Il paradosso della plastica: da rivoluzione a emergenza ambientale

Il paradosso della plastica: da rivoluzione a emergenza ambientale

L’invenzione della plastica ha rappresentato un cambiamento epocale e la sua produzione oggi è in continuo aumento. La generazione del 2000 nasce nella plastica, ma si ritrova a doverla combattere.

Mai sentito parlare di xylonite? La plastica è il frutto di una serie di invenzioni susseguitesi nel tempo che hanno avuto inizio a partire dal 1861, quando l’inglese Alexander Parkes intraprese gli studi sul nitrato di cellulosa brevettando il primo materiale semi sintetico chiamato parkesina (conosciuto come xylonite). Inizialmente si pensò di destinarlo ad un uso limitato come la produzione di manici di scatole, però poi le cose cambiarono. Decisivo fu il contributo di John Hyatt nel 1869, grazie all’invenzione della celluloide, utilizzata prevalentemente dai dentisti per le impronte dentarie. Fu poi nel XX secolo che si giunse alla definitiva introduzione della plastica: dalla bachelite alla produzione del polivinilcloruro (PVC), fino al cellophane nel 1913. Ma qual era la motivazione alla base delle ricerche per creare un nuovo materiale? Si trattava di una ragione economico-pratica. L’obiettivo era quello di sostituire materiali difficili da reperire e relativamente più costosi, come ad esempio l’avorio o il vetro.

Durante il difficile periodo della Seconda Guerra Mondiale nacque ufficialmente l’industria della plastica e tra gli anni ’50 – ’60 l’uso di materiali plastici si diffuse rapidamente tra le famiglie. Sembrò rappresentare una vera e propria rivoluzione perché comportava costi minori rispetto all’utilizzo di altri materiali, una facile reperibilità, una comoda maneggevolezza, versatilità e una migliore durata considerando la fragilità del vetro o della creta. Ne conseguirono cambiamenti dello stile di vita e delle abitudini. Il commercio di alimenti e bevande si servì della plastica come strumento di conservazione e impacchettamento in maniera sempre più frequente. Ciò comportò la quasi scomparsa, in alcuni campi, del vetro e di altri materiali che erano stati preferiti fino al suo esordio. La popolazione reagì con un forte entusiasmo che ne giustificò quasi una sovrapproduzione incontrollata. Entusiasmo perché sembrava stesse migliorando le abitudini quotidiane. Veniva meno il meccanismo di vuoto a rendere: prima, infatti, si acquistava il latte rigorosamente in vetro, le bottiglie andavano rese e si pagava una cauzione in caso queste venissero danneggiate. L’acquirente poteva poi scegliere se restituire il recipiente e riscattare la cauzione oppure comprare un nuovo prodotto pagando soltanto il contenuto e non un altro contenitore. Con l’entrata in commercio dei materiali plastici, invece, le persone potevano acquistare il latte, così come altri prodotti, e tenersi comodamente la bottiglia, per poi gettarla nella pattumiera di rifiuti misti. Paradossalmente prima c’era un’inconsapevole attenzione all’ambiente, poiché con il vuoto a rendere circolava meno vetro. Con la plastica no: si preferisce utilizzarla e poi trasformarla in rifiuto. È più semplice, più pratico.

Si trattava di un’invenzione ben riuscita nel breve periodo, ma con una spaventosa componente incognita nel lungo periodo. La rivoluzione era iniziata: la plastica proliferava ed il suo uso stava diventando naturale. Non furono fatte però previsioni sul suo smaltimento. L’uomo degli anni ’70 ha probabilmente peccato di mancata lungimiranza e scarsa attenzione alla questione ambientale.

Oggi, infatti, la situazione che deriva dall’inquinamento da plastica è drammatica. Soprattutto negli oceani, dove i rifiuti vengono trasformati da sole, vento e onde in microplastiche, molto più difficili da rimuovere e capaci di raggiungere ogni angolo del mondo, anche i nostri corpi.  Basti pensare o guardare le immagini della Great Pacific Garbage Patch o Pacific Trash Vortex, una delle più grandi isole di immondizia galleggiante (le stime vanno da 700.000 km² fino a più di 10 milioni di km² di superficie), prevalentemente plastica, che minaccia quotidianamente e gravemente l’ecosistema marino. Studi condotti sulla presenza di materiali plastici nel mare ci rivelano come questi potrebbero aumentare di dieci volte entro il 2025. Dunque, più rifiuti che animali marini. 

Così la generazione del 2000 nasce nella plastica. Non ha altra scelta. Si ritrova a conviverci fin da subito. Quelle abitudini di impacchettare, conservare, trasportare, che nel secondo dopoguerra si stavano modificando, oggi sono consolidate, imperniate nella società e nello stile di vita, ed è sempre più difficile cambiarle. Il controsenso è che la riduzione dell’uso di materiali plastici è (e sarà) un compito molto più arduo rispetto alla sua diffusione. L’eliminazione della plastica è un processo molto più complesso della sua invenzione. Come riportano i dati di Plastic Europe, infatti, si è verificato un aumento smisurato della produzione di materiali plastici negli ultimi periodi e tra i maggiori consumatori vi è proprio l’Europa. Si è passati da 15 milioni nel 1964 ad oltre 300 milioni di tonnellate annue oggi. E, secondo il rapporto OCSE  Improving Markets for Recycled Plastics del maggio 2018, “soltanto il 15% dei rifiuti di plastica viene riciclato nel mondo. Il 25% viene bruciato in inceneritori o termovalorizzatori. Il restante 60% va in discarica, viene bruciato all’aperto o finisce nell’ambiente”. E per biodegradarsi un oggetto in plastica può impiegare anche più di 1000 anni. 

La rivoluzione della plastica è paradossalmente giunta ad un punto di non ritorno: ha creato un mondo usa e getta. E la gestione del problema diventa ogni giorno più complessa. 

Sono davvero poche le vie da percorrere. Sicuramente quella già adottata da diverso tempo della raccolta differenziata e del riciclo deve diventare un’abitudine per tutti, e non solo per alcuni. La reintroduzione del vuoto a rendere, pratica già adottata in 38 Paesi del mondo e che registra risultati positivi in Germania, dove, infatti, grazie ad un compenso in denaro a chi restituisce lattine e bottiglie di plastica, vetro, alluminio, il riciclo è al 97%. Un ritorno alle tecniche passate, sottovalutate. Ma la via più opportuna da percorrere consiste nell’eliminazione progressiva della plastica dal commercio. E da dove partire? Innanzitutto dalla diminuzione della stessa produzione e da una graduale conversione in alternative ecologiche come le bioplastiche. Si tratta di un processo di sostituzione necessario, ma sicuramente più lento rispetto al breve tempo in cui la plastica si propose come nuovo materiale sessant’anni fa. La strada ancora è lunga e serviranno ricerche, studi, tecnologie avanzate, innovazioni, idee, ma soprattutto il coinvolgimento di tutti noi.

di Vittoria Radano

Fonti e letture consigliate:

https://www.plasticseurope.org/application/files/1115/7236/4388/FINAL_web_version_Plastics_the_facts2019_14102019.pdf

https://www.corepla.it/la-storia-della-plastica#

https://hpeinternational.com/storia-della-plastica/

https://www.economiacircolare.com/plastica-la-rivoluzione-continua/

https://ecobnb.it/blog/2020/03/vuoto-a-rendere/#:~:text=In%20Italia%20dall’ottobre%20del,per%20bar%2C%20negozi%20e%20ristoranti

https://energycue.it/great-pacific-garbage-patch-isola-plastica-rimossi-rifiuti/19133/

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