Leela Hazzah e i guardiani dei leoni

Leela Hazzah e i guardiani dei leoni

Ci sono persone che di fronte alla realtà restano spettatrici e si arrendono a ciò che è sempre stato uguale, a ciò che fa parte di una cosiddetta “tradizione”. Poi, invece, c’è chi come Leela Hazzah non si accontenta di guardare e decide di intervenire.

 

Negli altopiani fra Kenya e Tanzania, in una terra arida e delimitata da ripide scarpate, vive una delle tribù più conosciute fra quelle africane: i Masai. Questo popolo, che in passato conduceva una vita nomade, è oggi pressoché stanziale e vive di transumanza.

I Masai credono che la loro origine sia da ricondurre a Mamasinta, il capostipite della tribù, il quale risalì il grande burrone e diede inizio al popolo Masai. Gli archeologi dicono, però, che essi arrivarono in queste terre insieme ad altri popoli neolitici, che migrarono verso sud dalla valle del Nilo intorno al secolo XVI.

Descritti spesso come un popolo guerriero, i Masai hanno in realtà un’indole pacifica nei confronti degli estranei che nel corso della storia hanno transitato sulle loro terre. Trovandosi a contatto con carovanieri schiavisti, con coloni bianchi e con colonizzatori britannici, hanno spesso assunto il ruolo di vittima più che di carnefice.

In particolare, nei primi anni del ‘900, con l’arrivo degli inglesi lo spazio vitale dei Masai venne radicalmente ridotto e continuò a restringersi con la fondazione di diversi parchi nazionali, che spinsero la tribù a ritirarsi nelle zone più sterili e ostili della regione.

Oggi vivono di pastorizia e molte delle loro tradizioni ruotano attorno al bestiame. Esso, infatti, oltre a costituire un’importante fonte di cibo e di sostentamento, rappresenta un segno di ricchezza, è la principale merce di scambio e permette agli uomini di assicurarsi una donna da sposare.

Credono in un solo Dio, Enkai, che è il creatore del mondo e si rivela con diversi colori a seconda della sua natura; per esempio se è nero è buono, se è rosso è arrabbiato. È però interessante notare come oggi molti Masai si siano avvicinati alla religione cristiana, segno di una crescente apertura al mondo occidentale.

La tradizione di questo popolo ruota rigidamente attorno a diverse fasi della vita. Le fasi sono tre e per passare da una all’altra si compiono precisi rituali di passaggio. Per citarne uno, il passaggio dalla fase dell’infanzia a quella del guerriero è caratterizzata dalla circoncisione, un’operazione dolorosa che non è esente da rischi per la salute del giovane moran. Durante la guarigione, l’aspirante guerriero si vestirà con una veste fatta con pelle di capra e si disegnerà il volto con della terra bianca. Inoltre, per dimostrare le proprie capacità di sopravvivenza, vivrà in una casa priva di recinzioni e dovrà stare nella foresta per mesi, cacciando e affinando l’uso della lancia.

Un’usanza singolare, che in anni recenti ha suscitato particolare interesse, è quella per cui un Masai, per guadagnare prestigio e rispetto, può decidere di andare a caccia di un leone e di ucciderlo con la sua lancia. Questa tradizione, che segna un rituale di passaggio molto importante, non è esente da ripercussioni negative.

La sopravvivenza dei leoni è infatti in pericolo. Basti pensare che 60 anni fa la popolazione di leoni si aggirava attorno a mezzo milione, mentre oggi questo numero è sceso drasticamente fino ad arrivare a circa 29 mila esemplari. Metà di questi leoni sono concentrati in Africa orientale, in altre parole si può dire che i leoni e i Masai condividono la stessa terra.

E anche se (ovviamente) la diminuzione demografica dei leoni non è da imputare esclusivamente a questa pratica Masai, è un peccato che un popolo così a contatto con animali meravigliosi segua una tradizione che prevede l’uccisione di essi. Ma d’altronde com’è possibile trasformare un’usanza così radicata in una tribù indigena che ha sempre agito in questa maniera?

La risposta a questa domanda ci è concessa dalla Dr.ssa Leela Hazzah, una biologa egiziana che ha vissuto per oltre un anno a contatto con i Masai. Essendo interessata a preservare la popolazione di leoni e a proteggerla dalle uccisioni dei bracconieri, Leela iniziò a stringere dei legami con coloro che più di chiunque altro vivono accanto a questi animali.

