Leader e masse: la psicologia delle folle ieri ed oggi

Leader e masse: la psicologia delle folle ieri ed oggi

Fin dal principio della storia sociale dell’umanità, è possibile identificare due elementi legati fra loro: la massa, cioè un insieme di persone unite secondo un fattore comune, e il leader, cioè colui il quale possiede le caratteristiche tali da permettergli di guidare una massa. Il termine masse entrò in uso nel periodo della Rivoluzione Industriale, ma ciò che in seguito suscitò l’interesse degli accademici fu il movimento degli scioperi operai e delle folle, che spesso causavano il caos nelle piazze.

Gustave Le Bon pubblicò nel 1895 l’opera Psychologie des foules, con l’obiettivo di rappresentare una guida al comportamento delle masse, intese come grande quantità indistinta di persone che agisce in maniera uniforme. Le Bon aveva una concezione negativa delle folle: le definiva impulsive e incapaci di avere un’opinione propria. Sostiene infatti che le folle abbiano bisogno di una guida, una figura di riferimento per pensare e per agire. Alla base del funzionamento delle folle si trovano tre meccanismi: il contagio mentale, il senso di potenza che deriva dal far parte del gruppo e la suggestionabilità.

Nella folla l’individuo retrocede verso un inconscio collettivo che determina la perdita della coscienza soggettiva. In questo modo l’individuo può agire in modo imprevedibile, poiché perde contatto con il proprio senso di responsabilità, il quale è distribuito fra i membri del gruppo. Le Bon sostiene inoltre che le folle non si lascino guidare da una teorica, moderata ed imparziale verità, bensì si lasciano sedurre da parole forti, da personalità decise e dalle impressioni che esse sono in grado di far sorgere nel loro spirito. Egli definisce il leader come un uomo carismatico, un uomo d’azione, capace di imporsi e guidare gli altri; un uomo che ricorre spesso ad affermazioni brevi, concise e ripetute, ma soprattutto forti. L’opera di Le Bon ebbe un peso innegabile: uomini come Mussolini, Lenin e Hitler lessero Psicologia delle folle e ne presero spunto per le loro campagne politiche.

Contributi più recenti della psicologia sociale hanno indagato alcuni concetti fondamentali di questo tema, fra cui la persuasione. Essa rappresenta il processo che, mediante atti di comunicazione, conduce alla formazione o modifica di atteggiamenti. La persuasione avviene in più fasi: esposizione del soggetto al messaggio, attenzione che esso dedica al medesimo, comprensione dei suoi contenuti, accettazione e condivisione dello stesso, memorizzazione ed, infine, azione. 

Secondo il modello Elaboration Likelihood Model, esistono due vie che conducono alla persuasione: la via centrale, che consiste in un’elaborazione razionale del contenuto del messaggio e la via periferica, che da importanza agli aspetti superficiali del messaggio. La pubblicità, tramite immagini visive e suoni, si basa soprattutto sulla via periferica ed è un esempio di messaggio subliminale. La persuasione è in grado di creare concordanza, ma essa è duratura nel tempo solo se la persona ha seguito la via centrale, cioè se ha davvero compreso il contenuto del messaggio.

Il canale di comunicazione assume particolare importanza nel determinare la persuasione, soprattutto nel contesto della nostra società contemporanea, nella quale, tramite la televisione e internet, vi è sovrabbondanza di pubblicità. Le persone facilmente distraibili sono quelle più soggette ad essere persuase, per questo le campagne politiche usano spesso tecniche di persuasione come immagini visive che distraggono dall’analisi delle parole del candidato.

Venendo ad approfondire la figura del leader, questa veniva inizialmente studiata soprattutto come figura agente all’interno delle organizzazioni lavorative. Ne conseguiva una leadership autoritaria, la quale non prestava troppa attenzione ai bisogni dei lavoratori. Ma con il tempo, questo cambiò. Ci si accorse come la partecipazione personale e collettiva dei lavoratori contribuisse a migliorare le condizioni di lavoro e di soddisfazione generale all’interno delle organizzazioni, le quali si riflettevano in un aumento dei profitti.

I leader iniziarono a comunicare con i lavoratori, accogliendo critiche e giudizi per migliorare i processi lavorativi, e a guidare il gruppo verso una meta condivisa. L’importanza attribuita alla leadership nel mondo del lavoro cominciò ad espandersi anche negli ambiti della vita politica e sociale. In queste realtà la leadership non è altro che l’arte di persuadere il popolo verso un obiettivo che trova desiderabile.

