La storia della Crisi dell’ambasciata giapponese in Perù: quando la fortuna salvò Fujimori

La storia della Crisi dell’ambasciata giapponese in Perù: quando la fortuna salvò Fujimori

È una sera di dicembre del 1996: un commando di rivoluzionari irrompe nella residenza dell’ambasciatore giapponese in Perù. L’obiettivo è il dittatore Alberto Fujimori, ma per una serie di circostanze il presidente peruviano scampa all’attacco e ordina il massacro dei rivoluzionari per porre fine all’occupazione.

 

È il 17 dicembre del 1996. A New York, presso la sede dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan diventa ufficialmente il settimo segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Al 760 della United Nations Plaza piove a dirotto. Le raffiche di vento provenienti dall’East River non permettono neanche di fumare una sigaretta in santa pace. Il clima gelido della costa est degli Stati Uniti è mal sopportato dai rappresentati degli Stati membri situati nell’emisfero australe, che ormai stanno per accogliere l’estate nelle loro nazioni. Lo sa bene anche il rappresentante del Perù. Quello che però non sa è che, mentre maledice il vento nei pressi dell’imponente Palazzo di vetro, il suo Paese sta per affrontare una crisi diplomatica che lo metterà sotto i riflettori del mondo intero per ben quattro mesi.

A quasi seimila chilometri di distanza dalla concitata Assemblea generale dell’ONU, nello stato peruviano, più precisamente nella capitale Lima, si sta tenendo una festa in celebrazione del compleanno dell’imperatore Akihito nella residenza dell’ambasciatore giapponese Morihisha Aoki. Alla festa sono presenti circa 700 invitati, tra cui quattordici ambasciatori di varie nazionalità, il rappresentante delle Nazioni Unite Jakob Simonsen, vari generali e ministri ed alcuni membri della Corte Suprema. L’evento è molto sentito anche a causa delle chiare origini nipponiche del presidente del Perù, Alberto Fujimori, soprannominato appunto El chino.

 

Fujimori, figlio di immigrati giapponesi, nel 1996 era in carica da 6 anni. Il suo governo, di stampo neoliberista, si contraddistingueva per lo stile autoritario. Dal 1992, infatti, nel Paese sudamericano le libertà democratiche erano state cancellate a seguito di un autogolpe perpetrato come risposta ad un golpe fallito da una parte ribelle dei militari. El chino non era molto amato. L’iperinflazione altalenante in Perù e le misure attuate dal governo si traducevano in una sostanziale svalutazione dei salari, che gettò nella miseria ampie fasce della popolazione. La situazione non piaceva alle organizzazioni comuniste presenti nel Paese e molti tramavano una cospirazione nei confronti del presidente. Quale occasione migliore di una festa dove avrebbe dovuto presenziare anche il dittatore peruviano?

A seguito della repressione del 1992 il leader del Movimento Tupac Amaru (MRTA) era stato condannato all’ergastolo e la nuova guida, Nestor Cerpa Cartolini, tramava vendetta. Il momento propizio arrivò, dunque, in quel 17 dicembre del 1996. Alle ore 20:38 un commando di quattordici guerriglieri irrompe nella residenza dell’ambasciatore giapponese e, nel caos generale, i rivoluzionari cercano un solo uomo: Alberto Fujimori. In un misto tra stupore ed incredulità scoprono che il Presidente, incredibilmente, non era presente. Infatti, a causa di un non precisato impegno, il capo dell’esecutivo peruviano aveva deciso di non presenziare alla cerimonia. Tuttavia, erano presenti il fratello, la madre e la sorella, ma rappresentavano un bottino troppo magro per i guerriglieri: la missione era fallita. Cosa fare quindi con quelli che sono diventati, ormai, 700 inutili ostaggi?

