Cosa succede a Napoli?

Cosa succede a Napoli?

 

Nel primo pomeriggio di venerdì scorso, 23 ottobre, il governatore della Regione Campania, Vincenzo De Luca, ha comunicato in una diretta Facebook l’intenzione di imporre misure ancora più stringenti nell’ambito della prevenzione COVID-19, annunciando che la Campania si sarebbe avviata verso un nuovo lockdown. Nulla di strano, considerati i numeri dei contagi registrati negli ultimi giorni (+2280 nella giornata del 23/10). De Luca aveva però già emanato un’ordinanza per la quale dalle 23 di quello stesso giorno sarebbe scattato il primo coprifuoco, e così sarebbe stato ogni sera fino al 13 novembre. Il tono generale della diretta era molto chiaro: il governatore non aveva alcuna intenzione di aspettare i possibili risultati delle misure annunciate meno di 48h ore prima. 

“Non c’è tempo da perdere, bisogna chiudere tutto” è quello che sostanzialmente comunica in diretta. Brandendo una TAC che mostra i danni permanenti ai polmoni di un paziente, ci ripete quanto il sistema sanitario sia ormai saturo, vantandosi delle poche morti registrate all’interno della regione e sostenendo che ci siano persone pronte a fare “sciacallaggio mediatico e politico” nel caso in cui questi dati dovessero salire. Subito dopo ristoratori e piccoli imprenditori si iniziano a mobilitare su gruppi Facebook per organizzare una protesta: la sera stessa, allo scoccare del coprifuoco. 

Ma facciamo un salto in avanti, alla mattina dopo. Il web è inondato di immagini delle strade di Napoli a soqquadro, di cariche sulla (e della) Polizia, fumogeni, cassonetti incendiati. La minaccia di un imminente secondo lockdown è sicuramente stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per il popolo napoletano, che si trova impreparato a gestire una seconda ondata di contagi, nonostante questa fosse stata largamente anticipata dagli esperti già durante la scorsa primavera. Per la gente in protesta, un nuovo lockdown è insostenibile. La rivolta prosegue a suon di cori indirizzati al presidente della regione. I napoletani insorgono di fronte alla prospettiva di miseria chiedendo assistenza al governo regionale: “Tu ci chiudi, tu ci paghi” è la scritta che campeggia su uno degli striscioni rivolti a De Luca. Viene reclamata la necessità di un piano socioeconomico che permetta lo stop delle attività lavorative non essenziali senza mandare sul lastrico gran parte della popolazione. I sindaci si accodano a questa richiesta e richiedono l’utilizzo dei fondi Ue per sopperire a queste necessità effettive.

 

Sui social infuria la polemica: si parla di atti criminali, della presenza di camorra e gruppi di estrema destra; si parla di assalti alla polizia. Il tutto è accompagnato da video di scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine che diventano ben presto virali e alimentano la polemica. I giornali parlano di “guerriglia” e condannano le modalità delle proteste con un tono solenne. La copertura mediatica sembra concentrarsi quasi unicamente sull’espressione di un giudizio morale nei confronti dei protestanti, prima cercando di spacciare le proteste per “gruppi di ragazzini che non vogliono rinunciare alla vita sociale”, poi concentrando l’attenzione sui pochi attacchi violenti, piuttosto che passare in rassegna quelle che sono state le mancanze della giunta regionale campana nella gestione della pandemia. 

I posti letto in terapia intensiva scarseggiano, il personale medico non è sufficiente e, per De Luca, l’assenza del distanziamento sociale nei mezzi è diventato un problema solo a partire dal 15 ottobre. Per otto mesi, e in particolare durante l’estate post-lockdown, il governo regionale campano non ha saputo disegnare una strategia efficiente per la prevenzione e il contenimento della seconda ondata, pur avendo a disposizione un periodo di calma apparente e la minaccia incombente della seconda ondata. Questo, però, è passato in secondo piano per i giornali che hanno preferito mettere alla gogna un popolo stremato dalla responsabilità di dover provvedere per se stesso, nel fallimento se non nell’assenza delle istituzioni. 

