Democrazia? No, grazie!

Democrazia? No, grazie!

Platone spiega quali potrebbero essere i difetti del governo considerato migliore di tutti.

Se si facesse un sondaggio su quale sia la forma migliore di governo, credo che la quasi totalità dei voti verrebbe portata a casa dalla democrazia, il governo del popolo, del dèmos. Non finisce qui: si può anche affermare che, con tutta probabilità, una buona parte di questi votanti crederebbe che questa sia la scelta più ovvia: consente l’espressione di voto tramite suffragio universale, è inclusiva e, tendenzialmente, consente al cittadino di possedere un gran numero di diritti. Chi mai potrebbe pensare altrimenti?

Nientedimeno che il grande Platone. Infatti, il filosofo di Atene, allievo di Socrate, teorizzò il suo modello di città utopica (dal greco ou tòpos, cioè “non luogo”, in quanto si rese conto della sua irrealizzabilità, ma ne propose comunque l’esempio come modello a cui tendere) nell’opera “Repubblica” e, con grande sorpresa, non era affatto una democrazia. 

Egli prevedeva, infatti, che al comando ci fosse un gruppo di filosofi. Direte voi “Per forza, era di parte!”. Ebbene, nonostante il motivo possa sembrare questo, in realtà per Platone i filosofi erano coloro che sapevano cosa fosse il vero bene. Per questo, dunque, potevano guidare l’intera città a quel fine ultimo condiviso da tutti: il bene, appunto. 

Per poter diventare governanti, però, era necessaria una preparazione lunghissima. Prima di tutto, ai bambini venivano insegnate la ginnastica e la musica. Poi, tra questi, i più intelligenti venivano selezionati per continuare il percorso di studi, mentre i rimanenti diventavano guerrieri. Ai più dotati intellettualmente, quindi, veniva insegnata matematica per dieci anni, poi dialettica per cinque. Finito questo già lungo percorso, dovevano effettuare un praticantato di ben quindici anni al fianco di un governatore. A quel punto, dato tutto il lavoro che stava dietro alla preparazione di un singolo filosofo, se uno di essi avesse deciso di non voler svolgere il suo compito, quest’ultimo gli sarebbe stato imposto, senza possibilità di sottrarvisi. 

Tutto il popolo, inoltre, risultava diviso in tre: i filosofi-governanti, i guerrieri sopra citati e infine gli artigiani: la gran parte della popolazione. Per i primi due gruppi venivano proposte leggi molto rigide: questi non dovevano possedere alcunché, gli adulti dovevano considerare tutti i figli come propri e i bambini dovevano sentirsi figli di tutti i genitori, applicando una vera e propria abolizione della famiglia e del matrimonio (anche i rapporti sessuali a scopo riproduttivo venivano pianificati dall’alto nel piano di Platone). Questa è stata considerata da alcuni una prima forma di comunismo, ma in realtà non ha niente a che vedere con gli intenti economici di quest’ultimo; l’unico scopo è il bene della polis (città). 

Tutti gli altri tipi di governo sono descritti come generazioni di questo primo tipo perfetto: la timocrazia è il governo dei guerrieri, che pensano prima di tutto all’onore, l’oligarchia è tipica dei produttori più ricchi, che guardano al guadagno. La democrazia, che si aggiudica il triste penultimo posto in classifica, è per Platone alla stregua di un’anarchia. Peggiore di tutte è la tirannide, che concentra tutto il potere nelle mani di una sola persona che pensa ai propri interessi.

Per capire il punto di vista di Platone, bisogna ricordare che nell’antica Grecia esisteva una forma di democrazia che ora risulterebbe pressoché impossibile: la democrazia diretta. Quest’ultima permetteva di autorappresentarsi senza mediazioni, e di esercitare il potere legislativo. Il problema, quindi, giungerebbe allorché si diffondesse un’opinione falsa e infondata su di un qualsiasi argomento. In pratica, Platone afferma in questo modo di temere l’ignoranza, di aver paura degli uomini che non usano la ragione ma possono lo stesso esercitare il loro potere.

Un ultimo chiarimento: l’esercizio della politica nella democrazia diretta ateniese era in ogni caso riservata ai maschi adulti con cittadinanza. Inoltre, in Grecia esistevano anche altre forme di governo, ad esempio quello spartano, che prevedeva la presenza di un re, di un senato e di un’assemblea di cittadini ed era per questo definito misto.

Anche nel presente, La Repubblica di Platone potrebbe essere usata come spunto riflessivo. Noi certamente viviamo in una repubblica parlamentare che garantisce per i nostri diritti e per la libertà. Su questo conveniamo tutti. Ma cosa accade quando le masse eleggono rappresentanti senza essere veramente informate su chi votano? Ci si lascia abbindolare dalla pura oratoria eristica che i politici conoscono molto bene, ma poi? 

Eppure, non possiamo certo togliere il diritto di voto ad alcuni, giudicandoli “più stupidi”. Con che criterio lo faremmo? Guardando forse al numero di lauree? Ebbene, uno potrebbe essere un massimo esperto di matematica, fisica e scienze, senza sapere assolutamente nulla di politica. 

Probabilmente il rimedio che più si confà allo stato italiano è la sensibilizzazione sull’argomento. Far capire quanto importante sia il diritto di voto e il suo enorme peso specifico. Far sì che le persone si interessino di politica e dintorni almeno quel tanto che serve per essere dei cittadini responsabili. Rendere giustizia a chi, prima di noi, ha lottato per avere quei diritti che troppe volte diamo per scontati.

Possiamo iniziare noi stessi ad essere degli esempi, dei buoni cittadini, senza aspettare che questa sensibilizzazione ci venga calata dall’alto, anche perché, detto fra noi, ci vorrebbe troppo!

di Giada Lagetti.

 

Fonti ed ulteriori approfondimenti:

  • Platone, dopo La Repubblica, scrisse Il Politico e Le Leggi. Nel primo parla della città realizzabile e nel secondo, come intuibile, discorre riguardo le leggi da adottare;
  • Fonte Immagine Statua di Platone: https: //best5.it/post/platone-il-suo-pensiero-in-10-punti/

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