Droga, armi e scrittura: Hunter Thompson e il Gonzo Journalism

Droga, armi e scrittura: Hunter Thompson e il Gonzo Journalism

Il nome “Hunter S. Thompson” non è molto conosciuto nel contesto italiano. Anzi, oserei dire che non lo è affatto. Eppure molte persone hanno visto e apprezzato il film intitolato “Paura e delirio a Las Vegas”, diretto da Terry Gilliam e interpretato da Johnny Depp e Benicio del Toro. Per chi non avesse avuto il piacere di guardare questa pellicola, essa racconta una storia irriverente e talmente astrusa da sembrare un’opera di finzione. Ve ne parlo brevemente.

Hunter S. Thompson (interpretato da Johnny Depp), giornalista sportivo con un debole per le sostanze stupefacenti e per le armi da fuoco, nel 1971 viene mandato a Las Vegas per documentare due eventi: una corsa motociclistica nel deserto (la Mint 400) e la conferenza antidroga dell’Associazione nazionale dei procuratori distrettuali. Avendo con sé notevoli quantità di LSD, mescalina, etere ed altre droghe pesanti, Thompson inizia ad assumere queste sostanze già prima di mettere piede nella città capitale del gioco d’azzardo.

Gli eventi assurdi che capitano al giornalista sono narrati nel corso del film in maniera alquanto fedele a ciò che si legge nel libro “Fear and Loathing in Las Vegas”, pubblicato nel 1971, in cui Thompson racconta sotto forma di diario le sue avventure. Deliri, allucinazioni e considerazioni mai banali relative alla società americana e più in generale alla vita nel suo complesso, si mescolano un po’ come le droghe nel suo corpo, creando un effetto unico e particolare, confondendo il lettore/spettatore e divertendolo.

L’abilità di questo scrittore stava nel raccontare le vicende che viveva ponendo il lettore in una condizione precaria fra il ridere e il piangere, fra il reale e l’astratto, fra la quotidianità e l’eccezionalità. Con “Fear and Loathing in Las Vegas” non solo la sua scrittura, ma soprattutto la sua persona divennero rapidamente famosi, soprattutto negli Stati Uniti.

Ogni testata giornalistica per la quale Thompson lavorava, gli dava carta bianca e assecondava le sue stravaganze e le sue particolari richieste, nella speranza e, spesso, nella certezza di poter leggere un pezzo esilarante e ricolmo di stile “Gonzo”. Perché sì, con la sua scrittura e il suo modo di re-interpretare gli eventi attraverso i filtri della droga e del suo sguardo brillante e curioso, Thompson creò a tutti gli effetti un nuovo stile di scrittura: il “Gonzo Journalism”.

Con questo stile si intende una scrittura che combina il giornalismo alle impressioni personali, spesso alterate dall’uso di alcol e/o altre sostanze. La finalità di tale stile è di creare e comunicare un punto di vista alternativo, bizzarro e mai banale sugli avvenimenti che il giornalista è chiamato a testimoniare.

Visto con gli occhi di un “novizio”, il suo scorrazzare a destra e a manca potrebbe sembrare a qualcuno l’insensato vagare di un pazzo tossicodipendente; una persona che non ha nulla di buono da spartire con il resto del mondo. Eppure, leggendo articoli e libri di Thompson e mettendo da parte alcuni pregiudizi che potrebbero nascere spontanei nei suoi confronti, ci si sorprende nel leggere parole e considerazioni di incredibile acume. Per esempio, in “Fear and Loathing in Las Vegas” egli inserisce fra un evento ed un altro, pensieri di intensità pungente riguardo la ricerca del così detto “Sogno Americano”.

Riporto di seguito un estratto, in cui Thompson riflette sull’amarezza del tempo che passa e che trascina con sé i ricordi e le sensazioni di un passato (in questo caso, quello degli anni ’60) che non tornerà mai più.

“Strani ricordi in quella nervosa notte a Las Vegas. Sono passati cinque anni? Sei? Sembra una vita. Quel genere di apice che non tornerà mai più. San Francisco e la metà degli anni sessanta erano un posto speciale ed un momento speciale di cui fare parte. Ma nessuna spiegazione, nessuna miscela di parole, musica e ricordi poteva toccare la consapevolezza di essere stato là, vivo, in quell’angolo di tempo e di mondo, qualunque cosa significasse.

