Boris Johnson: breve analisi psicologica del suo successo.

Boris Johnson: breve analisi psicologica del suo successo.

Amato e odiato, ammirato e criticato, Boris Johnson è riuscito dove gli altri hanno fallito. Il suo carisma e la sua leadership potrebbero aver giocato un ruolo importante nel concretizzare il suo obiettivo principale: la Brexit.

Il Regno Unito non fa più parte dell’Unione Europea, è ufficiale. Ci è voluto un po’ di tempo, ma alla fine ce l’ha fatta. Dal momento in cui il risultato del famoso referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea ha tradotto il volere del popolo inglese in una richiesta esplicita, sono trascorsi quattro anni e si sono succeduti ben tre primi ministri. Ma non c’è da sorprendersi.

David Cameron, dopo aver ricevuto numerose pressioni perché si tenesse un referendum, si ritrovò quasi per sbaglio in mezzo ad una guerra che non gli apparteneva, che non sentiva di dover e di poter combattere. La scelta più logica era quella di dimettersi.

Fu una scelta coerente. Basti pensare che Cameron stesso aveva tenuto una campagna elettorale per rimanere nella UE e già nel 2013 aveva preannunciato che il giorno in cui si sarebbe indotto un referendum, avrebbe votato per restare. Il suo passo indietro era pressoché inevitabile. Il testimone, allora, passò a Theresa May.

Nominata leader dei Tories il 13 luglio 2016, la May divenne la seconda donna a ricoprire l’incarico di Prime Minister nella storia del Regno. Essendo subentrata alla guida del Paese proprio in quel momento storico, in quel particolare angolo di mondo in cui un popolo aveva espresso la propria volontà, il suo ruolo principale doveva essere soprattutto quello di soddisfare il volere dei suoi cittadini: concretizzare la Brexit.

Perché, diciamocelo, gli affari di normale amministrazione sono importanti per un Paese, ma non interessano a nessuno (o quasi); ciò che fa la differenza agli occhi del grande pubblico sono le idee, le decisioni e le gesta che permettono a queste idee di concretizzarsi e di trasformarsi in realtà.

Peccato che proprio colei che doveva guidare il popolo inglese verso il grande passo fuori dall’Europa, era stata a sua volta una sostenitrice del restare a far parte dell’UE. Certo, a differenza di Cameron, la May aveva mantenuto una posizione piuttosto timida a riguardo, ma essa era nota a tutti.

 

Per portare avanti un’impresa come quella della Brexit, per navigare in un mare di ostacoli, non si può salpare a bordo di una scialuppa con un paio di remi: occorre avere una nave corazzata e motorizzata, di quelle che dal giorno in cui iniziano ad essere assemblate hanno le potenzialità e gli attributi per vincere qualsiasi tempesta.

Questa nave di cui vi sto parlando non poteva essere Theresa May e, ovviamente, non solo per il motivo sopra citato. Si può incolpare il personaggio, le mosse politiche, la sfortuna, oppure si può puntare il dito verso gli oppositori. Tuttavia, nulla è più esplicativo del momento storico in cui tutte queste realtà e dinamiche annesse si vengono a fondere per dar vita a ciò che è una realtà politica complessa come quella Inglese. Esatto, il momento storico, che può essere acerbo oppure maturo: questo è quello che conta.

Il fatto è che negli ultimi anni il mondo occidentale si sta trovando di fronte ad una realtà particolare: quella della polarizzazione del pensiero. Le idee e le posizioni intermedie, quelle che prevedono tanti discorsi noiosi e approfonditi, non piacciono più a nessuno.

Gli estremismi sono sempre più di moda ed attraggono soprattutto in periodi di instabilità e di incertezza individuale. Alle persone, in generale, piace sapere che possono contare su qualcosa di certo, un’idea solida, che non cambi dall’oggi al domani.

In ogni caso, bisogna ricordarsi che dietro ad ogni idea c’è sempre una persona che la rappresenta. Un individuo che regge lo stendardo e che ha il potere di trascinare seguaci al suo seguito. Costui (o costei) deve essere deciso, risoluto, deve essere in grado di sollevare gli animi delle persone, di infondere sicurezza, deve avere una personalità forte, un carattere deciso, deve possedere carisma. Insomma, in altre parole, deve essere un leader.

Il momento storico che stava vivendo il Regno Unito, quel particolare miscuglio di realtà e circostanze che ne descrivevano la realtà politico-sociale, necessitava di Boris Johnson.

