L’importanza di prendere posizione riguardo alla Repubblica dell’Artsakh

L’importanza di prendere posizione riguardo alla Repubblica dell’Artsakh

La crisi del Covid-19 ha tolto interesse ad una vicenda che può influenzare gli equilibri geopolitici mondiali. Dal 27 settembre 2020, dopo più di 20 anni di cessate il fuoco (più o meno rispettati), è ripreso il conflitto tra armeni ed azeri per la contesa del territorio del Nagorno Karabakh.

Il 26 dicembre del 1991 cessava di esistere ufficialmente l’Unione Sovietica; la sua dissoluzione ha, però, radici precedenti. La prima a dichiararsi indipendente fu la Lituania nel 1990, poi le altre nazioni baltiche ed a cavallo tra l’agosto 1990 ed il settembre del 1991 fu la volta di Azerbaijan e Armenia.

Questi due Paesi, situati nel Caucaso meridionale, confinano tra di loro, ma le differenze tra i due popoli sono state sempre motivo di tensioni. Il primo, l’Azerbaijan, è uno Stato con grandi risorse naturale, in forte espansione turistica e membro del Consiglio d’Europa dal 2001. La maggioranza della popolazione è musulmana sunnita e si parla l’azero, una lingua di origini turche. Il territorio è anche il centro del Turchestan, un’ampia regione storica dell’Asia Centrale che oggi è generalmente abitata da popoli di discendenza turca. Tuttavia, tra Baku ed Ankara c’è in mezzo Yerevan.

L’Armenia, anch’essa presente nel Consiglio d’Europa, è una nazione a maggioranza cristiana, la cui lingua è l’armeno, una lingua indoeuropea che ha delle influenze persiane. L’Armenia, con i popoli Turchi, non ha mai avuto un bel rapporto. Tra il 1915 ed il 1916, l’impero Ottomano perpetrò un vero e proprio genocidio, che portò alla morte di oltre 1,5 milioni di Armeni. Con l’avvento dell’Unione Sovietica le tensioni tra il popolo azero e quello armeno si affievolirono, per rinascere sul finire degli anni ’80, quando, per volontà di alcuni deputati armeni, prese piede con fermezza l’idea di riunire e rendere indipendente la regione dell’Armenia.

Il conflitto scoppiò in seguito al voto del soviet del Nagorno Karabakh, il quale, facendo leva sulla legge dell’Urss allora vigente, dichiarò la nascita della Repubblica del Karabakh- Artsakh. In base a tale disposizione del 1990, se all’interno di una repubblica sovietica, che decideva il distacco dall’Unione, vi era una regione autonoma (oblast’), questa aveva diritto di scegliere attraverso una libera manifestazione di volontà popolare se seguire o meno la repubblica secessionista nel suo distacco dall’Urss. Inutile dire che tutto ciò fu mal digerito dagli azeri. Così, mentre l’Azerbaijan prima e l’Armenia poi si dichiararono indipendenti da Mosca, il 10 dicembre 1991 la neonata repubblica del Nagorno Karabakh-Artsakh votò il referendum confermativo al quale fecero seguito le elezioni politiche per il nuovo parlamento.

L’Azerbaijan, la cui volontà era di non rinunciare ad un territorio nel quale maggioranza etnica della popolazione era armena, iniziò a bombardare la regione facendo scoppiare un conflitto durato due anni e terminato nel maggio del 1994 dopo oltre 30mila morti. Da allora la regione de facto è una repubblica indipendente mentre de iure fa parte del territorio Azero anche se, in base alle leggi dell’epoca sovietica, la nuova repubblica del Karabakh non ha mai fatto parte ufficialmente della nuova repubblica dell’Azerbaigian.

Negli ultimi 20 anni, tra meeting di pace, scontri al confine e trattative per il cessate il fuoco operate all’interno del cosiddetto “Gruppo di Minsk”, la situazione è stata quasi sempre sotto controllo fino a quando, a partire dal 2014, si è registrato un progressivo aumento della tensione che ha portato all’escalation militare dell’aprile del 2016: guerriglia di confine durata quattro giorni e  si concluse con un accordo di “cessate-il-fuoco” mediato dalla Russia con l’appoggio degli Stati Uniti.

