La cancel culture e la sua pessima mira

La cancel culture e la sua pessima mira

Il confronto tra due storie che rivelano uno dei tanti aspetti problematici della cosiddetta cancel culture sui social.

La mattina del 10 febbraio 2021 i fan delle guerre stellari si sono svegliati con la notizia che una delle loro beniamine, Cara Dune, sarebbe sparita da “The Mandalorian”, l’ultimo lavoro di Lucasfilm, una casa di produzione di Disney. Il motivo non riguarda il personaggio (tanto amato quanto disdegnato da molti), bensì alcune dichiarazioni social fatte dall’attrice che interpretava il ruolo di Cara Dune nella serie: Gina Carano, ex lottatrice di MMA che a timidi passi si è fatta strada nel mondo della recitazione, fino ad arrivare alla sua interpretazione più famosa in “the Mandalorian”. Carano infatti, più che per i suoi ruoli è conosciuta, specialmente dal pubblico americano, per il suo utilizzo opinabile della piattaforma Twitter. 

Conservatrice e sostenitrice convinta dell’ex presidente Donald Trump è stata accusata del più ampio ventaglio di incorrettezze che si possano immaginare, dal razzismo fino alla transfobia (quando mise nella sua bio di twitter “beep/bop/boop” per schernire quelli che vi inserivano i loro pronomi, commedia finissima). Insomma, un personaggio.

Ciò che l’ha davvero messa nei guai stavolta, però, è stata una storia Instagram, in cui paragonava il trattamento degli ebrei nella Germania nazista a quello subìto da alcune persone per le loro vedute politiche nell’America odierna (con un chiaro riferimento alla retorica trumpiana della sinistra radicale che opprime e censura gli onesti cittadini repubblicani). 

La storia in questione ha suscitato immensa indignazione e la gogna mediatica non è tardata ad arrivare, aizzando la protesta a tal punto che Lucasfilm, distanziandosi dalle vedute di Carano, ha dichiarato che lei non avrebbe più lavorato per loro né sarebbe stato pianificato il suo ritorno. La vicenda ha avuto una copertura mediatica piuttosto ampia, anche perché ha suscitato altrettanto sconcerto tra chi si è schierato a favore dell’attrice e contro Lucasfilm, ritenendo ingiusto il motivo del licenziamento. 

Una storia che, invece, ha ottenuto una frazione di visibilità rispetto alla questione di Carano, ma che vede ancora come protagonista il gigante Disney, ebbe luogo all’inizio dello scorso anno. Aveva fatto alzare qualche sopracciglio la notizia che, nei titoli di coda del live action “Mulan”, la famosa multinazionale statunitense ringraziasse le autorità della regione dello Xinjiang per aver permesso di girare alcune scene del film proprio lì. La questione è profondamente problematica poiché è oramai risaputo (e lo era anche al momento delle riprese) che nella regione esistano veri e propri campi di concentramento in cui vengono internati i membri della minoranza musulmana degli Uiguri

Come riporta Il Post: “Nei campi di detenzione cinesi dove sono rinchiuse le persone di etnia uigura, si pratica un rigido controllo delle nascite che ha portato diversi esperti a parlare di ‘genocidio demografico’. Le donne uigure infatti vengono rese sterili contro la loro volontà: o temporaneamente, con l’inserzione forzata di una spirale o tramite somministrazione di pillole contraccettive; o definitivamente, con operazioni chirurgiche. Le donne sono anche sottoposte a visite ginecologiche obbligatorie, ed eventuali gravidanze vengono interrotte senza considerare la loro volontà o quella del compagno”. 

Questa campagna contro gli Uiguri fa parte di una visione ben più ampia del governo cinese, attuata attraverso repressione mascherata da “prevenzione del terrorismo” o declassata a semplice fake news (ironicamente anche questo espediente dialettico ricorda quello trumpiano).

Molti attivisti anche di origine uigura si sono espressi sui social, come con questo commento riportato dall’Ansa: “Ora quando guardate Mulan, non solo chiudete gli occhi di fronte alla brutalità della polizia e l’ingiustizia razziale, ma siete anche potenzialmente complici dell’incarcerazione di massa degli Uiguri. #boycottMulan“. 

