Chi si ricorda dell’università e della ricerca?

Chi si ricorda dell’università e della ricerca?

Il mondo universitario e quello della ricerca sono completamente spariti dal dibattito politico e istituzionale. Un settore fondamentale per dare un futuro concreto al Paese troppo spesso lasciato in secondo piano.

In questi mesi abbiamo assistito ad uno scontro istituzionale estremamente aspro sul mondo della scuola, dovuto specialmente alla crisi sanitaria, con un confronto politico spesso duro e a tratti volgare tra i vari esponenti. Da una parte l’esecutivo uscente, rappresentato dal ministro Azzolina, che ha difeso a spada tratta le scelte fatte, dall’altra l’opposizione che ha tacciato di incompetenza e criticato aspramente, e forse giustamente, l’operato del vecchio Conte bis (però senza portare sul tavolo o palesare in modo esplicito le proprie proposte).

In questo costante, deprimente gioco-rissa tra le parti sono stati tuttavia dimenticati il mondo universitario e quello della ricerca, nominati qui al plurale come entità distinte ma da considerare come un soggetto unico, data la loro stretta interconnessione.

Meglio fare una chiara premessa. Parlare di scuola, università e ricerca è estremamente complicato, poiché è arduo poter fare una analisi esaustiva delle innumerevoli problematiche che affliggono questi settori. Per quanto difficile, in Dixxit amiamo riflettere, confrontarci su questioni complesse e dedicheremo il mese di febbraio, solitamente periodo di sessione d’esami all’università, ad analizzare ampiamente questo settore. In ogni caso, avendo l’importante compito di avviare questo mese dedicato ad un tema così ampio, ho deciso di focalizzare questo pezzo solo sul mondo dell’università e della ricerca, spesso ignorato, per non dire dimenticato, dal dibattito pubblico italiano. Naturalmente, anche la scuola sarà ampiamente trattata.

Partiamo da un’ovvietà, forse nemmeno così scontata: l’università e la ricerca hanno un ruolo di primaria importanza per il sistema Paese. Non si tratta della banale formazione di lavoratori, ma di una stretta connessione con una ampia gamma di settori fondamentali per la crescita economica, sociale e tecnologica di uno Stato. Un settore di primaria importanza anche e soprattutto per lo sviluppo di una cultura politico-democratica più solida e al passo con i tempi che cambiano.

Dunque, perché questo mondo è inesistente, praticamente dimenticato, nel dibattito istituzionale? I motivi sono due. Il primo è che nessun partito ha una chiaro progetto, o in generale una parvenza di visione, di come riformare e stimolare questo mondo. Il secondo è molto più materiale: l’università e la ricerca non sono dei catalizzatori di voti. Anzi, già solo esporre un pensiero o una parola sul tema te li può far perdere e nel mondo della politica deideologizzata e senza coraggio, ma del mero cinismo populista, è un errore da “pivelli” introdurlo.

Fondamentalmente, per la politica sono altri i soggetti a cui dare la propria preziosa attenzione: anzitutto i pensionati, uno dei principali bacini elettorali in Italia, poi i lavoratori, tralasciando il 29,2% di disoccupati giovani, e infine la scuola. Quest’ultima, poi, è spesso trattata in maniera superficiale.

Chiariamo: nessuno qui vuole sminuire l’importanza delle categorie appena citate, ma semplicemente fare un mero esempio di come l’interesse politico sia troppo condizionato dall’elemento del ritorno elettorale.

Dell’Università e della ricerca si sottolinea e si sottolineerà sempre la primaria importanza, ma nessuno si metterebbe seriamente in gioco, specialmente in questa congiuntura storica, su un settore così complesso e complicato, che potrebbe portare al più qualche punto percentuale; anzi, come detto, quei pochi punti li toglie molto spesso. 

Tuttavia, il tralasciare costantemente questo tema arrecherà un danno enorme al Paese, che già non naviga in buone acque, specialmente a livello sociale. La pandemia da Covid-19 non ha fatto altro che mettere in evidenza questo fatto.

Per fare un piccolo esempio, cito un passaggio dell’articolo “Università dimenticata e tutti contro tutti” di Dario Braga pubblicata su “Il Sole 24 Ore”: “Eppure, stiamo cominciando a vedere che abbiamo pochi medici e le aziende faticano a trovare ingegneri e nelle scuole cominciano a scarseggiare gli insegnanti di matematica e di scienze. Ma formare medici e ingegneri e scienziati costa molto e richiede investimenti. Un passaggio semplice, poco illuminante, specialmente se letto oggi. Peccato che l’articolo sia del 30 novembre 2018, più di un anno e mezzo prima dell’inizio della crisi sanitaria globale che ha messo in ginocchio il mondo intero. Una parte delle difficoltà che viviamo oggi sono una diretta conseguenza dello stato di abbandono in cui è stata lasciata l’università e la ricerca pubblica italiana.