C’era follia in ogni direzione, ad ogni ora, potevi sprizzare scintille dovunque. C’era una fantastica, universale, sensazione che qualsiasi cosa facessimo fosse giusta, che stessimo vincendo. E quello, credo, era il nostro appiglio, quel senso di inevitabile vittoria contro le forze del vecchio e del male, ma non in senso violento o cattivo, non ne avevamo bisogno, la nostra energia avrebbe semplicemente prevalso; avevamo tutto lo slancio, cavalcavamo la cresta di un’altissima e meravigliosa onda. E ora, meno di cinque anni dopo, potevi andare su una ripida collina di Las Vegas e, se guardavi ad ovest con il tipo giusto di occhi, potevi quasi vedere il segno dell’acqua alta, quel punto, dove l’onda infine si è infranta ed è tornata indietro.”

Ma prima ancora di scrivere “Fear and Loathing in Las Vegas” e diventare davvero famoso negli Stati Uniti, Thompson fece parlare di sé per un’altra storia. Nel 1965, all’apice del movimento hippie e della rivolta giovanile al sistema, egli si unì al gruppo degli Hell’s Angels, i leggendari motociclisti che spaventarono i cittadini americani durante tutti gli anni ’60.

Per circa un anno l’eccentrico giornalista seguì le orme dei più celebri membri della banda. Cavalcò a sua volta una grossa motocicletta, testimoniando le loro corse sfrenate lungo la costa californiana, le loro risse violente nei bar e il loro spirito anarchico. In “Hell’s Angels”, Thompson ci da un quadro veritiero e brutale della realtà di quegli anni, rappresentando uno spaccato di storia americana denso di sentimenti opposti e coesistenti: le controculture, il dissenso verso l’ordine e l’autorità, il pacifismo.

Il suo rapporto con questa temibile banda, purtroppo, si venne a sgretolare quando Thompson stesso si trovò vittima di una delle innumerevoli violenze da parte del gruppo. Infatti, gli Hell’s Angels si divertivano a perpetrare sulle persone che non rientravano nei loro canoni. Dopotutto, Thompson non era mai diventato formalmente un membro effettivo del gruppo e per un’incomprensione venne pestato senza troppi scrupoli. Ne uscì con qualche livido e un gran bel libro.

Un’altra curiosità legata a questo leggendario personaggio, è relativa alla sua candidatura per diventare sceriffo della contea di Pitkin, in Colorado, nel 1970. Fra i suoi punti principali c’era la legalizzazione delle droghe ad uso personale, il disarmo di tutte le forze dell’ordine e lo smantellamento delle strade e la loro riconsegna alla natura. Potreste pensare che questo “piano” fosse un tantino eccessivo, ma la realtà è che perse di pochi voti. Tutto ciò, a mio avviso, testimonia la tendenza e la mentalità di quella specifica parte di globo in quegli anni così pazzi e rivoluzionari. Periodo che Thompson riuscì a cavalcare a pieno, raccontandoci le sensazioni e le vibrazioni che si potevano vivere facendone parte.

Nel dicembre del 1994 Thompson conobbe Johnny Depp alla taverna Woody Creek di Aspen, un luogo molto frequentato dallo scrittore. L’attore racconta che mentre si trovava seduto nel locale, si spalancarono le porte e vide entrare un uomo con in mano un taser elettrico e un pungolo da mandriano, il quale esordì ad alta voce “Levatevi di mezzo, bastardi!”. Quell’uomo, ovviamente, era Hunter Thompson. Fu amore a prima vista.

Oggi si trovano video su internet nei quali si possono osservare il celebre attore e lo scrittore mentre chiacchierano bevendo whisky, sparano con grosse pistole e ridono nel dietro le quinte delle riprese di “Fear and Loathing in Las Vegas”. L’amicizia fra i due durò fino all’ultimo momento.

La mattina del 20 febbraio 2005, Hunter Thompson decise che ne aveva abbastanza di questa corsa forsennata che è la vita. Così, si sparò un colpo in testa, morendo nel suo amato ranch di montagna, ad Aspen, Colorado. Per soddisfare i suoi ultimi voleri, Johnny Depp organizzò il suo funerale. Come scritto sul testamento, le ceneri dello scrittore vennero sparate in cielo da un grande cannone a forma di pugno chiuso, simbolo del “Gonzo Journalism”.

Hunter S. Thompson non era una persona qualsiasi e sicuramente non era un uomo facile, con il quale si potevano avere relazioni ordinarie. Ne sa qualcosa il figlio, Juan Thompson, che scrive di lui dicendo: “whatever my father’s greater virtues were as a writer, a warrior, and a wise man – in his daily life he was a basket case, or in the vocabulary of the time: dysfunctional”. Nonostante ciò, il suo estro creativo, la sua energia sempre in movimento, la sua lucida follia e la sua abilità di narrare storie e vicende da una prospettiva interessante e mai scontata, sono fattori che a parere di chi scrive, lo portano ad essere uno dei personaggi più interessanti e talentuosi del panorama letterario statunitense.

 

di Giacomo Catani

 

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