Parlando con i guerrieri Masai, Leela scoprì che questi uomini sono fieri di poter raccontare di aver ucciso un leone con le proprie mani, poiché tale gesto concede un grande prestigio al guerriero. Però, continuando a conoscere queste persone, emerse che ciò che genera onore non era l’atto dell’uccisione in sé, bensì l’avere un qualcosa da poter mostrare e dimostrare al resto della tribù, una sorta di simbolo, di manifestazione del proprio valore.

Uccidere il leone non era il fine, ma un mezzo per raggiungere il prestigio desiderato. Leela ebbe quindi un’idea brillante. Si domandò: “Che cosa succederebbe se un Masai, per ottenere rispetto e mostrare il proprio valore, salvasse un leone invece che ucciderlo?”.

Nel 2007 Leela riuscì a persuadere alcuni guerrieri e a convincerli che per essere ammirati dagli altri membri della tribù non fosse necessario uccidere un leone, ma fosse più proficuo e degno di rispetto proteggerne uno. Quest’idea, inizialmente particolare, non solo si concretizzò, ma si dimostrò essere alquanto popolare fra i Masai, che cominciarono ad abbracciarla con passione.

Leela scoprì che i Masai in realtà ammiravano la bellezza e la forza dei leoni e che, spesso, l’uccisione per mano loro di questi animali era attuata come vendetta in seguito alla perdita di bestiame, che veniva cacciato dai leoni affamati. Aiutando i Masai a proteggere meglio mucche e capre, Leela contribuì a placare il loro bisogno di vendetta e ad aumentare l’interesse e l’ammirazione che questo popolo riservava per i leoni.

Lo stesso anno (2007) la biologa fondò l’organizzazione Lion Guardians, con lo scopo principale di ridurne l’uccisione. Coloro che una volta uccidevano questi animali divennero così i “guardiani dei leoni”. Questi Masai oggi tengono traccia dei leoni, seguono i loro spostamenti, annotano i loro cambiamenti demografici e, spesso, assegnano loro dei nomi. L’assegnazione di nomi è molto importante, perché crea un legame empatico fra il guardiano e l’animale.

Dopo sette anni l’organizzazione copriva un’area di circa 4.000 km quadrati, nel nord della Tanzania. Grazie all’aiuto dei Masai, l’organizzazione registrò una riduzione del 99% di uccisioni di leoni in quell’area.

Inoltre, ad una diminuzione delle uccisioni corrispose un aumento della popolazione di leoni. Ciò che risulta interessante notare è come questo aumento si sia osservato esclusivamente nelle aree d’azione di Lion Guardians, mentre in quelle dove l’organizzazione non era ancora arrivata, la popolazione di leoni diminuiva.

Per questi risultati la Dr.ssa Hazzah è stata nominata fra le “Top ten heroes” dell’anno 2014 da CNN e ha vinto il “Young Women Conservation Biology Award”.

La passione, l’intraprendenza, la sensibilità e l’estrema abilità di muoversi e di intervenire in una cultura così diversa da quella occidentale, dimostra come Leela Hazzah sia una donna straordinaria, in grado di comprendere e di cambiare una tradizione radicata in una società indigena come quella Masai.

Leela Hazzah ci offre un punto di riflessione estremamente importante e che non dovrebbe restare isolato a questo caso singolo, cioè a quello di una cultura indigena e lontana. La sua storia e quella dell’interazione interculturale fra il nostro mondo e quello dei Masai, ci porta a riflettere su come anche le differenze che appaiono insormontabili e che sembrano frapporsi fra la comunicazione di due culture differenti, possano invece rappresentare dei punti di incontro e di confronto che possono aprire la strada ad un miglioramento globale.

Questa storia ci ricorda come l’ascolto sincero, privo di pregiudizio, possa far luce sui pensieri, sulle credenze, sui bisogni e sulle necessità che descrivono le diverse culture con le quali comunichiamo e le persone con le quali parliamo e con le quali condividiamo più di quanto si possa pensare.

 

di Giacomo Catani.

 

Fonti e ulteriori approfondimenti:

 

  • Intervento di Leela Hazzah al “15th anniversary of The St Andrews Prize for the Environment” (29 aprile 2014)
  • V. Cecchini (2020), Kenya. Il fascino della tribù Masai: storia e tradizioni dei guerrieri della Savana, Focus on Africa
  • https://www.survival.it/popoli/masai 
  • M. Dunn (2014), Transforming lion killers into ‘Lion Guardians’, CNN
  • Fonte immagine “Leela Hazzah con Masai”: https://www.alumnipark.com/share/alumni-world/stories/leela-hazzah/ 
  • Fonte immagine “Guardiano dei leoni con antenna”: https://www.savethemwithsound.org/lion-guardians (photo by Philip J. Briggs)

 

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