Forse è inutile, ma andrebbe costantemente ricordato che siamo tra gli ultimi in questo settore a livello europeo. L’Italia, culla di diverse menti tra le più brillanti della storia, ha in Europa i livelli più bassi di formazione e investimenti pubblici, oltre che privati, il più basso numero di laureati e dottori di ricerca, per giunta con un’età media molto alta. 

C’è, poi, la cosiddetta “fuga dei cervelli”, che è una realtà al massimo dibattuta tra i media e cancellata dal confronto politico. Il motivo per il quale i cosiddetti “più bravi” (ma anche semplici studenti nella media) scappano all’estero è perché lì, nonostante le difficoltà, troveranno una persona abbastanza furba da valorizzarli, farli crescere e farli diventare, di conseguenza, una risorsa per quel Paese. Naturalmente, c’è anche l’altra parte della medaglia.

Molti ragazzi decidono di non partire per diversi motivi: non possono permetterselo oppure preferiscono restare qui ad impegnarsi nel proprio Stato, nonostante la precarietà, lo sfruttamento e una società che sostanzialmente è avversa nei loro confronti; perché in Italia, se sei laureato o stai proseguendo il tuo percorso di studi, potrai tranquillamente essere tacciato come “un bamboccione”, “un fallito” o “un nullafacente”. Inoltre, se non sei bollinato con una delle simpatiche espressioni appena citate, verrai comunque liquidato con un: “fossi stato al posto tuo, sarei già scappato via da questo Paese!”. In breve, qualsiasi scelta è quasi sempre sbagliata per i più, specialmente se scegli di studiare.

I temi da analizzare e risolvere sono tantissimi: dalla condizione strutturale degli atenei all’eccessiva burocrazia, passando per un sistema di tassazione non unitario e il precariato. Per non parlare, poi, di un collegamento tra l’Università e il mondo del lavoro, che oggi si riduce al massimo ad una sfilza di tirocini formativi non retribuiti e che, spesso, di formazione danno ben poco; solitamente, sta alla caparbietà dei singoli riuscire a crearsi una strada verso il mondo del lavoro, altrimenti, c’è sempre la soluzione, amara per alcuni e dolce per molti altri, di andarsene all’estero.

Punti che necessiterebbero di un dibattito politico approfondito, di un confronto con il mondo accademico e quello studentesco e di importanti stimoli dallo Stato centrale, che negli ultimi anni non ha avuto un minimo riguardo per il settore.

Ovviamente, dare una soluzione a tutti questi problemi sarebbe impossibile in questa sede, specialmente per il poco spazio a disposizione. 

Questo articolo è più uno sfogo, molto parziale, sugli innumerevoli problemi che affliggono il settore universitario e della ricerca. Nessuno pretende di affermare che sia facile riorganizzare e dare un nuovo stimolo al sistema, ma la mancanza di un dibattito, di un confronto approfondito su questo tema è qualcosa di disarmante, che lascia un retrogusto amaro, specialmente nei giovani. 

Chiudo questa riflessione con un ultimo accenno ad un altro drammatico problema del mondo universitario e della ricerca.

L’università sta diventando un luogo dove è in atto una deprimente e disperata guerra tra poveri, specialmente se si parla di dottorandi e ricercatori. Si potrebbero elencare una miriade di dati, ma, per non dilungarmi troppo e risultare confusionario, lascio qui un breve passaggio del succitato articolo di Braga sul punto dei ricercatori e dei dottorandi:

Si pensi che a quasi quaranta anni dalla sua istituzione il mondo dei decisori politici ha ancora idee confuse su cosa sia il dottorato di ricerca e a cosa serva. I dottorandi sono considerati alternativamente “precari della ricerca” oppure studenti di terzo livello universitario con borsa di studio, ma studenti. Se poco si sa del dottorato, ancora meno si capisce della (dis)organizzazione del personale di ricerca: la fase pre-professorale è ridiventata una giungla. Nel sistema coesistono oggi ricercatori con il posto fisso (Rti), ricercatori con il posto quasi fisso e con la quasi certezza di diventare associati (Rtdb), ricercatori a tempo determinato (Rtda, molti con abilitazione), alcuni su finanziamento di ateneo e altri su finanziamenti esterni) e poi tantissimi assegnisti di ricerca, e poi professori a contratto variamente coinvolti nella attività didattica. A leggere i social poi sono tutti in guerra contro tutti: chi ha il posto fisso vuole fare carriera, chi è a tempo determinato vuole avere il posto fisso, chi ha una borsa di studio vuole un contratto, chi l’abilitazione scientifica nazionale (Asn) vuole poterla sfruttare anche se il numero di abilitazioni è largamente superiore al numero di posizioni che si renderanno mai disponibili. E tutti hanno ragione. Un disastro nel quale traggono paradossalmente vantaggio i mediocri non i bravi, perché i mediocri sono, in genere, più resilienti e resistenti e non sono attratti dalle sfide internazionali.

 

di Gregory Marinucci.

 

Fonti e ulteriori letture:

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