Il dibattito mediatico, tra social e testate giornalistiche, è consumato dalla condanna delle violenze della protesta. Le immagini in circolo sono forti, sono spiacevoli e lasciano l’amaro in bocca, certo. Tuttavia, condannare quanto accaduto senza interrogarsi sul perché sia accaduto è un errore non giustificabile. Gli italiani commentano spazientiti colpevolizzando il popolo sceso in strada, tacciandolo di ignoranza, di incoerenza, sostenendo che sarebbe stato più facile indossare le mascherine protettive e prendere tutte le precauzioni necessarie per evitare una seconda ondata. La morale che passa, sostanzialmente, è quella secondo cui “la colpa è la nostra che non siamo stati sufficientemente previdenti”. Le voci che criticano la classe politica e le sue mancanze sono poche e fanno fatica a sentirsi. La violenza fisica degli scontri oscura completamente la violenza strutturale perpetrata dalle istituzioni ai danni dei cittadini sotto forma di un welfare lacunoso ed è sintomo di una disperata ricerca di attenzione da parte di una fetta di popolazione che è ormai abituata a sentirsi invisibile davanti agli occhi dello Stato. Costringere il popolo alla miseria è un atto di violenza e costituisce una grave mancanza di responsabilità da parte delle istituzioni. La responsabilità civica degli individui non può e non deve sopperire a delle mancanze allarmanti da parte del Governo, sia al livello regionale che nazionale. I fotogrammi che circolano sul web oggi raccontano la storia di un popolo deluso, disperato, ma soprattutto abbandonato. La protesta è, dunque, seppure portata avanti con modalità opinabili, uno strumento legittimo che va a toccare un nervo scoperto del nostro Paese: la condizione delle periferie e delle province, non solo di Napoli, ma di tutto il sud Italia.

 

 

Inoltre, come avviene di solito quando si parla di Napoli, il dibattito si è ridotto in stereotipi e analisi monodimensionali della realtà napoletana che restituiscono ben poco alla complessità del suo tessuto sociale e del momento di fragilità che stiamo attraversando. I giovani napoletani si trovano a rispondere alle accuse mosse con uno slogan: “Io mi dissocio”. Tanti sono quelli che sostengono che questa non è Napoli, che Napoli non è violenza e malavita. E in un certo senso, hanno ragione. Napoli non deve essere rappresentata da agitatori di estrema destra che aizzano la folla e cavalcano l’onda del caos. Napoli non deve essere ridotta alle colpe della camorra che, ancora una volta, si arricchisce sulla pelle delle persone travolte da scompiglio e miseria. Tuttavia, distanziarsi da quanto accaduto produce un discorso sterile e ugualmente riduttivo, dipingendo Napoli come una città di brava gente in cui un paio di mele marce rovinano la reputazione collettiva. La realtà di Napoli è ben più articolata e non si esaurisce in queste categorizzazioni nette. Napoli, come ogni altra grande città, è composta di molteplici realtà, talvolta in contraddizione tra loro. Tuttavia, distanziarsi dai problemi delle fasce sociali più deboli dall’alto dei nostri quartieri bene non ci rende cittadini più meritevoli rispetto a chi protesta e non fa altro che dividere ulteriormente la popolazione. Queste divisioni ci rendono più vulnerabili di fronte alle colpe dello Stato. 

Alla luce di queste considerazioni, appare sempre più necessario educare i cittadini alla solidarietà piuttosto che all’individualismo spietato. Ciò deve essere accompagnato da una ridistribuzione della ricchezza e da investimenti che possano diminuire il gap di qualità della vita tra i vari quartieri della città. L’obiettivo deve essere quello di strutturare un welfare che impedisca alla camorra di essere la scelta più conveniente per gli imprenditori in difficoltà, un welfare che sia in grado di soddisfare i bisogni di tutte le fasce sociali. Ma, prima di tutto, è necessario ricordare agli abitanti di essere cittadini, restituendo loro la coscienza di cosa significhi vivere in uno Stato che, secondo i termini del contratto sociale, offre dei servizi ed è presente, non soltanto in campagna elettorale.

 


Vera Sibilio
Irene Pontecorvo

 

 

 

 

Immagini dal Web: Il Corriere, Il Mattino. 

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