La sfuggevolezza del vivere

La sfuggevolezza del vivere

Da Berserk, passando per Interstellar, sino al Covid. Una riflessione cinico poetica sulla sfuggevolezza del concetto della morte nella nostra società.

 

Questo doveva essere un articolo tecnico e asettico, pieno di numeri e dati di fatto.

Iniziando a scrivere stavo prendendo sonno io stesso, quindi ho deciso di trasformarlo in un pezzo un po’ più “filosofico”. Ovviamente ci saranno anche dati oggettivi, o sarebbero solo speculazioni, ma, principalmente, cercherò di accompagnarvi nel percorso mentale della mia riflessione maturata grazie a molti spunti esterni.

Vi faccio uno spoiler: partendo da Berserk, passando per Interstellar e vivendo il covid-19, la conclusione del discorso è che siamo una specie poco longeva rispetto alla vita del pianeta. La morte è parte integrante del nostro percorso e dovremmo ragionare da specie, non da individui.

Tutto è iniziato con Berserk, un fumetto giapponese del maestro Kentaro Miura. La storia del protagonista parte e si sviluppa intorno alla morte. Nato da una madre impiccata, cresciuto dal padre mercenario sui campi di battaglia, divenne una macchina capace di abbattere qualunque nemico, fino a quando Griffith, capitano e amico, decise di sacrificare la vita del nostro protagonista, insieme a quella di tutti i suoi sottoposti, per poter raggiungere il suo unico obiettivo.

La riflessione che porto si è sviluppata circa sei mesi fa guardando un film del 2014: Interstellar di Christopher Nolan. Nella pellicola siamo testimoni di una razza umana allo stremo, con la natura che si sta prendendo la sua rivincita, dove i beni di prima necessità sono ormai un lusso. Il nostro protagonista viene quindi selezionato in una missione disperata per trovare un nuovo pianeta. Ciò con cui non avevano fatto i conti è la relatività del tempo: pochi minuti di alcune delle tappe del viaggio corrispondono a ore, o addirittura anni, di vita sulla terra.

Sulla scia di questa riflessione, più complicata di così, ma da riassumere per esigenze di spazio, si è inserito il Covid-19, che sta accompagnando la nostra vita, stravolgendo le nostre abitudini, togliendoci la tanto scontata normalità.

Siamo tutti rimasti scioccati dal numero di morti che è riuscito a causare questo piccolo esserino. Non ci interessa il numero preciso, che ovviamente non sapremo mai, ma soffermiamoci sui 28.884 morti che Repubblica riporta al 3 maggio: giorno prima dell’inizio della (cosiddetta) “fase 2”.

Rapportandolo solo con il poco tempo trascorso dall’inizio della pandemia è ovviamente un numero pauroso, ma in relazione ai circa 60 milioni di residenti in Italia, già pare più “gestibile” per le nostre coscienze (circa lo 0.048%). Si tratta comunque di un paragone parziale. Per rendere il dato più percepibile e reale il sito dell’Istat è uno dei mezzi più idonei. Spulciando tra i dati del 2017, gli ultimi disponibili, apprendiamo che in Italia quell’anno morirono 232.992 persone per malattie cardiocircolatorie, 180.058 per tumore e 25.411 per traumi, avvelenamenti o cause non definite (di cui 20.411 decessi per accidenti). Per rendere il tutto ancora più reale, teniamo a mente che il totale delle perdite fu complessivamente di 650.614 persone in Italia.

Puntualizziamo una cosa in merito al covid-19: ammesso e non concesso che il numero di morti triplichi rispetto a quelli della fase 1, diventando quindi 86.652, saremmo ancora a circa un terzo della principale causa di mortalità italiana, e allo 0.14% della popolazione residente.

Detto questo credo, e temo, che in occidente, soprattutto noi giovani, siamo oramai abituati a un’idea di mondo dove le persone non muoiono, ma dobbiamo essere consci che si tratta solo di una percezione. Ben venga lo scandalo che una morte bianca causa nelle nostre coscienze. Sacrosanto stupirci di una donna che muore durante il travaglio (tra l’altro chiamato parto per l’altissima probabilità di morire che accompagnava questo evento fino a non troppi anni fa). Giustissimo soffrire per un caro o un amico che ci lascia.

