L’impatto del Covid-19 sul Sistema Sanitario Italiano: la ricentralizzazione è una via percorribile?

L’impatto del Covid-19 sul Sistema Sanitario Italiano: la ricentralizzazione è una via percorribile?

Il virus ha colpito duramente l’Italia: un focus sulla questione di una possibile riforma della gestione della sanità nazionale.

 

Curioso come il virus abbia fatto riemergere l’interesse del pubblico verso le modalità, date ormai per scontate nella odierna società del benessere, con il quale lo Stato tutela la salute, diritto fondamentale del cittadino.

Ciascuno di noi presume (pretende) che lo Stato sia in grado di tutelare tale bene tramite un apparato unico, come il Sistema Sanitario Nazionale (SSN): tuttavia, al netto di qualche articolo o servizio televisivo, il SSN non è mai stato al centro dell’attenzione.

Di colpo, è diventato uno dei temi più dibattuti.

Tant’è che, sui social come sui giornali, è emersa la proposta di ricentralizzare il sistema sanitario, sulla scia delle critiche mosse verso la gestione dell’epidemia portata avanti dalle Regioni più colpite.

Molti si chiederanno: ma perché ricentralizzare un sistema sanitario definito “nazionale”?

La crisi sanitaria di fronte la quale ci siamo trovati cambierà il rapporto Stato-Regioni in termini di gestione del sistema deputato alla tutela della salute?

Risulta necessario rivedere il sistema di welfare mix pubblico-privato su cui si basa il funzionamento del sistema in alcune regioni (Lombardia in primis)?

In merito alla gestione regionale della sanità, il virus ha indubbiamente generato tensioni e accuse reciproche, soprattutto tra le regioni del nord a trazione leghista duramente colpite (Lombardia, Veneto e Piemonte) e il governo centrale.

Tralasciando la mera querelle politica tra partiti di governo e opposizione, è giusto affermare, come alcuni sostengono, che c’è stato un fallimento nella gestione regionale del sistema sanitario?

Sicuramente è necessario mantenere la calma e separare la gestione di una situazione emergenziale da quella di una situazione normale.

Nella normalità è indubbio sostenere come alcuni sistemi sanitari regionali, tra cui quello lombardo, risultano essere esempi di eccellenza a livello non solo nazionale, mentre si presentano alcune criticità nelle regioni del Sud Italia, nonostante una prospettiva di miglioramento che si sta delineando negli ultimi anni.

A conferma di queste affermazioni anche alcuni dati relativi al fenomeno della massiccia “migrazione sanitaria”: molti cittadini preferiscono recarsi in centri di cura lombardi (ma anche di altre regioni virtuose) per ottenere prestazioni di livello.

Ciò delinea un elemento fondamentale che caratterizza la sanità lombarda: un sistema “forte” nella risposta specialistica, con ottimi centri pubblici e privati accreditati, quanto altrettanto “debole” in termini di risposta territoriale e relazione tra ospedale e territorio, come anche di integrazione sociosanitaria (nonostante i tentativi di riforma).

Questa debolezza potrebbe essere interpretata, purtroppo, come il fattore che ha determinato le più grandi difficoltà a livello lombardo nella gestione dell’epidemia; difficoltà, che, a quanto pare sembrano essersi presentate anche a livello piemontese, nonostante una gestione più basata sulle logiche di rete che sul quasi-mercato dei privati accreditati come in Lombardia.

Bisogna dar merito, invece, a dimostrazione della non totale inefficienza di una gestione regionalizzata della sanità, alla gestione attuatasi in una regione come il Veneto, capace di filtrare i pazienti tramite strutture territoriali efficienti ed evitando quindi il generarsi di focolai ospedalieri.

 

In merito alla domanda relativa ai possibili effetti del Covid-19 sul welfare mix pubblico-privato, la risposta appare più semplice, pur lasciando da parte alcuni aspetti legati alla teoria economica che giustificano l’intervento pubblico nei sistemi sanitari (questione del cream skimming territoriale o della fornitura di alcuni servizi, quale quello di pronto soccorso).

Una questione, quella del welfare mix, riemersa sicuramente a causa delle aspettative di un forte intervento pubblico in risposta all’epidemia. Laddove “pubblico”, però, è anche, sulla carta, il soggetto privato accreditato.

Come sostiene Longo sul Corriere della Sera, appare sterile tale discussione sul rapporto pubblico- privato, in quanto c’è del buono e del cattivo nell’uno e nell’altro.

Quindi, quale futuro per il Sistema Sanitario Nazionale?

Ritornare ad una gestione centralizzata appare sostanzialmente impensabile.

Quello che manca sembra essere più una visione di insieme che altro: bisogna andare oltre una situazione emergenziale, tragica, ma destinata, una volta trovato il vaccino, ad essere definitivamente archiviata.

L’invecchiamento della popolazione è la grande questione dei nostri tempi. È necessario ripensare e potenziare il sistema sanitario a livello territoriale, rendere flessibile l’assistenza grazie anche alla tecnologia (telemedicina), aumentare le cure domiciliari, il tutto rimettendo al centro del sistema il medico di famiglia, vero cardine del sistema sanitario nazionale e dei sistemi sanitari regionali.

 

Scritto da Federico Stassi.

 

 

Fonti e ulteriori letture: