L’impatto del Covid-19 sullo spreco alimentare

L’impatto del Covid-19 sullo spreco alimentare

Una riflessione in merito all’importante valore del cibo ed ai piccoli ma grandi gesti quotidiani che potrebbero salvaguardare il nostro Pianeta.

Le desolanti immagini degli scaffali vuoti nei supermercati, viste a inizio emergenza, sono tra quelle che verranno ricordate più a lungo. Le prime preoccupanti notizie sulla gravità e diffusione del contagio, infatti, hanno portato le persone ad accumulare scorte, con il conseguente “saccheggio” dei supermercati e la sparizione di beni di largo consumo, come ad esempio la farina. Tanto è vero che nell’ultima settimana di febbraio era stato registrato un incremento delle vendite nella GDO (Grande Distribuzione Organizzata) del 12% rispetto alla stessa settimana dell’anno precedente.

I dati del 2019 forniti dal Ministero dell’Ambiente denunciano che in Italia lo spreco alimentare arriva a 15 miliardi € (quasi 1 punto del PIL nazionale) e i ¾ rappresentano il cibo che gettiamo in casa. La preparazione casalinga dei pasti, se da un lato può portare ad un miglioramento delle abitudini alimentari (eccessi a parte), dall’altro può essere causa di un incremento nello spreco alimentare, dovuto soprattutto al rischio di non consumare il cibo prima della scadenza e del loro conseguente deterioramento.

In effetti, le notizie sono contrastanti: se secondo alcune fonti il lockdown ha ridotto lo spreco alimentare per cause prettamente economiche, (nel senso che tenendo conto dell’effetto crisi, stiamo un po’ più attenti allo spreco); secondo altre, l’eccesso di acquisti ed il mancato consumo hanno aumentato la quantità di cibo gettato nelle pattumiere. I prodotti alimentari più sprecati sono risultati essere verdura, frutta fresca e pane. A distanza troviamo pasta, patate, uova, budini, derivati del latte.

Secondo la FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nation), il volume totale dello spreco di cibo, è pari a quasi tre miliardi di tonnellate annue, fra prodotti primari e commestibili.

Nel nostro paese, nel giro di un anno, si spreca tanto cibo quanto potrebbe soddisfare il fabbisogno alimentare di tre quarti della popolazione italiana. Un anno di spreco alimentare in Italia sfamerebbe ben 44 milioni e mezzo di abitanti. Non c’è da meravigliarsi, allora, nell’apprendere che gli sprechi alimentari nel mondo potrebbero arrivare a sfamare l’intera Africa.

Secondo i dati dell’Osservatorio Waste Watcher, ci sono diverse ragioni che portano gli italiani a buttare parte di quanto acquistato al supermercato. In più della metà dei casi (63%) ciò accade perché l’alimento è scaduto oppure ammuffito. Altre ragioni sono legate, invece, alla tendenza a esagerare e calcolare male le porzioni: nel 58% dei casi è stato acquistato troppo cibo, mentre nel 43% è stato cucinato in eccesso.

Gli italiani, dunque, buttano con frequenza anche piccole quantità di alimenti, ma solo nell’ultimo periodo sta crescendo la consapevolezza dell’effettivo impatto di queste abitudini nel complesso.  Infatti, un intervistato su tre ha dichiarato di non avere le idee chiare su come prevenire gli sprechi e quali sono i danni che ne conseguono.

Numerose Università, tra cui quella di Bologna, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente, grazie al progetto Reduce, ha calcolato l’impatto economico del cibo che viene sprecato. I ricercatori hanno fatto i conti in tasca ai cittadini, arrivando a stimare che annualmente la cifra sprecata è di 196 euro. Sembra assurdo il sol pensiero, ma è così: sprecando cibo buttiamo via 196 euro all’anno.

È importante ricordare a questo proposito che un cibo sprecato non solo diventa inutile, ma è anche dannoso sia dal punto di vista economico che soprattutto dal quello ambientale e sociale. Dunque, tale spreco non è solo una questione di cibo. Per arrivare sulle nostre tavole, gli alimenti di cui ogni giorno ci nutriamo, hanno visto l’investimento di numerose risorse naturali con un altrettanto importante impatto ambientale. Insieme al cibo dobbiamo considerare che vengono sprecati risorse come acqua, fertilizzanti, suolo, combustibili fossili e fonti energetiche di ogni tipo.

Inoltre, gran parte del fabbisogno idrico mondiale è legato proprio alla produzione di cibo. Non a caso lo scialo alimentare è sinonimo di spreco d’acqua. Stando a una ricerca scientifica dell’Università “Federico II” di Napoli, nel 2012, lo spreco alimentare in Italia ha toccato i 1.226 milioni di metri cubi d’acqua impiegata per la produzione del cibo, che è poi stato gettato via senza essere consumato.

Non bisogna neanche dimenticare che tale spreco inquina anche l’aria. Sul fronte delle emissioni, sono 24,5 i milioni di tonnellate di biossido di carbonio sprigionati inutilmente in atmosfera per produrre beni alimentari destinati alla pattumiera. Il 20% di questi gas serra è legato al settore trasporti, di queste, 14,3 milioni di tonnellate di CO2 sono associate al cibo sprecato dai consumatori e 10,2 milioni di tonnellate sono legate alle perdite lungo la filiera alimentare.

Lo spreco alimentare è percepito come un problema, ma prevale l’idea che siano gli altri a doversene occupare, a partire dalle scuole che, secondo sei italiani su dieci, hanno il compito di educare e sensibilizzare a una cultura più sostenibile. Viene apprezzato l’impegno profuso programmi televisivi o famosi chef si impegnano in questo senso, ma quando si entra in casa prevalgono dubbi o ancora cattive abitudini.