Tuttavia, il guarire, ormai percepito come normalità, è in realtà l’eccezione. In gran parte del mondo ci sono medici maestri nel tagliare, entrare e riparare il corpo umano, come fosse una macchina difettosa da aggiustare. Abbiamo terapie farmacologiche che fanno miracoli agli occhi di un non addetto ai lavori. Questi sono mezzi che ci siamo sudati, sono mezzi che abbiamo conquistato con innumerevoli sforzi, perdite e, a volte, grazie agli orrori della guerra.

Fino a un centinaio di anni fa si moriva come le mosche nel mondo, anche nella nostra Italia. Polmonite, appendicite, pleurite erano spesso letali. Settanta anni fa quello che oggi consideriamo un pasto scarno era già un lusso. Si riempivano le tavole con poco o niente. Anche oggi, in Italia, l’aspettativa di vita alla nascita è intorno agli 83 anni, un’enormità rispetto a 50 o 100 anni fa, ma pur sempre una piccolezza rispetto alla vita di altre specie, come le tartarughe per fare un esempio semplice. Un soffio rispetto alla durata degli imperi che furono. Secondi se paragonati alla vita del nostro pianeta.

Tirando le somme di questo cinico sproloquio, così come ci insegna Berserk, nel nostro percorso di vita influenze esterne vanno a definire quanto e come viviamo. Il Covid-19 altro non è che la riprova di questo fatto e viverlo sulla nostra pelle direttamente, perdendo dei cari, o indirettamente, essendo costretti a rimodulare le nostre abitudini, potrebbe anche farci del bene. Integrando Interstellar nella riflessione, possiamo solo comprendere che il ragionamento standard da individualista che tanto spesso caratterizza le nostre scelte non solo non è utile, ma a volte è dannoso. Non sto parlando dell’individualismo sano che tanto spesso ha portato l’Italia a primeggiare nei campi più disparati, come arte, cultura, innovazione, scienza, ma di quello patologico che ci induce a cercare sempre un profitto personale alle spese di qualcun’altro.

È tempo di prendere atto della nostra mortalità come esseri di questo pianeta.

È tempo di prendere atto che la ricerca di eternità che ci contraddistingue come specie (palesata dai monumenti celebrativi, statue, nonché dal tentativo di essere ricordati attraverso i figli) potrebbe essere sfruttata meglio e in positivo. Basterebbe indirizzarla verso gli altri e i posteri, cercando di migliorare il qui ed ora.

È tempo di prendere atto che noi uomini dobbiamo abbracciare il più grande insegnamento che api e formiche ci dimostrano da sempre: vivere e ragionare da specie. E, in quanto membri della stessa colonia, la più piccola delle nostre azioni volta a migliorare l’ecosistema in cui viviamo è sempre ben spesa ed essenziale. Anche perché, dopotutto, non saremo noi a restare e per soddisfare la nostra esigenza di eternità il modo più sensato e realistico è quello di lasciare una traccia storica in modo da poter essere ricordati. Alcuni hanno deciso di farlo imprimendo a fuoco sui libri di storia atrocità indicibili, un rapido sguardo agli ultimi cento anni può farci trovare molti esempi. Altri invece si sono messi al servizio della comunità, della colonia, uno per tutti Alexander Fleming che non brevettò la penicillina.

Probabilmente le mie sono solo le farneticazioni di un idealista tendente all’utopia. Già vediamo chi si comporta in barba delle regole precauzionali, o, peggio ancora, la corsa al vaccino, non per le vite che potrebbe salvare, ma per riportarci al “vecchio mondo”, per riattivare l’economia e, probabilmente, per un brevetto con i conseguenti guadagni. Fortunatamente, mentre scrivo questo pezzo, ci sono voci che auspicano e invitano a un vaccino a beneficio di tutti, non molte, ma ci sono.

A darmi speranza c’è che, forse, presto faremo pace con il fatto che siamo esseri finiti, destinati a morire, spesso e (mal)volentieri per cause che esulano dalla nostra sfera di influenza. Una volta interiorizzato questo sarà possibile iniziare a giocare per la squadra. Così, la nostra leggenda personale sarà più interessante.

di Iacopo Santi.

 

Fonti:

  • https://www.repubblica.it/cronaca/2020/05/03/news/coronavirus_il_bilancio_del_3_maggio_-255555011/
  • http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCIS_CMORTE1_EV#
  • http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=2311

Un pensiero su “La sfuggevolezza del vivere

  1. Articolo illuminante, come tutti gli articoli da voi scritti. Complimenti per la splendida iniziativa, utile soprattutto in un periodo storico come il nostro in cui sono diffuse sempre più notizie lontane dalla verità e fallaci. Continuate così ?

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