Il diritto alla disconnessione nell’era dell’onlife 

Il diritto alla disconnessione nell’era dell’onlife 

Nelle scorse settimane ha fatto riflettere l’approvazione in Belgio di una legge che sancisce il diritto dei dipendenti pubblici alla disconnessione da ogni piattaforma negli orari non lavorativi. Una misura volta a garantire la possibilità ai lavoratori di dedicarsi alla vita privata. Una iniziativa certamente non isolata nel panorama legislativo europeo e che sicuramente risponde quanto mai ad una necessità, in un contesto socioculturale costretto allo smart-working e comunque orientato ad una sempre maggiore spinta verso la digitalizzazione. 

L’intervento normativo belga al momento interessa solamente i lavoratori del pubblico, che si stimano essere circa 65mila persone impegnate con lo smart-working, ma già l’84% dei belgi dichiara di gradire questa modalità di lavoro da casa anche per il periodo post-pandemico. Per questo, l’esigenza di conciliare la disciplina dello smart-working con una normativa sulla disconnessione, anche per evitare che le ore di lavoro da casa inglobino tutto il tempo a disposizione, è diventata quanto mai attuale.

C’è da dire che in Francia già dal 2017 si riconosce il diritto dei lavoratori a disconnettersi dai dispositivi fuori dall’orario di lavoro sulla base di accordi sindacali che sono obbligatori per le imprese con almeno 50 dipendenti. Una strada simile è stata intrapresa anche dal Portogallo a fine 2021 per le imprese con più di 10 dipendenti.

In Italia, invece, un balance promote-protect approach si è avuto con la Legge 6 maggio 2021 n. 61, di conversione del DL 30/2021. Tale disposizione afferma che “è riconosciuto al lavoratore che svolge l’attività in modalità agile il diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche, nel rispetto degli eventuali accordi sottoscritti dalle parti e fatti salvi eventuali periodi di reperibilità concordati”. In ogni caso “l’esercizio del diritto alla disconnessione, necessario per tutelare i tempi di riposo e la salute del lavoratore, non può avere ripercussioni sul rapporto di lavoro o sui trattamenti retributivi”. 

Ad ogni modo, già nel gennaio 2021 il Parlamento europeo ha invitato la Commissione, per mezzo di una risoluzione, a valutare e affrontare i rischi di una mancata tutela del diritto alla disconnessione, oltre a presentare un quadro legislativo al fine di stabilire dei requisiti minimi sul lavoro a distanza in tutta l’Unione. Infatti, attualmente il comportamento degli Stati membri sul punto è vario e non esiste una normativa specifica dell’UE sul diritto dei lavoratori alla disconnessione dagli strumenti digitali, comprese le tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni (TIC), a scopi lavorativi.

In particolare, nella risoluzione in parola, il Parlamento europeo ribadisce che la transizione digitale dovrebbe essere guidata dal rispetto dei diritti umani, nonché dei diritti e dei valori fondamentali dell’Unione e avere un impatto positivo sui lavoratori e sulle condizioni di lavoro” ed ammette che un utilizzo sempre maggiore degli strumenti digitali a scopi lavorativi ha comportato la nascita di una cultura del “sempre connesso”, “sempre online” o “costantemente di guardia” che può andare a scapito dei diritti fondamentali dei lavoratori e di condizioni di lavoro eque, tra cui una retribuzione equa, la limitazione dell’orario di lavoro e l’equilibrio tra attività lavorativa e vita privata, la salute fisica e mentale, la sicurezza sul lavoro e il benessere, nonché della parità tra uomini e donne, dato l’impatto sproporzionato di tali strumenti sui lavoratori con responsabilità di assistenza, che generalmente sono donne”.

In sostanza, anche la transizione digitale, ormai tra le priorità delle agende politiche e istituzionali (si pensi al PNRR e agli obiettivi del Next Generation EU), deve essere sostenibile, nel senso che deve mantenere al centro la persona. E se da un lato la Commissione Europea ha tracciato una strada con la strategia Bussola Digitale 2030 e la presentazione di una dichiarazione solenne interistituzionale sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale, le sensibilità e le azioni dei vari Stati membri variano a seconda del loro grado complessivo di digitalizzazione.

Non è un caso, ad esempio, che il Belgio supera la media europea nell’ambito dell’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI) 2021, mentre l’Italia si colloca solo al 20° posto sui 27 Stati membri dell’Unione Europea. L’Italia, come si legge nel citato report, è significativamente in ritardo rispetto ad altri paesi dell’UE in termini di capitale umano: rispetto alla media UE il nostro Paese registra livelli di competenze digitali di base e avanzate molto bassi.

