Le ore più buie

Le ore più buie

L’assalto dei manifestanti rappresenta un colpo durissimo per il mondo occidentale e all’ordinamento dello stato di diritto americano. 

È inutile girarci intorno: il 6 gennaio 2021 verrà ricordata come una delle date più oscure della lunga storia degli Stati Uniti d’America. La manifestazione dei sostenitori del Presidente uscente era annunciata da giorni, ma nessuno avrebbe immaginato dei risvolti talmente tragici. La marcia dei manifestanti pro-Trump si è diretta verso Capitol Hill, come molte altre nel passato recente e remoto avevano fatto. Tuttavia, la sicurezza del palazzo governativo non era in alcun modo adeguata e in poco tempo è stata forzata, dando il via ad un vero e proprio assalto. Così, nella giornata nella quale il Congresso statunitense avrebbe dovuto certificare e celebrare la vittoria di Joe Biden, la festa della democrazia statunitense è stata distrutta dalla tracotanza di Donald Trump. Il bilancio è stato altrettanto pesante: 52 arresti e cinque vittime, di cui uno era un agente di polizia. Se la ratifica del Presidente eletto è stata fatta, solo nel cuore della notte a causa dei disordini, è stato grazie alla serietà mostrata dal Vicepresidente Mike Pence, che nell’ordinamento americano presiede l’aula del Senato, e alla determinazione della Speaker Nancy Pelosi.

Avviare una riflessione concreta su questa transizione turbolenta non è semplice, perché non ha precedenti nella secolare tradizione costituzionale americana. Capitol Hill è sempre rimasto uno spazio istituzionale neutro, rappresentante dell’unità del popolo americano. A livello storico il Congresso era stato violato solo nel lontano 1814, quando gli inglesi diedero fuoco a tutte le sedi istituzionali, Casa Bianca compresa, che al tempo erano ancora in costruzione. Da quel momento il Campidoglio divenne un simbolo per i cittadini statunitensi, da proteggere fino all’ultimo respiro. Nemmeno la furia degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 riuscì a toccare il tempio della democrazia americana. Ovviamente, ci sono stati durante il corso del Novecento alcuni tentativi di violare le Camere governative americane. Tuttavia, sono stati tutti episodi non andati a segno, o in ogni caso senza causare vittime, e perpetrati da singoli cittadini esaltati o con squilibri mentali.

Non è facile avviare una riflessione perché nemmeno a livello storico-costituzionale esiste un precedente di una transizione così difficile e controversa, con un Presidente uscente che contesta il risultato elettorale, pur senza prove, a pochi giorni dal passaggio della carica. Questo forse è l’elemento più grave. Negli oltre due secoli di vita dell’ordinamento americano il cambio di amministrazione è sempre stato un passaggio solenne, dove il popolo americano ritrovava la sua unità nella figura del Presidente, al di là di quale partito avesse vinto le elezioni. Neanche durante le controverse elezioni del 2000, quando George W. Bush vinse sullo sfidante Al Gore, per di più con uno scarto nettamente inferiore rispetto a quello dato da Biden a Trump, ci furono tali disordini. I democratici allora fecero ricorso alla Corte Suprema, ma quest’ultima certificò la regolarità del voto e il cambio di amministrazione si svolse senza alcun problema.

 

In ogni caso, il giorno seguente i media, i giornalisti e anche le istituzioni politiche americane e di tutto il mondo hanno ovviamente additato Trump come l’esecutore materiale e morale dell’assalto al Congresso. Sul piano pratico è ancora tutto da verificare. Per quanto il Tycoon abbia appoggiato inizialmente la protesta, per fare poi marcia indietro e condannare le violenze alcuni giorni dopo, è ancora da chiarire chi effettivamente abbia dato il via all’assalto. Su questo fronte, l’FBI sta indagando perché diversi sono gli aspetti oscuri di questa vicenda, dalla sicurezza inadeguata al ritardo dell’intervento della Guardia Nazionale, e solo tra qualche settimana si avrà (forse) qualche chiarimento in più.

