questa volta non siamo di fronte a un movimento di protesta disperso nel giro di pochi giorni, come accadeva precedentemente: in questa occasione i cittadini bielorussi hanno dimostrato, come lo stanno dimostrando tutt’oggi, una coesione che non era mai stata parte dello spirito popolare, ispirandosi all’esempio dell’unione politica che ha visto correre insieme, per l’opposizione, Svjatlana Tichanoŭskaja, Maria Kalesnikava e Veronica Tsepkalo. Per la prima volta dopo anni si è respirata la determinazione dei cittadini bielorussi ad alzare la testa, mettere da parte la paura che ha spento le proteste precedenti e chiedere a gran voce una svolta democratica del Paese.

Opposition supporters protest against disputed presidential elections results at Independence Square in Minsk on August 18, 2020. (Photo by Sergei GAPON / AFP) (Photo by SERGEI GAPON/AFP via Getty Images)

Dai massicci cortei domenicali nel centro della capitale, Minsk, dove la voce di migliaia di manifestanti intonava “Zyvie Belarus!” (Viva la Bielorussia!) e sventolava le bandiere bianco-rosso-bianco, fino alla marcia pacifica delle donne davanti agli OMON, passando per gli scioperi nelle fabbriche, dove il Presidente Lukashenko solitamente ha sempre goduto di largo consenso, la Bielorussia si è scoperta determinata a voler porre fine al regime nato nel lontano 1994. La risposta delle forze di sicurezza, però, si è rivelata altrettanto forte.

Secondo l’ultimo report dell’ONG bielorussa per i diritti umani Viasna, dall’inizio della campagna elettorale di maggio fino alla fine del 2020 sono state arrestate oltre 33mila persone, la maggior parte delle quali è stata in seguito condannata a pene detentive amministrative e a pesanti ammende: 269 di questi sono riconosciuti come prigionieri politici ( secondo i dati aggiornati al 7 marzo 2021), mentre contro altri 650 di loro sono state formulate accuse penali. Nessun caso di uso eccessivo della forza è ancora stato aperto nei confronti degli agenti, che rispondono direttamente a Lukashenko e sui quali l’autorità dello stesso Presidente pende, dato che il dissenso popolare ha messo seriamente in discussione.

Questo spiega perché l’ultima ondata di repressione sia stata la più violenta mai vista sotto Lukashenko. Nonostante la paura, nelle ultime settimane i manifestanti stanno trovando modalità alternative per portare avanti la protesta. Infatti, poiché è proprio durante le grandi proteste di piazza della domenica che la polizia intercetta più facilmente i manifestanti, il nascente spirito di unità del popolo bielorusso sta facendo sì che tra vicini di casa e tra quartieri ci si organizzi per manifestare, riunendosi nei cortili dei condomini o facendo piccole marce nelle vie del quartiere, in modo da non attirare l’attenzione delle squadre speciali OMON. 

L’atto più sovversivo compiuto dai manifestanti è quello di esporre dal balcone o di portare per strada la bandiera bianca-rossa-bianca della Bielorussia indipendente dall’Unione Sovietica, che Lukashenko ha bandito a favore di quella rossa-verde per richiamare il periodo in cui il Paese ne era parte. Tuttavia, la polizia, spesso in borghese, arriva fin nelle case, tagliando via quelle bandiere. Se ne era accorto Roman Bondarenko, giovane pittore di trentun anni, arrestato la sera dell’11 novembre 2020 dopo essersi avvicinato a degli uomini a volto coperto, ma in abiti civili, che rimuovevano i nastri biancorossi da una ringhiera. Il giovane cittadino bielorusso è deceduto il giorno dopo a causa delle percosse subite sotto la custodia della polizia.

L’inizio del 2021 è stato segnato da una sempre maggiore organizzazione orizzontale delle proteste, a cominciare da quella settimanale dei pensionati di Minsk che il 4 gennaio hanno stabilito il luogo di incontro con un codice (“TKNK FF”), in modo da evitare l’arresto. Anche i comitati di quartiere si stanno strutturando in modo sempre più fine, con persone che hanno come unico compito quello di controllare e avvertire di un eventuale arrivo della polizia. 

Intanto, Svjatlana Tichanoŭskaja, per la quale la procura generale delle Bielorussia lo scorso 5 marzo ha chiesto l’estradizione, dirige i canti di libertà dei suoi concittadini, intessendo relazioni con i leader europei e dalla Lituania, il Paese in cui ha dovuto rifugiarsi per paura di ritorsioni del governo. L’Unione Europea, inoltre, a fine gennaio ha attivato il quarto pacchetto di sanzioni nei confronti dei collaboratori del regime. 

È il momento di non lasciare soli i bielorussi nella loro lotta, parlando del coraggio e della determinazione di questo popolo affamato del sapore dolce di una democrazia che stava appena assaggiando tra il 1991 e il 1994, sostituito dall’amaro sapore di ferro lasciato sui denti dai manganelli.

di Francesca Staropoli

 

Fonti e approfondimenti:

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