Conflict minerals, blood diamonds e l’azione delle Nazioni Unite

Conflict minerals, blood diamonds e l’azione delle Nazioni Unite

I diamanti e le pietre preziose sono considerati dalla maggioranza dell’opinione pubblica simboli di lusso e ricchezza, ma queste risorse, nel momento in cui vengono vendute, portano con esse una storia differente e spesso collegata a conflitti armati.

La maggior parte delle risorse naturali esistenti sul nostro pianeta è presente nel continente africano. A causa della frenetica corsa per la ricerca e l’estrazione del maggior numero di diamanti, si sono scatenate vere e proprie guerre civili che hanno portato alla distruzione e alla miseria intere nazioni. Ecco perché sono stati coniati i termini conflict minerals e blood diamonds, proprio per indicare che questi ultimi sono il risultato di un processo, spesso illegale, collegato a sanguinosi conflitti. 

A partire dagli anni Novanta sono aumentati in modo esponenziale i contrasti negli Stati africani. Una delle novità era costituita dal metodo di finanziamento utilizzato dai gruppi ribelli per potersi permettere tutto il necessario per affrontare e prolungare il conflitto. 

Il finanziamento comprendeva l’acquisto di macchinari specifici per migliorare e velocizzare il processo produttivo (estrazione, lavorazione, trasferimento), per comprare artiglieria ed equipaggiamento bellico e, in numerosi casi, a causa della corruzione esistente, anche per incrementare il patrimonio personale dei signori della guerra. 

Oltre a risorse come il legname, il rame e le materie prime per la produzione di sostanze stupefacenti, nel continente africano sono i diamanti ad essere una delle principali cause dei conflitti. Esempi di guerre civili avvenute nel continente africano e caratterizzate dallo sfruttamento e dall’utilizzo delle risorse per il controllo dell’intera nazione sono quelle in Sierra Leone, Liberia, Repubblica Democratica del Congo e Costa d’Avorio. 

Per far fronte al problema, la comunità internazionale è intervenuta in diversi modi. Le Nazioni Unite, tramite le operazioni di peacekeeping di terza generazione, definite anche come multifunzionali e robuste, hanno esercitato una forte ingerenza negli affari interni di uno Stato, mettendo in atto azioni coercitive nel caso in cui fosse richiesto. 

I maggiori risultati sono stati ottenuti grazie all’instaurazione di processi di mediazione per il raggiungimento della pace, di ridistribuzione delle risorse e dei compiti della loro gestione; oltre che da processi di democratizzazione basati sul monitoraggio e l’effettivo controllo delle elezioni, per far sì che si svolgessero in modo chiaro e con la formazione un governo legittimo.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è, inoltre, intervenuto tramite sanzioni non implicanti l’uso della forza, come sancito dall’articolo 41 del suo statuto. Numerose sono state le risoluzioni adottate da quest’organo per affrontare le varie questioni. Esse hanno stabilito soprattutto sanzioni economiche come blocchi commerciali ed embarghi, ovvero azioni volte ad isolare lo Stato autore dell’illecito. 

L’embargo, quello più richiamato dal Consiglio di Sicurezza per risolvere il problema in esame, si basa sul divieto di importazione ed esportazione di qualsiasi bene soggetto a questa sanzione. Esso può essere utilizzato sia per le risorse naturali che per le armi, ed è stata una delle misure più sfruttate dalla fine della guerra fredda ad oggi.

Queste misure hanno avuto effetti significativi in Paesi come Angola, Liberia e Costa d’Avorio, impedendo anche le attività illecite di alcune multinazionali (ad esempio la De Beers Company) interessate al traffico illegale delle risorse e che alimentavano le guerre civili per i propri interessi personali. Nonostante ciò, il traffico illegale di conflict minerals e blood diamonds continua ancora oggi a causa di triangolazioni commerciali e altre tecniche di scambio tipiche del mercato nero e del deep web. 

Più in generale, diversi attori della comunità internazionale sono intervenute nel corso degli ultimi decenni per affrontare il problema dei conflict diamonds. Uno dei sistemi funzionali per la sicurezza umana più importante, relativo ai diamanti, è il Kimberley Process (KP). Nato nei primi anni del 2000, il Kimberley Process (KP), tramite il suo schema di certificazione, si occupa della trasparenza, della tracciabilità e dei corretti meccanismi di produzione dei diamanti provenienti da zone di conflitto. 

Attualmente esso comprende 55 partecipanti in rappresentanza di 82 Paesi, con l’Unione Europea e i suoi 27 Stati che vengono considerati come un unico membro e rappresentati dalla Commissione Europea. In totale, il processo copre il 99,8% della produzione mondiale di diamanti grezzi. Nonostante l’appoggio immediato da parte delle Nazioni Unite e la globale popolarità, il Kimberley Process ha avuto numerose critiche per alcune limitazioni che hanno spinto importanti protagonisti della scena, come Global Witness ad abbandonarlo. Tuttavia, il KP è troppo importante per fallire, per un’industria che avvantaggia così tanti Paesi e per i milioni di persone nei Paesi poveri che dipendono, direttamente e indirettamente, da esso. 

Ecco perché insieme ad esso, in conformità con i suoi principi, collaborano il Responsible Jewellery Council e il World Diamond Council. Questi due organismi supportano l’iniziativa di sostenere e proteggere i diamanti invitando tutti i soggetti coinvolti a seguire dei Code of Practices e monitorando il loro operato. 

In conclusione, al momento, anche a causa del periodo storico in cui ci ritroviamo, risulta difficile prevedere quali saranno le azioni future e come cambierà il mercato delle pietre preziose. Di certo, la cooperazione internazionale, promossa e guidata dalle Nazioni Unite insieme a tutti i diretti interessati alla questione, deve restare alla base del processo volto a porre fine completamente agli scontri e al commercio illegale delle risorse naturali. Solo così si potrà ridurre il problema dei conflict minerals e di tutte le disastrose conseguenze che si portano con essi. 

 

di Francesco Staiano

 

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