Diego Armando Maradona: palleggi e vizi di un genio

Diego Armando Maradona: palleggi e vizi di un genio

“Perché la vita è un brivido che vola via…è tutta un equilibrio sopra la follia”. Versi migliori, per raccontare quella che è stata l’esistenza di Diego Armando Maradona, non ci sarebbero. Venerato da tutti per i suoi piedi fatati, è stato uno dei pochi a possedere la libertà dell’errore e la grazia dell’essere perdonato ad ogni débacleDi strada, Diego, ne ha fatta tanta, ma nonostante una vita di eccessi, ha sempre portato dentro di sé le umili origini che lo hanno contraddistinto per spirito umano ed attenzione verso i meno fortunati; qualità che, unite al talento smisurato, lo hanno elevato a divinità del calcio.

Nato a Lanus, il 30 ottobre 1960, muove subito i primi passi nel calcio grazie al papà, il quale possiede una squadra, l’Estrella Roja. Dal talento indiscutibile e dalla tecnica smisurata, le offerte dei più importanti club dell’Argentina non tardano ad arrivare.

A 10 anni è già un giocatore dell’Argentinos Juniors, squadra che milita nella Prima Divisione, e dopo qualche anno passato nelle giovanili, a 15 anni fa il suo debutto in prima squadra diventando il più giovane calciatore argentino della storia ad esordire nel massimo campionato. Solo due anni dopo, nel 1978, diventa capocannoniere del torneo con 22 reti all’attivo. 

Per Diego questi sono gli anni che lo consacrano al grande calcio. Infatti, durante il biennio successivo fa incetta di riconoscimenti personali, vincendo per ben due volte il Pallone d’Oro Sudamericano come miglior calciatore del continente: sono questi per lui gli anni dell’esordio nelle selezioni argentine. Nel 1979 porta l’Argentina a vincere il Mondiale Under 20, preludio di un qualcosa di più grande che sarebbe accaduto solo qualche anno dopo.

Una breve parentesi al Boca Juniors e si spalancano le porte dell’Europa: non appena terminati i Mondiali del 1982, che vedono Maradona marcare 2 reti in 5 presenze, il Barcellona acquista il “Pibe de Oro” per 12 miliardi di lire. A Barcellona, però, il talento di Diego non esplode definitivamente per via di alcuni guai fisici ed un feeling con la città mai nato per davvero: qualche trofeo minore, dei campionati anonimi e per il “10” è il momento di fare le valigie. 

La destinazione non è di quelle più scontate, ed anzi Diego sceglie una squadra italiana di seconda fascia, il Napoli. Probabilmente affascinato dalla città, molto simile alla sua Argentina per calore e passione, la decisione di andare a calcare i campi del Sud Italia risulta essere azzeccatissima sin dal giorno della sua presentazione allo Stadio San Paolo il 5 luglio de 1984. In ottantamila riempiono la struttura solo per vedere palleggiare il nuovo idolo partenopeo. E’ l’inizio di un amore incondizionato verso un uomo riconosciuto da tutti come colui il quale è arrivato a Napoli per aiutare i più deboli nella lotta alle potenze calcistiche del Nord.

Dopo i primi due anni di ambientamento con il calcio italiano, nel 1987 succede qualcosa di incredibile e per alcuni irripetibile: il Napoli, trionfa in campionato e porta a casa il primo scudetto della sua storia calcistica. E’ il primo grande successo per la città, ma non per Diego, il quale un anno prima, nel 1986, è riuscito nell’impresa di portare la sua Argentina sul tetto del Mondo vincendo i Mondiali da assoluto protagonista. Celebri i due gol all’Inghilterra nei quarti di finale: di mano il primo, la famosa “Mano de Dios” a vendicare l’Argentina in merito alle vicende relative alla guerra delle Falkland, e con una micidiale serpentina il secondo.