Esistono due modi di influenzare il comportamento umano: uno è manipolarlo, l’altro è ispirarlo. La manipolazione fa leva su fattori quali la paura, le aspirazioni e la pressione dei pari. La manipolazione, nel breve periodo, è molto efficace, eppure, nel lungo periodo perde la sua efficacia. Un leader che dà ai propri seguaci un senso di appartenenza e un sogno al quale aspirare, avrà sempre un grande seguito. L’aspirazione crea, cioè, una risposta a lungo termine.

Due esempi chiave possono esplicitare la differenza fra un leader manipolativo ed uno ispirativo: Adolf Hitler e Martin Luther King.

Hitler agì sin dal principio della sua vicenda politica in modo da manipolare il popolo tedesco e giungere al potere. All’interno del Mein Kampf si trova un capitolo dedicato interamente al tema della propaganda. Hitler definisce le masse come aventi un’intelligenza limitata e mediocre ed illustra come rivolgersi ad esse per soggiogarle. Scrive che una propaganda efficace debba essere basata su pochi punti, semplici e ripetuti, e sostiene che non abbia importanza se ciò che si sta comunicando sia vero o falso, l’importante è comunicare la propria verità e infiammare il cuore delle masse, creare in esse una reazione basata sulle emozioni invece che sulla razionalità.

Grazie al contributo dell’allora ministro della propaganda, Joseph Gobbels, Hitler attuò un tipo di propaganda come non si era mai vista. Essa era caratterizzata da un uso magistrale del colore, del suono e del movimento, atti a creare un’atmosfera di suggestionabilità. Le piazze erano piene di bandiere, di decorazioni e di slogan. E’ interessante notare come le parole utilizzate da Hitler nei suoi discorsi pubblici, caratterizzate da estremismo ed emotività, richiamano a quello stile di parole di cui parlava Le Bon: semplici, forti e capaci di infiammare lo spirito delle folle.

Martin Luther King rappresenta invece un esempio esemplare di leader ispirativo. Il suo credo era sincero e non aveva bisogno di ricorrere a stratagemmi propagandistici. Aveva carisma ed era un abile oratore. Utilizzava parole forti, che richiamavano alla giustizia e all’uguaglianza e si poneva, a differenza di Hitler, in prima linea con i suoi seguaci ed era pronto a rischiare le stesse punizioni. Infatti egli venne più volte incarcerato e subì diversi attentati, ma continuò a combattere per la causa. Causa per la quale, come tutti sanno, venne poi ucciso.

E’ possibile interpretare il trionfo di tutti quei leader che hanno avuto grande successo, attraverso una teoria chiamata Golden Circle. Secondo tale teoria un leader, per essere ispirativo, deve comunicare 3 cose: ciò che si propone di fare, il modo in cui vuole farlo e il perché.

Quando un leader parte dal comunicare “che cosa” vuole fare, egli non si differenzia dagli altri leader. Infatti, se King avesse professato “che cosa” voleva fare per appianare le differenze fra bianchi e neri, a livello prettamente politico, non avrebbe avuto lo stesso seguito che invece ebbe. Egli infatti, prima di tutto, partiva dal perché, da un livello più umano: nel suo discorso a Washington egli non parlò di un piano dettagliato e suddiviso in vari punti, ma ribadì con forza qual era il suo perché, qual era il suo sogno: il sogno di un’America libera dai pregiudizi e dalle ingiustizie. Ai “come” e ai “che cosa” avrebbero pensato altri.

Anche oggi, nella nostra società, per un leader è importante partire dal perché e avere una vision definita. Inoltre, bisogna tenere in considerazione i grandi cambiamenti avvenuti in ambito tecnologico e comunicativo.

E’ interessante notare come, nonostante siano cambiati i mezzi attraverso i quali i leader si rivolgono alle masse, alcuni principii rimangano ancora pressoché validi. Per esempio risulta che le parole più utilizzate nei post di Donald Trump siano quello stesso tipo di parole delle quali parlava Le Bon: semplici, monosillabiche, ma in grado di toccare le persone.

Il rischio che le informazioni che leggiamo tutti i giorni sui social network siano in certo modo manipolate è un rischio concreto. Se vogliamo proteggere la verità e il nostro diritto di informazione dovremmo prestare più attenzione alle dinamiche psicologiche sottostanti la comunicazione.

di Giacomo Catani

Fonte immagine “Hitler”: https://www.wishtv.com

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