Defiscalizzazione del welfare aziendale, ne vale la pena?

Defiscalizzazione del welfare aziendale, ne vale la pena?

Una riflessione sulla valutazione di uno degli interventi più importanti delle ultime Leggi di Bilancio: la defiscalizzazione del welfare aziendale.

 

Nonostante possano apparire più lontane e meno coinvolgenti rispetto al dibattito politico, le policies, ossia quegli interventi messi in campo dai policymakers per risolvere un problema collettivo, influenzano in maniera importante la vita di ciascun singolo cittadino. Negli ultimi anni, causa anche le crisi finanziarie ed economiche che hanno messo a dura prova i nostri sistemi socioeconomici, lo Stato è stato sempre meno capace di rispondere ai rischi sociali tramite politiche pubbliche efficaci da un lato ed efficienti dall’altro.

Le carenze del primo pilastro del sistema di welfare state italiano, il pilastro pubblico, sono evidenti: a fronte di rischi sociali, quali la vecchiaia e la malattia, nei confronti dei quali lo Stato garantisce un elevato grado di tutela grazie al sistema previdenziale e al sistema sanitario nazionale, esistono rischi sociali nei confronti dei quali il grado di tutela è insufficiente, rischi che coinvolgono soprattutto la fascia più giovane della popolazione. Politiche per le giovani famiglie, politiche abitative e politiche di conciliazione cura-lavoro: questo tipo di problemi collettivi non sembrano essere presenti nelle agende politiche.

Tuttavia, in un sistema di welfare multipilastro, una risposta a tali rischi sociali sembra provenire dal lato del mercato (e, in parte, del Terzo Settore): il welfare aziendaleLa crescita esponenziale che il welfare aziendale ha conosciuto negli ultimi anni in Italia è dipesa in particolare da una politica pubblica di defiscalizzazione dei beni e servizi offerti dal datore di lavoro nei confronti del lavoratore: una politica che costa al fisco italiano una cifra intorno agli 810 milioni di euro su base triennale, circa 270 milioni annui a legge di bilancio. Cifre importanti, soprattutto per un paese, come l’Italia, con un grave debito pubblico sulle spalle.

Nonostante l’impatto del welfare aziendale sul sistema economico e sociale italiano appaia molto positivo, quasi inattaccabile (ha creato migliaia di posti di lavoro grazie all’emergere di molti erogatori di prestazioni di welfare, oltre all’aver apparentemente migliorato le condizioni dei lavoratori che ne hanno potuto usufruire), emergono alcuni pareri contrastanti in relazione al tema di tale tipologia di welfare.

L’ex Ministro Tiziano Treu ritiene che le manovre di defiscalizzazione del welfare aziendale contenute nelle diverse leggi di Stabilità a partire dal 2016 non abbiano colto l’elemento di utilità sociale alla base del concetto di welfare aziendale. In un’intervista alla stampa Treu critica per l’appunto l’approccio che il legislatore ha voluto dare nei vari testi al welfare, un approccio riassumibile in tre parole: mercificazione del welfare.

Effettivamente la deriva consumistica dei beni o servizi di welfare aziendale garantiti ai lavoratori è sotto gli occhi di qualunque esperto del settore, ma non solo: l’attuale favor normativo non differenzia tra diverse tipologie di beni e servizi erogati, equiparando un corso di preparazione per il tè all’offerta di un servizio di asilo nido aziendale. Inevitabilmente, il dispendio di importanti risorse pubbliche per finalità ludiche o con uno scarso impatto di natura sociale è un lusso che le nostre esigue risorse non permettono: il Fisco nei prossimi anni vorrà vederci chiaro in tema di welfare aziendale.

Come si deciderà se proseguire o meno con questo orientamento normativo a favore del welfare aziendale da un punto di vista fiscale? La risposta è molto semplice: tramite una valutazione delle politiche. Una valutazione che si articolerà su due distinti livelli: un primo livello, più specifico e focalizzato sui singoli interventi promossi dalle aziende a favore dei lavoratori; tale primo step è alla base del secondo livello di valutazione, che si concentrerà sull’efficienza del welfare aziendale, valutando se effettivamente ne vale la pena investire tutte queste risorse a favore del welfare privato.

A questo punto è lecito chiedersi: cosa significa valutare una politica di welfare aziendale? Quali sono le metodologie utilizzate? Purtroppo, in Italia le pratiche di valutazione delle politiche sono ancor troppo poco diffuse: l’obiettivo di un’attività valutativa dev’essere quello di esprimere un giudizio su un intervento, per decidere se o meno proseguire su quella strada o proporre delle modifiche migliorative rispetto alla politica stessa. Per valutare una politica di welfare esistono principalmente tre diverse macrocategorie metodologiche: qualitative, quantitative ed economiche.

In particolare quelle quantitative ed economiche saranno utilizzate per valutare i singoli interventi: le prime per stimare ed isolare l’impatto sociale del welfare aziendale, le seconde per valutarne il ritorno economico sull’investimento effettuato dal datore di lavoro. In altre parole, per valutare l’efficacia dello strumento (tecniche quantitative) e la sua efficienza (tecniche economiche). I risultati di questi processi di valutazione dei singoli interventi porteranno ad una valutazione complessiva della politica di defiscalizzazione che inciderà, inevitabilmente, sul futuro del fenomeno del welfare aziendale in Italia. Decisione che non dipenderà solo ed esclusivamente dal processo di valutazione ovviamente, ma che sicuramente sarà da questo fortemente influenzata.

Purtroppo il tema della valutazione delle politiche, pubbliche o private che siano, sembra ancora essere un tabù in ItaliaMentre all’estero, soprattutto nel contesto americano e anglosassone, sempre di più si sente parlare dell’uso di sperimentazioni controllate o di calcoli dei ritorni sugli investimenti per decidere se conviene o meno investire risorse pubbliche in un determinato intervento, ancora troppo poco tali pratiche risultano diffuse nel contesto italiano.

In una situazione come quella attuale, nella quale i bisogni appaiono molteplici e le risorse sempre più limitate, un buon decisore dovrebbe sempre partire da una semplice domanda per valutare se o meno promuovere un determinato intervento: ne vale la pena?

di Federico Stassi

 

Fonti:

  • Welfare aziendale: quali sono i costi per lo Stato?”, Assinews.it, 2019
  • Federico Stassi, “Valutare il benessere aziendale: una rassegna metodologica”, Tesi di laurea Magistrale (Università Cattolica del Sacro Cuore), 2020

 

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