Che fare, dunque, per ridurre lo spreco di cibo a livello domestico? In primo luogo, gli esperti suggeriscono di riempire il carrello della spesa con grande attenzione e di andare al supermercato solo dopo aver preparato una lista dettagliata di ciò che davvero serve. “Per preparare tale lista è importante avere ben chiaro in mente quanti pasti si consumeranno a casa e cosa si intende cucinare, in modo da non acquistare alimenti in eccesso” affermano all’EPA (United States Environmental Protection Agency), suggerendo anche di controllare bene ciò che si ha in casa per non comprare doppioni.

Il secondo pilastro anti-spreco è rappresentato invece dalla corretta conservazione del cibo: una dispensa ordinata permette di limitare le “dimenticanze” di cibi in angoli poco visibili, mentre le corrette regole di conservazione consentono di mantenere i cibi freschi commestibili più a lungo. Attenzione infine anche agli avanzi, che possono essere congelati oppure, se proprio non sono più commestibili, possono fertilizzare orti e giardini.

Ulteriori strategie per combattere lo spreco di cibo sono quelle di comprare se possibile da produttori locali, scegliere prodotti di stagione, usare meno prodotti trasformati, imparare l’arte della cucina di recupero, utilizzando avanzi e scarti, e non servire porzioni eccessive.

Nell nostro piccolo, quindi, possiamo contribuire a ridurre gli sprechi compiendo piccole ma grandi azioni quotidiane.

Certamente le iniziative di sensibilizzazione per contrastare lo spreco alimentare promosse negli ultimi anni, fra queste la Campagna europea “Un anno contro lo spreco” promossa da Last Minute Market con il Parlamento europeo nel 2010 (oggi denominata “Spreco Zero”), oltre all’Expo 2015 e la Carta di Milano, hanno contribuito a catalizzare l’attenzione su questo tema presente, seppure in misura diversa, a livello globale.

In Italia, tra i primi ad attivarsi per sensibilizzare la popolazione è stato il Banco Alimentare, una fondazione ONLUS che da sempre combatte contro lo spreco, redistribuendo cibo invenduto ma ancora commestibile ai più bisognosi.  Proprio il 25 febbraio la stessa fondazione ha pubblicato una nota molto importante in cui dichiara: “Vogliamo ricordare, oggi più che mai, che il cibo è un dono davvero prezioso: nemmeno una briciola di ciò che è stato acquistato merita di finire sprecata”.

In Belgio, nei comuni di Herstal e di Namur, una nuova norma impone ai supermercati di donare i prodotti invenduti, ancora consumabili, alle associazioni di volontariato che li ridistribuiscono alle persone indigenti.

In Danimarca il movimento di consumatori Stop Wasting Food porta avanti la lotta allo spreco alimentare con campagne di sensibilizzazione nelle scuole, conferenze pubbliche e seminari; inoltre, con la collaborazione di noti chef danesi ha realizzato una serie di ricettari, i Leftovers Cookbook, che spiegano come riutilizzare gli avanzi dei pasti per cucinare nuovi piatti.

Numerose, infine, sono le piattaforme online contro gli sprechi alimentari, come quelle del food sharing che si occupano dello scambio di cibo, oppure l’app “too good to go” che permette di acquistare l’invenduto del giorno ad un prezzo minore per evitarne lo spreco. Un altro esempio, seppur dettato da condizioni diverse, può essere la piattaforma “Spesa Sospesa”: una iniziativa di solidarietà nata in pochissimo tempo durante l’emergenza con l’obiettivo di unire la domanda e l’offerta, unire le persone in difficoltà e le aziende mettendo al centro i comuni.

Tuttavia, è doverosa una riflessione: è davvero necessario trovare questo tipo di soluzioni solo durante la crisi legata al COVID-19? Sarebbe molto importante prevenire lo spreco alimentare e trovare soluzioni simili ogni giorno per garantire un futuro sostenibile.

Il capo economista della FAO, Maximo Torero Cullen, ritiene che, sul lungo termine, gli effetti della pandemia imporranno una svolta radicale, necessaria e comporteranno una ridefinizione delle priorità. Il Covid-19 costringe il mondo e i governi a guardarsi allo specchio per modificare la propria immagine. «Questa pandemia può permetterci di capire cosa bisogna cambiare e quali nuovi comportamenti sia opportuno adottare, spiega Torero Cullen. Un focus prioritario riguarda la lotta allo spreco alimentare. Nella prospettiva di un cambiamento climatico, il Coronavirus può evidenziare quali siano i bisogni del Pianeta Terra e quale spazio sia necessario lasciare alla natura. Dobbiamo capire che non siamo soli».

L’approvazione della legge 166/2016 “Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi” rappresenta una tappa importante nel contrasto dello spreco alimentare in Italia.

Nonostante ciò, ritengo che ci sia ancora molta strada da fare in tal senso. Le istituzioni dovrebbero approfittare di questo momento di stallo per attuare politiche più rigide, che vadano a riorganizzare la filiera agro-alimentare, in quanto è possibile intervenire in diversi punti per ridurre lo spreco. Potrebbero incentivare il cittadino ad un minor spreco attraverso iniziative e pubblicità che creino informazione.

Bisognerebbe, inoltre, partire dai bambini e dai giovani, insistere perché l’educazione alimentare entri nelle scuole in modo istituzionale per l’ambiente e la sostenibilità. È importate capire che ridurre lo spreco alimentare significa contribuire a salvaguardare la nostra Terra ed è possibile farlo a partire da adesso.

 

di Cinzia De Lise

 

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