Guardare dall’altra parte

Guardare dall’altra parte

La nostra società è sempre più incapace di confrontarsi e affrontare i problemi del nostro tempo, come il cambiamento climatico. La soluzione, però, resta sempre la stessa: rivolgere lo sguardo da un’altra parte.

Pochi giorni fa ero sul balcone dello studio, fumando una sigaretta baciato dal sole prima di tornare al lavoro. Osservavo il massiccio della Maiella ricoperto da una debole neve che già inizia a sciogliersi. Un’immagine esteticamente bella, quanto triste nella sua essenza. Spegnendo la sigaretta pensavo: “anche quest’anno ha fatto pochissima neve. È caldo, troppo caldo per il periodo”. Non a caso, poter fumare una sigaretta senza una minima giacca a metà febbraio nell’entroterra abruzzese è una novità degli ultimi tempi.

Nei primi anni del Duemila, quando avevo poco più di dieci anni, nello stesso periodo ero coinvolto in imponenti battaglie a palle di neve con i miei amici; oppure andavamo a cercare una collina dove far partire gare di velocità con slittini e scodelle, con le nostre mamme che si disperavano per coprirci dal freddo. Naturalmente, anche al tempo le giornate dominate dal sole c’erano, ma l’inverno rimaneva padrone della sua stagione almeno fino alla fine di marzo. Al tempo eravamo abituati a convivere con mezzo metro di neve per più di un mese, oggi i miei nipoti riescono a malapena a giocare con pochi centimetri di neve per qualche giorno.

In breve, nel mio piccolo ho potuto “apprezzare” gli effetti del riscaldamento globale (global warming). Un problema finalmente riconosciuto dalla comunità internazionale e per il quale si iniziano lentamente (troppo lentamente) a prendere delle soluzioni. Ironicamente e paradossalmente, però, la presa di coscienza di tale questione non lo si deve alla comunità scientifica, ma all’attivismo di una ragazzetta svedese di 15 anni che ha dato vita ad un movimento sociale a livello globale. Tuttavia, tale iniziativa ha generato a sua volta una divisione tra chi crede al cambiamento climatico e chi non.

Riflettere su questi punti ha portato il mio pensiero a focalizzarsi su un elemento: l’incapacità della nostra società di confrontarsi e affrontare le sfide del nostro tempo. Al presentarsi di una questione di una certa importanza quasi sempre le strade sono due. La prima si concretizza nel tralasciare il problema, lasciarlo in “stand by” finché non sarà troppo urgente per essere ignorato; in breve: voltarsi dall’altra parte per non vederlo. L’altra evoluzione è quella di dividersi in due o più fazioni, o meglio tifoserie, solitamente una pro e una contro un determinato punto o soluzione.

Il lato negativo di quest’ultima via è la totale mancanza di confronto, condita spesso da un’inquietante arroganza nel sostenere a priori la propria posizione. Il banale ragionamento è sempre lo stesso: io so di avere ragione, quello che credo è giusto e non mi interessa cosa dice l’altra parte, perché saranno tutte falsità finalizzate a deviare la mia idea. Il dramma di quest’ultima strada è quello di portare allo stesso esito della prima: non affrontare, né risolvere il problema.

Il riscaldamento globale è l’esempio eclatante di questa tendenza, ma ormai quest’ultima viene declinata su ogni singolo argomento. Quando una questione diventa troppo problematica per essere ignorata, la società si divide su una determinata posizione, la quale spesso non risulta in ambo i casi essere una soluzione del problema. Tale dinamica la vediamo per i diritti sociali, per le questioni di politica interna e internazionale, per singoli gesti di una personalità; ormai, ci si divide in tifoserie anche per le questioni scientifiche.

Come detto, il Global Warming è l’esempio per antonomasia anche in questo caso, ma la pandemia ha fornito nuovi e inquietanti esempi. Infatti, in due anni siamo passati da chi credeva al Covid-19 e chi non, al confronto becero tra “pro vax” e “no vax”. In questo caso, pare che una soluzione per forza di cose si sia trovata, dato che l’effetto della vaccinazione inizia a mostrare i propri frutti. Il fatto è che, nonostante si tratti di una questione scientifica, se qualcuno ha cambiato idea è per via di un’esperienza traumatica, non per un confronto. Chi era “No vax” prima lo è anche oggi, così come dall’altra parte.

Tuttavia, forse è meglio descrivere questa tendenza con un esempio meno scientifico e più “pop”. Recentemente la pellicola Don’t look up! di Netflix ha affrontato la questione in maniera, a mio avviso, brillante seppur non eccezionale. Non parliamo di chissà quale capolavoro cinematografico, ma di una commedia che vuol favorire una riflessione nello spettatore in maniera volutamente esagerata e satirica; una pellicola che vuol quasi produrre e portare ad un confronto tra gli spettatori.

Il film parla della terra sull’orlo di una calamità naturale e dello sforzo dell’umanità per evitare l’inesorabile fine. Tuttavia, nel corso degli eventi i cittadini si dividono in due fazioni: i “Don’t look up!” contrapposti ai “Just look up!”. Una tendenza, però, che porta solo ad un esito già descritto sopra: non affrontare il problema.

Per quanto sia una produzione molto semplice e con uno scopo chiaro, il film (estremamente divertente per i miei gusti) ha creato in me un forte senso di angoscia e disgusto, portandomi a elaborare diverse riflessioni e a volerne parlare con altre persone. Così, è stato. Con il mio migliore amico ne abbiamo parlato per più di un’ora. Il fatto è che finché siamo pochi ad aver questa voglia di confronto non serve poi a molto.

Il problema vero è che dopo la visione del film da parte del grande pubblico non è nata nessuna riflessione, anzi sono nate le solite fazioni. Dalle strade delle città fino ai social network la discussione non si è mai incentrata sul significato del film e sulla sua critica generale. Il leitmotiv è stato il solito scontro tra “lo amo per questi motivi” e “lo odio per questi motivi”, seguito come da copione da un elenco di motivazioni che non toccavano il tema centrale e si concludevano con una serie di frasi denigratorie nei confronti della posizione opposta.

L’esempio appena riportato, che non vuole assolutamente semplificare una questione ampia e complessa, forse è banale per certi aspetti. Tuttavia, è una buona leva per descrivere uno degli aspetti della nostra società che spaventa: la difficoltà nel guardare oggettivamente e direttamente questioni scomode e l’incapacità di confrontarsi. Nonostante il grado di evoluzione raggiunto, sembra che il nostro destino sia quello di richiuderci costantemente in una “torre di Babele” dove ognuno esprime il proprio infallibile pensiero che nessun altro può comprendere. Tanto la soluzione più semplice, nonostante la torre sia a rischio crollo, è sempre una: guardare dall’altra parte, finché non sarà troppo tardi.

 

di Gregory Marinucci

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