Nato e cresciuto in una realtà famigliare caotica e competitiva, Johnson si distinse già da giovane, quando era studente presso Eton, per il suo atteggiamento “disgraziatamente arrogante”.

Secondo la “Teoria dei Tratti” un leader possiede alcuni tratti caratteristici, fra cui carisma, mascolinità, estroversione, dominanza e status. Quindi, paragonando la May a Johnson, si potrebbe pensare che questa differenza di tratti sia sufficiente a spiegare il perché uno sia riuscito dove l’altra ha fallito (più volte). Ebbene, in parte potrebbe essere così, ma questa è una spiegazione semplicistica.

Un fattore che probabilmente ha giocato un ruolo fondamentale, oltre al momento storico-sociale, è stato l’integrità di Johnson, cioè la sua chiarezza di pensiero ed irremovibilità. Se Theresa May aveva fatto campagna per rimanere nell’UE, Johnson si era sempre schierato a favore della Brexit, ricorrendo, secondo alcuni, a strategie di propaganda non sempre trasparenti.

Fin da subito egli promise di portarla a compimento e diede perfino una data (31 ottobre 2019), sostenendo che lo avrebbe fatto con o senza un accordo. “No ifs or buts”.

In questa sua affermazione, che appartiene al suo primo discorso da PM, si racchiude un elemento distintivo del suo stile comunicativo e di leadership, che si ritrova costantemente in tutti i suoi discorsi pubblici: la semplicità.

Soluzioni semplici, veicolate da parole ed espressioni altrettanto semplici, fanno particolare presa sulle persone in tempi in cui il livello di tolleranza per l’incertezza ha raggiunto livelli molto bassi.

Non ha importanza che le soluzioni proposte siano drastiche o difficilmente concretizzabili, che le informazioni sulle quali poggiano siano vere o false, ciò che conta è che esse siano bianche o nere, che forniscano un capro espiatorio e rafforzino il sentimento di autoritarismo e di nazionalismo, fattori altamente correlati con un’attitudine pro Brexit.

Perché ad una polarizzazione di pensiero sottostà sempre un sentimento di rabbia e di insoddisfazione generale che necessita per sua natura di un target verso cui riversarsi. Una delle abilità di Johnson è stata quella di trattare la permanenza nell’UE come un malanno per il Regno Unito, che la stava privando dell’autonomia, della libertà di commercio, della facoltà di proteggere i propri confini da gente indesiderata. La soluzione ai problemi, in altre parole, era una ed era a portata di mano.

Termini ricorrenti nei discorsi di Johnson sono “indipendency”, “certainty”, “security” e “stability”, rivolti al subconscio di coloro che cercavano da tempo quella sicurezza tanto agognata che Theresa May, per quanto si fosse sforzata di inculcare nel popolo inglese, non è mai riuscita ad infondere neppure in se stessa.

I suoi modi di fare quasi bizzarri, il suo gesticolare deciso che rafforza come un’impalcatura le sue parole, la sua ambizione che fin da piccolo lo sprona a diventare “world king”, la sua capigliatura arruffata e la sua tracotanza si mescolano in un mix efficace ed iconico.

Al di là delle numerose critiche che lo hanno bersagliato, Johnson ha saputo destreggiarsi con discreta maestria e realizzare il suo obiettivo principale. Certo, nel percorso è inciampato anche lui, e non mi riferisco solo alla sospensione dei lavori Parlamentari che venne additata come “oltraggio alla Costituzione” (John Bercow), ma anche alla più recente e scadente gestione della pandemia di Covid-19.

Tuttavia, di fronte agli ostacoli e alle contestazioni, egli ha sempre risposto con baldanza e audacia, senza timore di sfiorare la spavalderia. Anzi, nell’ “Era dell’Intrattenimento” essa gli è servita ad alimentare l’interesse spasmodico che i mass-media hanno nei confronti di personaggi che, come lui, riescono a far parlare di sé.

Come dice Roger Stone, personaggio enigmatico che curò la campagna presidenziale di uomini come Richard Nixon e Donald Trump, “if you’re not controversial, you’ll never break through the din of all the commentary”.

Il successo di un leader, di questi tempi, è sempre più legato alla comunicazione superficiale, alla capacità di dar spettacolo, alla negazione di fronte all’evidenza e al saper concedere alle persone un obiettivo chiaro e raggiungibile.

Nel giugno del 2019 Vittorio Bufacchi scrisse: “Boris Johnson may be a joke, but he will have the last laugh”. Bisognerà stare a vedere come evolveranno le cose, ma per ora sembra proprio che avesse ragione.

 

di Giacomo Catani.

 

Fonti:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.