Diego è ormai il più forte calciatore al Mondo, osannato e venerato come un Dio in patria per il Mondiale, e a Napoli per lo scudetto. Per tanti è l’inizio di un ciclo vincente senza fine, per lui invece è l’apice di una carriera che pian piano inizierà a portarlo verso un baratro senza uscita.

Non mancano altri successi con il Napoli: una Coppa UEFA nel 1989 e l’ennesimo scudetto nel 1990, ma il sapore è differente. In città ed in società, tutti sanno degli eccessi nella vita privata di Diego, il quale incomincia a tessere legami con alcuni personaggi non raccomandabili della città ed inizia a fare uso di sostanze stupefacenti e alcoliche, da lui stesso ritenute le sue vere debolezze. Tocca il punto più basso della sua carriera il 17 marzo 1991, in Napoli-Bari; positivo al controllo antidoping, termina la sua esperienza nel campionato italiano e si becca una pesante squalifica da tutte le competizioni sportive.

Dopo un anno e mezzo di assenza, nel 1992 torna a calpestare l’erba dei campi di calcio in Spagna, con la maglia del Siviglia, ma è viva in tutti l’impressione che i tempi migliori per Diego siano ormai andati. Dopo una sola stagione, costellata più da bassi che da alti, Maradona saluta tutti e torna in patria al Newell’s Old Boys, nella speranza che qualche buona prestazione possa portarlo ai Mondiali del 1994 che si sarebbero disputati dì lì a poco.

Fu proprio quel mondiale del 1994 a segnare la fine del genio calcistico che per 20 anni aveva fatto innamorare non solo gli argentini ed i napoletani, ma gli appassionati di tutto il mondoMaradona arriva all’appuntamento iridato scarico. Non gioca da febbraio, da quando, dopo sole 5 partite, decise di rescindere il contratto con i Newell’s Old Boys. Negli ambienti giornalistici si vocifera di un tacito accordo tra Maradona e la FIFA: “partecipa ai mondiali ma non crearci problemi.”

Diego però è una testa calda, uno che non ha paura di dire come la pensa. Così, al termine della partita contro la Nigeria, il 10 argentino si scaglia contro la FIFA, rea di far giocare le partite sotto un caldo asfissiante solo per poter garantire un prodotto visibile al pubblico europeo. Ancora una volta si scaglia contro il capitalismo e non ha paura delle conseguenze. Quello sfogo però lo pagherà caro. La FIFA decide di non chiudere più un occhio ed emana un comunicato molto eloquente  al termine della partita contro la Nigeria “Un calciatore dell’Argentina è risultato positivo al test antidoping”. Sarà proprio lui, Diego Armando Maradona. Il campione però sembra essere quello prelevato nel post partita contro la Grecia, la partita che tutti ricordiamo per quello sguardo rabbioso che il “Pibe de oro” rivolge alla telecamera. Maradona sarà squalificato dal torneo per la positività all’efedrina (una sostanza stimolante proibita), l’Argentina verrà eliminata agli ottavi dalla Romania del Maradona dei Carpazi, George Hagi.

La botta è dura, è il colpo fatale ad una personalità ormai fragile. Diego lascia il calcio giocato per una breve esperienza in panchina. Andrà male. Poi una luce, quella della Bombonera. Il calciatore più forte del mondo non può abbandonare in questo modo, non può darla vinta ai nemici di sempre Havelange e Blatter, così, a 35 anni, Maradona riprende gli scarpini per tornare a calcare il campo degli Xeneizes. L’esperienza dura due anni, poche partite ma tante emozioni. La sua ultima gara è il Superclasico contro i rivali cittadini del River Plate. Abbandonerà il calcio, ufficialmente, solo nel 2001, con una gara speciale d’addio tra la selezione Argentina ed un team di campioni da tutto il mondo, con un discorso di commiato commovente e con indosso la maglia che ha amato più di tutte, quella del Boca.