Entrambe queste storie ruotano attorno ad un hashtag lanciato sui social, #fireGinaCarano e #boycottMulan. Il loro punto comune, oltre che quello in cui divergono così profondamente, è che le vicende si concludono in modo opposto, con la carriera di Carano stroncata sul nascere e l’azienda di Topolino con appena un graffietto sulla statua all’entrata. 

Questo contrapposto rende ben chiara la radice del problema alla base della cosiddetta “cancel culture” che da qualche anno ha preso il sopravvento su ogni possibile dialogo: i soggetti bersaglio di questa forma di protesta sono quelli sbagliati, ma i più facilmente individuabili. La singola persona diventa un semplice capro espiatorio. Non penso che le persone scagliatesi contro Gina Carano la conoscessero personalmente o avessero visto interviste in cui tentava di spiegare eventuali malintesi sulle sue uscite social.

Si tratta di una semplificazione estrema, di tutto, sia da parte degli spettatori che dell’attrice. La Carano impersonifica un’idea sbagliata, quindi cancellando lei, secondo la visione del fandom, si cancella anche il problema che si riconosce in lei. Questa visione così estremizzata offusca la vista, il ragionamento diventa un’indignazione fine a sé stessa, la narrativa populista si diffonde anche al di fuori della politica e diventa falsa morale. Così, al posto di agire sugli elementi sistemici sbagliati, come le grandi aziende che sfruttano le debolezze (o gli orrori molto spesso) di alcuni Paesi. Ci fissiamo su un vecchio tweet del 2010, ci arrabbiamo tantissimo, e poi? Cosa abbiamo ottenuto? Il giorno dopo succederà probabilmente con un altro tweet, un altro attore, un altro personaggio che non ha rispettato la ormai rigorosissima etichetta del politically correct.

Dall’altra parte, abbiamo grandi aziende che operano in Paesi in via di sviluppo senza alcun rispetto dei diritti umani, che ringraziano le autorità di una regione in cui esistono dei campi di concentramento; grandi marchi che prosciugano le risorse di un’area falcidiata da conflitti, come i grandi del tech che in Congo estraggono il cobalto per produrre i telefoni: gli stessi che usiamo per twittare la nostra indignazione per la morte del nostro ambasciatore in un Paese stremato da una guerra che va avanti dal 1994.

Ancora, non si è mai sentito di un politico “cancellato” per una sua dichiarazione, anche in contesti istituzionali. Evitando banali esempi nostrani, guardiamo la vicina Ungheria di Viktor Orban, dove poche settimane fa è stata chiusa l’ultima radio considerata di opposizione alla maggioranza governativa: l’ultima arrivata dopo anni di chiusure sistematiche di testate giornalistiche e siti indipendenti opposti alla visione del Premier ungherese. Con loro si dovrebbe alzare la voce dell’indignazione, sono questi i soggetti che possiedono il potere per compiere azioni capaci di produrre effetti gravi e inaccettabili; ancor di più se tali azioni vengono perpetrate in regioni dove i diritti fondamentali sono, in teoria, garantiti e tutelati, come nel contesto europeo. Contro questi personaggi bisognerebbe chiedere responsabilità e trasparenza, non ad un’attrice con un pessimo social media manager. 

Trovo il licenziamento di Gina Carano un semplice sacrificio su un altare di qualche idolo, per calmare l’ira funesta di qualche consumatore che potrebbe decidere di voltare le spalle alla “povera” multinazionale. Poi, se vogliamo giocare a questo gioco, anche l’attore protagonista di “the Mandalorian”, Pedro Pascal, nel 2018 aveva twittato un paragone simile a quello della storia Instagram della sua ormai ex collega.

Allora viene veramente da pensare che questa sia solo una caccia alle streghe praticamente casuale. Magari una semplice mossa di public relations, per evitare di inficiare l’immagine di Disney, il mondo dove i sogni diventano realtà e ogni bambina può sognare di essere ciò che vuole: una principessa o una valorosa guerriera, ma evidentemente non Cara Dune.

 

di Noemi Bressan

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