Tutto questo in un contesto in cui aumentano le cyber-minacce e i cyber-attacchi sono sempre più frequenti. La risposta, dunque, non può essere solamente tecnologica, ma deve passare anche e soprattutto dall’alfabetizzazione digitale della popolazione. È evidente, tuttavia, che molto c’è ancora da fare su questo fronte, sebbene nel nostro Paese non manchino iniziative volte al saper stare online nelle scuole.

 

Scuole e luoghi di lavoro devono diventare, dunque, i primi luoghi in cui poter formarsi ed informarsi in merito al digitale, ma l’atteggiamento del nostro Paese mi pare ancora timido e poco strutturato. Al di là di eventi estemporanei, a differenza della Germania dove di base si parla di sicurezza online dalla scuola elementare, in Italia assistiamo adesso ad un impulso sull’educazione digitale dei docenti, mentre solo a decorrere dall’anno scolastico 2025/2026 si prevede nelle scuole di ogni ordine e grado il perseguimento dello sviluppo delle competenze digitali, “anche favorendo gli apprendimenti della programmazione informatica (coding), nell’ambito degli insegnamenti esistenti, con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica” (cfr. L. 233/2021 di conversione del DL 152 del 6 novembre 2021).

Secondo il Microsoft Digital Civility Index 2022, presentato in occasione del Safer Internet Day, a livello globale diminuisce lievemente l’esposizione di giovani e adulti ai rischi online. Infatti, in base alla ricerca che analizza le attitudini e le percezioni degli adolescenti (13-17) e degli adulti (18-74) rispetto all’educazione civica digitale e alla sicurezza online in 22 Paesi, in tutto il mondo il web è percepito come un luogo più civile e sicuro rispetto a un anno fa. Questo trend, secondo l’indagine, riguarda anche l’Italia, la cui situazione migliora di due posizioni: l’82% degli italiani intervistati, infatti, ha dichiarato che pratiche come i meeting online tipici dello smart working e la didattica integrata digitale, che durante questi due anni sono diventate sempre più comuni e pervasive, sono quelle che più di tutte hanno contribuito a migliorare il livello di civiltà online nell’anno considerato. Ma questo non può farci cullare. 

Tutto questo dimostra come l’evoluzione tecnologica e digitale stia crescendo molto più velocemente rispetto all’evoluzione normativa, che ha necessità di ricordarsi ogni volta di tener ferma al centro dei suoi obiettivi la persona, con la sua dignità ed i suoi diritti. Il confine tra vita online e offline oggigiorno non è più così evidente: viviamo un’esperienza costantemente ibrida, analogica e digitale, per cui un diritto alla disconnessione dai dispositivi utilizzati per lavorare esiste perché c’è un diritto alla disconnessione dal lavoro. Perché non siamo connessi soltanto quando timbriamo un cartellino in smart-working, ma siamo abituati a vivere online anche momenti di svago, momenti formativi e persino visite virtuali o gite scolastiche (si veda sul punto il progetto CodyTrip). In una parola, per citare Luciano Floridi, viviamo onlife ma probabilmente dobbiamo ancora rendercene conto. 

L’attenzione dei legislatori e dell’opinione pubblica nei confronti del digitale è certamente cresciuta, anche in relazione al conseguente aumento di attacchi hacker e reati informatici oltre che per necessità (pandemia docet), ma è fondamentale accelerare su quello che è il supporto culturale e di awareness, prima ancora che economico, operativo e tecnologico. Perché la prospettiva è quella dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, delle realtà virtuali immersive e del c.d. metaverso, per avvicinare l’esperienza fisica ed empatica delle comunità “analogiche” fatte di diversi quanto più possibile all’esperienza virtuale e fredda delle comunità digitali fatte di avatar. Il film Ready Player One di Spielberg presenta probabilmente un’idea di mondo del futuro, ma noi siamo ancora alle prese con lo spam o col dover spiegare come riconoscere un tentativo di phishing. 

di Giuseppe Grieco

 

Fonti e ulteriori letture:

  • Diritto alla disconnessione, da oggi è legge in Belgio, in masterx.iulm.it
  • Diritto alla disconnessione, un potenziale rischio per imprese e lavoratori, in ntplusdiritto.ilsole24ore.com
  • Lavoro agile e diritto alla disconnessione, in Altalex.com
  • Risoluzione del Parlamento europeo del 21 gennaio 2021 recante raccomandazioni alla Commissione sul diritto alla disconnessione (vedi qui)
  • The Digital Economy and Society Index 2021 (vedi qui)
  • Attacchi hacker, da Dolomiti Energia alle Ulss venete ecco chi sono i cyber rapitori e come fanno i loro colpi: “Nel dark web software acquistabili per compiere i crimini”, in ildolomiti.it 
  • Safer Internet Day, iniziative di Telefono Azzurro (vedi qui)
  • Safer Internet Day 2022: secondo il Microsoft Digital Civility Index migliora in tutto il mondo la civiltà online, su news.microsoft.com

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