Della carriera da allenatore di Maradona c’è poco di cui parlare. L’unica esperienza degna di nota è quella dei mondiali in Sudafrica nel 2010, esperienza terminata ai quarti di finale con l’esonero e tante polemiche tra lui e l’AFA, la federazione argentina.

Parlare del personaggio Maradona è difficile, un articolo non sarebbe esaustivo. La sua figura è controversa; amato per la sua passionalità, odiato per i suoi continui eccessi. Lascia questa terra in un giorno non casuale, il 25 novembre. Ai più attenti non sfuggirà questa data, nel 2005 ci lasciò George Best, nel 2016 Fidel Castro. C’è un filo conduttore tra questi due nomi: Diego Armando Maradona. Con Best, oltre il genio calcistico, Maradona ha condiviso sicuramente una vita vissuta sempre al massimo. La loro scomparsa lascia una sensazione di amarezza, perché tutti sappiamo che avrebbero potuto vivere di più. Con Fidel, Diego, oltre l’ideologia socialista, ha condiviso gli anni della rinascita dopo il baratro. Un’amicizia cresciuta negli anni 2000 quando il Lider Maximo aprì le porte delle cliniche di Cuba per curare un Pibe de oro che nessuno voleva più.

La politica però è sempre stata ben presente nella vita di Maradona, così come l’odio per l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Dallo schiaffo della “mano de dios” al mondiale 86’ passando per il rifiuto di conoscere il Principe Carlo, Diego ha sempre visto gli anglosassoni come gli acerrimi nemici per il loro imperialismo che è costato all’Argentina le isole Malvinas. Peggio, probabilmente, era il sentimento anti-americano, in particolare nei confronti di Bush (famosa fu una maglietta che indossò con la scritta “STOP BUSH”, con la S sostituita da una svastica). Insomma, Maradona era un riferimento per la controcultura, per coloro che si sentivano ostaggio delle più grandi potenze imperialiste, era un riferimento per tutto il movimento politico sudamericano. Ma era soprattutto uno che aveva dimostrato che il sud del mondo poteva vincere. Non solo Fidel ma anche Chavez, Morales, Maduro, tutti leader socialisti che avevano stretto un forte rapporto con Maradona.

La notizia della sua scomparsa è quella cosa che sai che accadrà prima o poi ma che non ti aspetti possa accadere davvero. Il suo fisico era molto provato; anche questa volta la notizia della sua morte sembrava una delle solite news che periodicamente uscivano sul suo conto. Invece no. Questa volta “è muort o rre” ma non ci sarà nessuno a gridare “evviva o rre”, non ora, non oggi. Il mito di Diego Armando Maradona non può essere sostituito.

Nonostante non sia un esempio di come condurre la vita ed i suoi problemi con la legge non vadano assolutamente giustificati, la sua morte in qualche modo ci rende partecipi di un lutto planetario. Tutti conoscevamo Diego, tutti, ne sono certo, hanno pensato che avrebbe potuto vivere di più e che ci ha abbandonati troppo presto. Ma Diego era così, genio e sregolatezza. Eloquente la frase pronunciata nel film documentario sulla sua vita girato dall’amico Emir Kusturica (che vi invito a vedere): “Sai che giocatore sarei stato se non avessi tirato coca?”. Già.

Nel giudizio di Maradona molti sottolineano i suoi errori, i suoi problemi con il fisco, un rapporto non sempre idilliaco con le donne, i suoi abusi con le droghe. C’è però una cosa che non deve essere dimenticata per giudicare il Maradona simbolo: non importa quello che ha fatto Diego nella sua vita, importa cosa ha fatto il “Pibe de oro” nella nostra di vita. Non so voi, ma ai miei figli ed ai miei nipoti, con un pizzico di orgoglio, racconterò che ho visto Maradona.

Ciao Maradò.

di Enzo Chiarelli e Claudio Petrozzelli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.