#Brexit: come il Regno Unito è stato influenzato dai social media

#Brexit: come il Regno Unito è stato influenzato dai social media

I social media ricoprono un ruolo sempre più importante nella società odierna, ma rischiano di distorcere la visione e condizionare le scelte dei singoli cittadini. La Brexit è un esempio perfetto di questo processo, che diventa sempre più incisivo con il passare del tempo.

Il 24 dicembre 2020, a quattro anni e mezzo dal referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea e dopo un periodo altrettanto lungo di negoziati segnati da innumerevoli alti e bassi, Londra e Bruxelles hanno trovato un accordo sugli scambi commerciali e la cooperazione. L’intesa è entrata in vigore il 1° gennaio 2021, al termine del periodo di transizione previsto dalla Brexit. 

Le novità portate dal processo sono molte. Sicuramente, quella che sarà maggiormente sentita dai cittadini britannici ed europei riguarda la libertà di movimento, sia a livello studentesco che lavorativo. Sul primo fronte, infatti, la cancellazione del programma Erasmus renderà estremamente più complesso la possibilità per i ragazzi di intraprendere un periodo di studio nelle università britanniche, così come difficile sarà l’accesso per gli studenti del Regno Unito agli atenei europei. Ancor più complicato il discorso per ciò che riguarda i lavoratori, in particolare europei. Infatti, per lavorare nel Regno Unito bisognerà dimostrare di possedere un salario minimo di 25.600 sterline all’anno per i lavoratori qualificati e di 20.480 sterline per chi lavora in settori che necessitano di manodopera.

Non è ancora chiaro chi riuscirà a reggere meglio l’urto di questo “divorzio”, specialmente dopo 47 anni di convivenza, nonostante sia stato ribadito che ci sarà un rapporto di amicizia e cooperazione tra Londra e Bruxelles. Al momento le maggiori ripercussioni si stanno avendo in Gran Bretagna, con la Scozia che chiede a gran voce un nuovo referendum per divenire indipendente dal Regno Unito e riabbracciare la casa europea, dove nel 2016 oltre il 70% dei cittadini scozzesi aveva chiesto di rimanere. L’attivismo dei rappresentanti istituzionali di Edimburgo, su tutti il Premier scozzese Nicola Sturgeon, si è fatto via via più intenso sui vari canali Twitter, Facebook e Instagram, raccogliendo grande solidarietà dai politici e dai cittadini europei. Tuttavia, proprio questa comunicazione sui social network ha giocato un ruolo fondamentale per l’esito del referendum del 2016 nel far prevalere il “Leave”.

La vicenda che ha portato alla vittoria della Brexit, dopo le ultime settimane in cui ha tenuto banco la querelle Trump/Twitter, ha fatto riemergere le considerazioni legate al potere dei social media, che sempre più spesso diventano veri e propri canali istituzionali. Nonostante siano piattaforme appartenenti a società private che, dopotutto, hanno sempre la possibilità di influenzare in maniera non del tutto chiara, l’uno o l’altro schieramento. Così, come per le elezioni americane del 2016, anche il referendum sulla Brexit è stato fortemente influenzato dalla propaganda politica presente sui social network. Ma in che modo l’informazione veicola un determinato messaggio piuttosto che un altro? I social network possono prevedere l’esito delle elezioni?

Alcune inchieste giornalistiche (come ad esempio quella del quotidiano britannico The Guardian) e giudiziarie del 2017 hanno messo sotto la lente di ingrandimento l’appuntamento referendario britannico. Infatti, è stato fatto un paragone sul modo in cui l’attivismo euroscettico a favore del “leave” e quello pro-europeo del “remain” hanno agito sui social media in vista del referendum, ponendo attenzione che ci fosse o meno una relazione tra gli utenti delle varie piattaforme social e i voti.

Per scoprire come “leave” e “remain” si siano confrontati, sono stati raccolti più di 7,5 milioni di tweet relativi alla Brexit durante i 23 giorni precedenti al referendum. È stata, inoltre, utilizzata una macchina vettoriale di supporto per identificare quali tweet supportassero chiaramente l’una e l’altra parte. Grazie alla natura polarizzante del problema, l’analisi ha funzionato bene ed il modello ha identificato correttamente la maggior parte dei tweet. È stato, infine, utilizzato il risultato di questo test per assegnare ciascun utente del campione ad uno dei due campi. 

Sono stati raccolti tweet contenenti i termini Brexit, EUref e EU Referendum: insomma, tutti quelli utilizzati per riferirsi al referendum. Se il termine Brexit ha una grande valenza in entrambi i campi, è stato usato più spesso dagli utenti che volevano lasciare l’UE, in quanto si prestava più facilmente a slogan positivi e favorevoli a tale posizione. Per fare alcuni esempi, il tenore dei post era: “non vedo l’ora che #Brexit vinca!“, “Brexit per salvare l’Europa” oppure il famoso “Brexit significa Brexit“. Anche se EURef e referendum dell’UE sono termini più neutrali, in entrambi i sotto campioni è stato notato che il supporto per “leave”, misurato dal numero di tweet, superava il supporto per “remain” di un terzo. Nel complesso, è chiaro che l’esercito di utenti del “leave” era più numeroso e più attivo nel twittare per la causa. 

