La pressione democratica per la tutela dei diritti umani: il punto sulla vicenda di Patrick Zaki

La pressione democratica per la tutela dei diritti umani: il punto sulla vicenda di Patrick Zaki

Le iniziative per manifestare la richiesta di liberazione dello studente dell’Università di Bologna si intensificano alla notizia del rinnovo della detenzione preventiva in Egitto: anche nel nostro piccolo possiamo fare tanto a favore dei diritti umani

Degli aquiloni come grido di libertà contro una detenzione ingiusta hanno sorvolato nelle scorse settimane alcune città italiane. Sono gli aquiloni per Patrick George Zaki, che resterà in carcere per altri 45 giorni. Questa la decisione al termine dell’udienza del 7 ottobre scorso, dopo ormai otto mesi di carcere “preventivo” in Egitto, nel mentre proseguono le indagini. I capi d’accusa sono diversi: minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento a manifestazione illegale, sovversione, diffusione di notizie false e propaganda per il terrorismo. Continua, dunque, il calvario per lo studente egiziano dell’Università di Bologna arrestato la mattina del 7 febbraio all’aeroporto del Cairo dove era atterrato per trascorrere dei giorni con la famiglia. Da allora la misura della detenzione preventiva continua ad essergli rinnovata.

Zaki, 28 anni (compiuti in carcere), appartenente alla comunità cristiana copta, attivista per i diritti umani e delle persone Lgbti, era in Italia per il master di studi di genere finanziato dal programma Erasmus Mundus dell’Unione europea. Una volta tornato in Egitto per qualche giorno, nel commissariato di Mansura iniziano ad accusarlo di aver pubblicato notizie false sulla propria pagina Facebook e di gestire un account sui social network che mira a “minacciare l’ordine sociale e la sicurezza e a incitare alla violenza e ad atti terroristici”. Secondo i suoi legali è legato, picchiato, torturato con scosse elettriche e minacciato di stupro. Le autorità egiziane negano le torture e ribadiscono che Zaki è di nazionalità egiziana e non è italiano, accusando di ingerenza l’Unione Europea che chiede il rilascio del ricercatore.

Come per il caso di Giulio Regeni, sui social egiziani si registra una campagna di denigrazione contro Patrik George Zaki, ma si sviluppa anche una importante mobilitazione internazionale a favore del 28enne. I suoi amici lanciano una petizione su Change.org con l’hashtag #FreePatrick, che ad oggi ha superato le 200mila firme. Scende in campo, poi, Amnesty International, secondo cui Patrik “è un prigioniero di coscienza detenuto esclusivamente per il suo lavoro in favore dei diritti umani e per le opinioni politiche espresse sui social media”.

L’Italia segue da vicino la vicenda con il proprio ambasciatore al Cairo, mentre proliferano le iniziative tra flashmob, convegni e manifestazioni. Si fa sentire anche l’Università di Bologna, dove tra l’altro qualche settimana fa sono ricominciate le attività del master frequentato da Patrik. Il Comune di Milano espone il ritratto del ragazzo sulla facciata del municipio. Cresce anche l’adesione dei Comuni al progetto “100 città con Patrik” promosso dalla organizzazione no-profit GoFair: una iniziativa che mira a raggiungere il simbolico numero di 100 Comuni disposti a riconoscere la cittadinanza onoraria a Patrik George Zaki per convincere le istituzioni a renderlo cittadino italiano. Tra le città aderenti anche Avellino, Bari, Bologna, Cagliari, Caserta, Milano e Napoli.

Tutte forme di “pressione democratica” a garanzia della tutela dei diritti umani che ritengo siano un toccasana per la nostra coscienza civica, per il nostro essere persone “libere ed eguali in dignità e diritti”, per riprendere la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Mi piace a questo punto citare un passaggio del discorso alle Nazioni Unite che fece Eleanor Roosevelt il 27 marzo del 1958: «Dopotutto, dove iniziano i diritti umani universali? – esordì il primo presidente della Commissione dei Diritti Umani – Nei piccoli posti, vicino casa, così vicini e così piccoli da non poter essere visti in nessuna mappa del mondo. Eppure questi rappresentano il mondo di ogni singola persona; il quartiere in cui si vive, la scuola frequentata, la fabbrica, fattoria o ufficio dove si lavora. Questi sono i posti in cui ogni uomo, donna o bambino cercano uguale giustizia, uguali opportunità, eguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non hanno significato lì, hanno poco significato da altre parti. In assenza di interventi organizzati di cittadini per sostenere chi è vicino alla loro casa, guarderemo invano al progresso nel mondo più vasto. Quindi noi crediamo che il destino dei diritti umani è nelle mani di tutti i cittadini in tutte le nostre comunità».

Così forse ci ricorderemo che la libertà di opinione e di parola non è un qualcosa di banale e scontato, ma una conquista da coltivare e difendere. L’impegno di semplici cittadini in manifestazioni pacifiche per chiedere, in questo caso, la liberazione dell’egiziano Patrik George Zaki che aveva intrapreso un master in Italia rappresenta – come le mobilitazioni per chiedere verità e giustizia sulla morte di Giulio Regeni – l’unico strumento nelle nostre mani “per sostenere chi è vicino alla nostra casa” e cercare di costruire un mondo più giusto, rispetto a contesti che spesso intrecciano diritti umani ed interessi economici degli Stati sulla scacchiera della geopolitica internazionale.

di Giuseppe Grieco

Fonti e ulteriori letture:

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