Diverso, invece, il giudizio sul Presidente uscente sul piano morale. Nel suo intervento della mattina del 6 gennaio 2021, Trump aveva dichiarato ad una folla esaltata: “non ci arrenderemo mai”, interpretato da molti come un comando per dare inizio alla violenta protesta. Non è, tuttavia, questo l’elemento che deve essere tenuto di conto per comprendere il ruolo avuto dal Tycoon nelle violenze di Capitol Hill, almeno ad avviso di chi scrive. Bisogna analizzare più il “lavoro” svolto dal Presidente sul piano mediatico. Tramite le sue piattaforme social, in particolare Twitter, dove possedeva un vero e proprio esercito di follower, Trump ha soffiato per mesi sul fuoco delle divisioni sociali del popolo statunitense, alimentando la teoria delle elezioni rubate e del grande complotto nei suoi confronti.

Anche sul piano politico materiale ha cercato di dare credito alle sue dichiarazioni sui social network, andando continuamente a scontrarsi con il Congresso e con il suo stesso partito. Poco importava che i cittadini statunitensi fossero messi in ginocchio dalla furia del Covid-19 e della conseguente crisi economica o che la sicurezza degli Stati Uniti fosse messa a rischio da uno dei più imponenti attacchi hacker alle strutture nazionali (per di più additati subito come cinesi, ma rivelatisi russi in seguito): lui era vittima di un complotto, lui era stato derubato, lui doveva spingere la sua gente a ribellarsi. Molti analisti, durante i fatti del Congresso americano, hanno semplificato tutto con “questo è ed è sempre stato Donald Trump”, ma ciò non giustifica un tale atto. Le possibilità sono semplicemente due: il Presidente uscente ha agito senza rendersi minimamente conto delle potenziali conseguenze oppure sperava concretamente in un esito simile; quest’ultima ipotesi sarebbe a dir poco inquietante, ma non possiamo affermarlo con certezza. 

In ogni caso, il Presidente uscente ha caricato questa bomba ad orologeria a suon di Tweet. Nemmeno durante il corso dell’assalto portato avanti da parte dei suoi sostenitori, definiti come “il partito dell’ordine” dal Tycoon, Trump è uscito dalla narrazione del complotto e del furto elettorale. Nonostante gli appelli di Biden al suo indirizzo per fare un intervento pubblico al fine di ristabilire quell’ordine tanto amato da The Donald, il tono è rimasto sempre quello: “ci hanno derubato, ma andate a casa in pace e amore”. Il 7 gennaio si è raggiunto il culmine di questa messa in scena, quando Trump ha dichiarato che i fatti di Capitol Hill sono “il genere di cose che succedono quando una sacra vittoria elettorale a valanga viene strappata in modo così sgarbato e maligno da grandi patrioti che sono stati trattati male e ingiustamente per così tanto tempo”. Solo il giorno successivo ha condannato blandamente le violenze, ma solo dopo una pressione immensa. Dunque, è indiscutibile che sul piano morale il Presidente uscente abbia avuto le sue enormi ed evidenti responsabilità.

 

La questione, però, non sembra essere chiusa. Facebook e Twitter, a seguito di quanto successo a Washington, hanno deciso di sospendere permanentemente l’account di Donald Trump. Difficile da dire quali saranno i risultati di una mossa tanto drastica. Infatti, il Tycoon ha subito sollevato per l’ennesima volta la teoria del complotto nei suoi confronti: un vittimismo che rischia di inasprire ancor di più le divisioni all’interno della società americana. In questi giorni si è discussa persino una destituzione del Presidente uscente per mezzo del ricorso al XXV emendamento alla costituzione americana o tramite lo strumento dell’Impeachment. Mike Pence e lo stesso Biden hanno frenato, probabilmente a ragione. Una tale mossa sarebbe una tanica di benzina che potrebbe alimentare nuovamente il fuoco del vittimismo e del complottismo di The Donald.

Trump ha assicurato che la transizione sarà tranquilla, ma che non si presenterà alla cerimonia di inaugurazione: un ennesimo smacco alla tradizione costituzionale statunitense. Mancano ormai solo otto giorni alla fatidica data del 20 gennaio, quando Biden si insedierà finalmente alla Casa Bianca. Un passaggio mai così difficile e che lascerà lunghi strascichi nella società e politica americana. Un inizio del 2021 desolante, che rappresenta, però, anche un campanello d’allarme per i sistemi europei, dove tanti politici hanno come modello lo stesso Trump e lo imitano soffiando sul fuoco dell’astio sociale.  Purtroppo, sperando che la società americana ritrovi un briciolo di unità, la luce in fondo al tunnel ancora non si vede e probabilmente il nuovo anno sarà complesso allo stesso modo di quello passato.

 

di Gregory Marinucci

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