Il diritto di avere il diritto nelle scuole.

Il diritto di avere il diritto nelle scuole.

In una società dove la disinformazione rappresenta un’emergenza,  l’insegnamento del diritto potrebbe rappresentare un’ancora di salvataggio, una scelta saggia da adottare. Perché?

Ci sono cose che andrebbero insegnate a scuola. Vi sono norme giuridiche che nel corso della nostra esistenza non incontreremo mai, e che perciò e per fortuna potremmo anche ignorare di conoscere. Ma, nella vita di tutti giorni, per ognuno di noi, accadono fatti e situazioni dove conoscere una legge, un regolamento, una direttiva può fare la differenza. Non si tratta di diventare giuristi, ma predisporre di una conoscenza basilare del nostro ordinamento giuridico che permetta ad un persona comune di vivere la propria quotidianità, senza inciampare in sbagli evitabili. Sempre più di frequente, infatti, vengono commessi errori in vari momenti: nella presentazione di domande di concorso, nella compilazione di moduli d’iscrizione, nelle dichiarazioni di titoli, nel consenso al trattamento dei dati personali finanche nella semplice interpretazione di un documento. 

E perché un rimedio potrebbe essere proprio lo studio del diritto, quindi l’inserimento di discipline giuridiche nelle scuole di ogni ordine e grado?  Per rispondere a questa domanda andrebbe analizzato il ruolo e la funzione che il diritto svolge nella società. Partiamo dal presupposto che il diritto è il requisito necessario all’esistenza stessa della società, come ci insegna Hobbes. È molto semplice da spiegare. L’idea che tutti dobbiamo sottostare a regole condivise presuppone il concetto basilare di eguaglianza formale: siamo tutti uguali di fronte alla legge e abbiamo stessi diritti e doveri. Si evita così quella famosa guerra omnium contra omnes. Ma c’è di più. L’insegnamento del diritto ha uno scopo fondamentale, una sorta di metacompito: quello di formare il cittadino, educarlo alla società. Non soltanto all’interpretazione di testi giuridici, sentenze, leggi, ma all’orientamento nei comportamenti da seguire, alla consapevolezza dei propri limiti. 

Il diritto entra inevitabilmente in relazione con molti aspetti dell’esistenza, dalla religione, al lavoro, all’economia, allo sport. È come se fosse proprio il diritto a plasmare la realtà che viviamo e allo stesso tempo ad esserne condizionato. Molti autori hanno dedicato la loro vita cercando di divulgarne il valore, di spiegarne il senso, ma ancora oggi sembra essere una questione sottovalutata. E in questa partita la scuola dovrebbe giocare un ruolo fondamentale, dovrebbe essere l’anello di congiunzione tra il cittadino e lo stato, tra gli studenti e la loro formazione civico-sociale. Ma qual è il rapporto dell’istruzione italiana con il diritto?

Fu Aldo Moro, nel giugno del 1958, ad introdurre nelle scuole medie e superiori italiane l’insegnamento dell’educazione civica, da lui intesa come magistero di formazione etico-politica. Si trattò di un’integrazione del programma di storia, due ore obbligatorie al mese e senza valutazione. Vi fu alla base l’idea di una materia che avrebbe ignorato “differenze di classi, di censi, di carriere di studi”, che avrebbe guidato il cittadino all’informazione, come scrive Mario Caligiuri in “Aldo Moro e l’educazione civica”. Ma ben presto le ore di insegnamento vennero sacrificate per ragioni economiche, per poi ritornare nel 1979 come specifica materia nei programmi della scuola media delle classi terze. 

Nel 1985 fu inserita anche nelle scuole primarie, nel pacchetto “Studi sociali”, al fianco di storia e geografia. Con la Legge 53 del 2003 l’educazione civica venne considerata una guida alla convivenza civile e con la Legge 168 del 2008 si orientò su temi legati alla cittadinanza ed alla costituzione, fino a cambiare nome per l’anno scolastico 2010/2011, proprio in “Cittadinanza e Costituzione”, con uno specifico programma comprendente la Costituzione italiana e varie sfere di educazione: ambientale, alimentare, stradale (Codice della Strada) e sanitaria (regole basilari di pronto soccorso). Sicuramente un percorso tormentato che ha incontrato discordie e consensi e che ha contribuito al graduale ridimensionamento del suo valore e del suo obiettivo primario. 

L’insegnamento dell’educazione civica viene ufficialmente reintrodotto a tutti gli ordini scolastici con la Legge 93 nel 2019, a partire dall’anno scolastico 2020/2021; considerata però, ancora una volta, una materia trasversale alle altre, con un totale di 33 ore scolastiche distribuite tra docenti di altre discipline, privi di certificate competenze giuridiche. Anche nelle scuole secondarie di secondo grado, il docente incaricato all’insegnamento dell’educazione civica è quello di diritto nelle scuole dove è presente, mentre da uno o più docenti, che si autopropongono o vengono indicati dal Consiglio di classe, dove invece risulta assente. Il deficit è evidente. Sì, perché in alcune scuole superiori, precisamente nei licei, il diritto non è più un diritto. 

A questo proposito va ricordato che l’insegnamento del diritto nei licei fu inserito con la Riforma Brocca del 1992, nata per garantire una base di materie comuni ritenute fondamentali per superare le diversità d’indirizzi. Ma con la Riforma Gelmini, tra il 2008 ed il 2010, c’è stato un inspiegabile e dannoso cambio di rotta: diritto ed economia spariscono nei licei e viene stabilito un ridimensionamento dell’orario negli istituti tecnici e professionali. A favore di ciò l’ispettore tecnico Marco Bruschi incaricato alla presidenza della cabina di regia del Ministro Gelmini scrisse “Riguardo a Economia e Diritto, dovendo fare delle scelte, no, non ritengo siano materie fondamentali per l’educazione alla cittadinanza e alla legalità”. Quindi, a distanza di anni si è scelto coscientemente di andare verso un analfabetismo giuridico. 

Sono state ignorate anche le Raccomandazioni del Parlamento Europeo e del Consiglio Europeo del 18 dicembre 2006 sulle competenze civiche dei singoli individui. Secondo l’Unione Europea, infatti, tra le competenze chiave per l’apprendimento permanente compaiono quelle “sociali e civiche”, facenti riferimento alla partecipazione attiva dei cittadini alla vita sociale e lavorativa. Quell’essenzialità di comprendere i codici comportamentali e quella necessità di conoscere le regole che ci rendono uguali e diversi, di cui parlava Hobbes, di cui hanno parlato in tanti, ma di cui oggi parlano in pochi.

Con la Riforma Gelmini i liceali italiani hanno perso il diritto di studiare ciò che negli altri Paesi europei resta una componente basilare dei programmi scolastici. Ciò rappresenta un problema etico-sociale, in quanto viene a mancare una materia pilastro nelle scuole che comporterà non poche lacune nella classe dirigente del futuro, ma anche economico perché i docenti abilitati alla classe di concorso A-46 (scienze giuridico-economiche) si vedono diminuire le cattedre, dunque posti di lavoro. 

Compito di uno stato è anche quello di istruire il suo popolo mediante istituti intermedi, come la scuola. E non può esservi una buona istruzione senza consapevolezza di chi siamo e di come è giusto comportarsi. Non possiamo dire di essere cittadini completi se abbiamo lacune sulla nostra identità civica. Il diritto è una materia umanistica sì, che corre il rischio di sembrare inutile, ma che umilmente rappresenta la chiave d’accesso per l’educazione di ognuno di noi. 

 

di Mariavittoria Radano

 

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