Nell’ultimo mese, a partire da settembre 2020, il conflitto è ripartito, ma la situazione sanitaria mondiale lo ha relegato a questione marginale e nelle cronache dei tg neanche se ne parla più. L’importanza della guerra tra Armenia e Azerbaijan è però cruciale, sia perché è combattuta in una regione, quella del Caucaso, da sempre instabile e che ha affinità antropiche con la Jugoslavia (sappiamo tutti cosa è successo), sia perché cela questioni religiose e soprattutto economiche che non vanno sottovalutate. Questa apparente guerra tra due ex Repubbliche Sovietiche in realtà nasconde il supporto della Turchia ai “cugini” azeri che possono contare sul rifornimento di materiale bellico e sulla forza dei mercenari jihadisti siriani e da sempre impegnati in una guerra di culto contro il popolo cristiano armeno.

Dall’altro lato l’Armenia ha il supporto della Russia, che con Yerevan ha un patto di cooperazione militare legato all’appartenenza all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO) e al sistema congiunto di difesa aerea della Comunità degli Stati Indipendenti, nata dopo lo scioglimento dell’URSS. Putin però non ha nessun interesse a risolvere la situazione in favore dell’Armenia sia perché quest’ultima è arrivata a un passo dalla richiesta di integrazione con l’UE, sia perché Mosca fornisce il 31% dell’approvvigionamento militare a Baku. Il coinvolgimento, accertato dalle forze di difesa armene, di caccia F-16 turchi, non fa però certo piacere alla Russia ed il pericolo turco potrebbe far svegliare sentimenti anti-sunniti da parte dell’Iran, la cui maggioranza musulmana è sciita e contrasta da sempre l’espansione dell’ex Impero Ottomano nella regione centro-asiatica.

Questo conflitto dovrebbe far mobilitare l’Europa, il timore è però che gli interessi economici prevalgono su quelli umanitari e giuridici. Dall’Azerbaijan, infatti, parte la rete di gasdotti di cui una parte arriverà fino in Puglia con il Tap. Il sospetto è che la Turchia stia investendo molto in questo conflitto per la voglia di realizzare il progetto del Panturchismo in Medio Oriente e sappiamo bene quanto Erdogan stia cercando di ricostruire l’immagine di una Turchia forte, capace di essere tra le nazioni leader mondiali. In questo contesto, la piccola Armenia rappresenterebbe un ostacolo geografico di collegamento tra l’est e l’ovest della “Grande Turchia”. Proprio questo metterebbe in pericolo gli armeni che potrebbero subire una nuova pulizia etnica nelle aree controllate dall’Azerbaigian.

In una situazione già grave, che ha visto in queste poche settimane di combattimenti più di 70 mila sfollati, almeno di alcune centinaia di civili uccisi da entrambe le parti e la pandemia da coronavirus che sta colpendo in modo violento  Armenia e Azerbaijan, la crisi umanitaria è dietro l’angolo e l’Europa non può voltarsi di spalle e far finta che non accada nulla poco fuori da suoi confini. C’è, per questo, bisogno di un’Europa unita, che torni ad essere un attore principale della diplomazia internazionale per non lasciare il passo agli interessi di Russia, Stati Uniti e Turchia.

C’è solo un modo per mettere fine alle ostilità ed è quello del riconoscimento internazionale del principio di “secessione riparatrice” dell’Artsakh. L’Europa deve farsi promotrice del riconoscimento per la Repubblica del Nagorno Karabakh, sia perché le forze azere hanno iniziato un bombardamento massiccio contro le popolazioni civili dell’Alto Karabakh, e ciò non è tollerabile, ma soprattutto perché il “Problema Erdogan” è tale anche quando le sue mire espansionistiche si riflettono oltre il terreno del Mar Mediterraneo. Un rafforzamento del regime di Ankara comporterebbe gravi problemi di stabilità sia all’interno della NATO, sia per la stessa Unione Europea che si vedrebbe schiacciata ad est da un Putin sempre più autoritario, che avrebbe tutto l’interesse di stabilire un patto di non belligeranza con Erdogan in chiave anti-europea.

Con un riconoscimento internazionale si potrebbe invece trovare un compromesso che assicuri una continuità territoriale tra l’Azerbaigian e l’Armenia. Il riconoscimento della Repubblica satellite di Yerevan costituirebbe un reale fattore di rottura rispetto allo status quo esistente dal 1994, e soprattutto un mezzo per fermare la guerra in corso e per mettere in discussione l’influenza turca e russa sulla regione.

di Claudio Petrozzelli.

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