Altri ricercatori, che hanno esaminato le tendenze di ricerca di Google e dei post di Instagram e Facebook, hanno riscontrato risultati simili: le opinioni euroscettiche venivano comunicate con maggiore intensità da un numero maggiore di utenti. I ricercatori dell’Università di Loughborough hanno rivelato che l’82% degli articoli di giornale era pro “leave”. I britannici, quindi, hanno avuto una maggiore esposizione all’euroscetticismo rispetto alle opinioni pro-europee sia nella stampa che nei social media.

Gli studiosi inglesi hanno anche mappato l’attività di Twitter sui distretti delle autorità locali e, per fare ciò, hanno utilizzato i servizi di geo codifica di Google e Bing per tradurre le informazioni sulla posizione fornita dagli utenti in coordinate geografiche, che hanno poi abbinato ai distretti delle autorità locali. Questa, però, non è una codifica totalmente esatta, perché molti utenti forniscono informazioni sulla posizione fittizia nei loro profili e quanto più granulare è l’informazione di geolocalizzazione richiesta tanto più il risultato è soggetto a errori. 

Poiché molti utenti hanno specificato la loro geolocalizzazione a Londra, piuttosto che nei suoi quartieri costituenti, sono stati aggregati tutti i tweet degli utenti che si trovavano lì e sono state tracciate le quote di utenti che sostengono il “leave” rispetto alla quota del voto “remain”. C’è chiaramente un modello nel modo in cui la campagna referendaria si è svolta su Twitter, con i brexiters che hanno comunicato in numero maggiore e con maggiore intensità, il che significa che l’attività di Twitter è correlata al voto nel referendum.

Tuttavia, bisogna essere cauti ed evitare una eccessiva interpretazione; ciò vale, in particolare, per le affermazioni secondo cui i social media possano prevedere i risultati elettorali. Trovare un modello nei dati ex post è una cosa molto diversa dall’identificare e interpretare con sicurezza il modello ex ante: il campo del “leave” era in vantaggio sui social media con un margine molto più ampio di quello che alla fine era nel voto. Ciò significa che non è chiaro in che modo i ricercatori avrebbero potuto interpretare i risultati di un’analisi di Twitter prima del voto. 

Il problema più significativo è che mancano i descrittori demografici degli utenti dei social media, che possono consentire di pesare o interpretare i risultati. Sia nella stampa che sui social media è stato dimostrato che gli elettori britannici avevano più probabilità di incontrare messaggi che incoraggiavano a lasciare l’UE rispetto a quelli che promuovevano il “remain”. C’è un crescente interesse accademico nella relazione tra social media e movimenti populisti sia di sinistra che di destra. Facebook e Twitter hanno trasformato le democrazie occidentali, consentendo ai politici di aggirare i canali tradizionali e comunicare direttamente con la loro base.

Dopo lo scandalo Cambridge Analytica e le polemiche mosse ai colossi dei social media, accusati di dare spazio e di non controllare il propagarsi delle fake news, alcuni passi in avanti sono stati fatti. Ad oggi, rispetto a cinque anni fa, è molto più facile che un contenuto segnalato venga rimosso in tempi utili. Resta però aperto il tema sulla governance dei social network. Se oggi possiamo condividere la rimozione dell’account Twitter di Donald Trump, cosa succederà quando sarà rimosso un contenuto che potrebbe risultare “scomodo” per le piattaforme stesse?

Il dilemma difficilmente troverà un parere univoco. Ciò che però è certo, è che bisogna lavorare per rendere gli utenti più consapevoli: gran parte degli utenti non sono in grado di distinguere una notizia falsa da una reale, tantomeno di riconoscere un profilo fake. Ciò risulta grave soprattutto nel momento in cui gli utenti ritengono di informarsi a sufficienza soltanto leggendo le notizie che compaiono nella home della loro piattaforma preferita. 

Il web deve restare un posto libero dove ognuno può esprimere il proprio pensiero, ma ciò deve avvenire rispettando delle regole. Il marketing commerciale ed il consenso politico avranno un peso crescente nel mondo dei social media. C’è bisogno ancora di fare passi in avanti, prima da parte dei governi e poi dagli utenti, per evitare veri e propri “golpe” del terzo millennio, basati sulla menzogna e sulla disinformazione.

Se le vecchie agorà sono state sostituite dai “fori virtuali”, ci si aspetterebbe un fact checking costante di ciò che viene pubblicato dalle agenzie governative, dai politici e dai siti di informazione. Ciò non avviene spesso. La vera sfida del secondo quarto del nostro secolo sarà proprio questa: ottenere un alto tasso di alfabetizzazione digitale per rendere l’utente più consapevole, per scongiurare derive politiche autoritarie e per sviluppare negli individui un’idea di progresso sostenibile che non può prescindere dall’uso della tecnologia.

di Claudio Petrozzelli

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