Alle 22:30, la fazione del Comandante Evaristo, come era soprannominato Cartolini, rivendicava l’operazione “Rompere il silenzio”, subito dopo iniziavano le prime trattative con gli enti governativi. Tutte le donne e gli anziani, compresi i familiari di Fujimori, furono rilasciati la sera stessa. Il commando, i cui membri erano giovanissimi, nei successivi comunicati chiesero il rilascio di 400 dei loro compagni detenuti nelle carceri del Perù, tra cui Nancy, la compagna di Nestor Cartolini. Nei comunicati successivi i rivoluzionari pretesero un cambiamento radicale nella politica economica del Paese, affinché venisse garantito il benessere del popolo. Sostenevano, infatti, che «come gran parte del Sud del mondo, il Perù si trova sotto il tallone del neoliberismo e il suo sviluppo economico avviene a scapito delle masse popolari, in particolare delle popolazioni indigene».

All’inizio del gennaio del 1997 erano stati ormai liberati oltre 605 ostaggi. Mentre le trattative andavano avanti, i testimoni, che man mano venivano condotti fuori la residenza, ammettevano come la condotta dei rivoluzionari fosse stata sempre improntata sul rispetto dei diritti umani. Non era un segreto, infatti, che molti degli ostaggi chiesero anche un autografo al Comandante Evaristo. Rimanevano ormai solo 72 persone trattenute dal gruppo rivoluzionario, ma le trattative subirono uno stallo. Grazie anche alla collaborazione della Croce Rossa Internazionale, erano stati compiuti dei passi in avanti notevoli, ma il 22 aprile del 1997, senza che il commando potesse averne il minimo sentore, la “Crisi dell’ambasciata giapponese a Lima” trovò il suo epilogo.

Alle 15:25 di un soleggiato martedì primaverile, mentre i membri dell’MRTA erano impegnati, insieme ad alcuni ostaggi, nella consueta partita di calcetto nel cortile della residenza, 140 uomini delle forze di polizia speciali peruviane lanciarono l’operazione “Chavin de Huantar”, ponendo fine all’occupazione durata ben 126 giorni. Il blitz durò 25 minuti e fu una carneficina. Fu sterminato tutto il commando dei rivoluzionari, anche quelli che già si erano arresi. Nell’operazione morirono anche due militari ed un membro della Corte Suprema, ucciso per errore dalle forze armate.

Alberto Fujimori, che già aveva ricevuto accuse di violazione dei diritti dell’uomo, dopo le elezioni del 2000 si rifugiò in esilio in Giappone. Il destino del MRTA terminò quel 22 aprile del 1997, ma la lotta per la giustizia da parte dei peruviani andò avanti e quelle morti non furono un sacrificio invano. Nel 2005, mentre voleva tornare in Perù per presentarsi alle elezioni del 2006, fu bloccato ed arrestato in Cile grazie ad un mandato di cattura internazionale emesso dall’Interpol.

Nei vari processi a carico dell’ex presidente, le sue condanne erano arrivate ad accumulare 32 anni di carcere: sequestri, massacri, torture ed un programma di sterilizzazione di massa erano i capi d’imputazione. A causa delle sue condizioni cliniche gli fu concessa la grazia, ma, dopo nuovi processi e le sentenze a suo carico, nel gennaio 2019, venne emesso un nuovo ordine di custodia cautelare.

Dopo aver rifiutato una nuova grazia da parte della Corte Suprema, ad 81 anni e contro il parere dei medici, lo scorso 9 febbraio 2020 Fujimori ha deciso di ritornare in carcere per scontare una condanna a 25 anni di reclusione.

La vita del dittatore peruviano terminerà lì, in un centro di detenzione. La giustizia ha trionfato.

La drammaticità di quei momenti finali e, in generale, tutta la storia della crisi dell’ambasciata nipponica a Lima sono raccontati in maniera avvincente nel film del 2018 “Sotto sequestro”, diretto da Paul Weitz. È l’adattamento cinematografico del romanzo del 2001 “Belcanto”, scritto da Ann Patchett. Nelle scene finali del film viene ripreso il presidente Fujimori in visita alla residenza, in un atteggiamento che sembra quasi essere compiacente per il massacro portato avanti dalle forze militari. Il disprezzo verso la dignità umana de El Chino portò a diverse proteste in tutte le parti del mondo ed alla successiva fuga all’estero del presidente peruviano.

 

di Claudio Petrozzelli

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