Alzheimer, finalmente un passo avanti?

Alzheimer, finalmente un passo avanti?

L’approvazione del nuovo farmaco Aducanumab per combattere la cosiddetta “malattia del futuro” potrebbe essere un primo, importante passo. Ma quanto ne sappiamo veramente?

 

Nel 2015 vi erano oltre 46,8 milioni di casi di Alzheimer nel mondo, ma, senza una cura definitiva, gli studiosi calcolano che si potrebbe raggiungere una quota di 131,5 milioni entro il 2050. 

Questa malattia fu identificata per la prima volta da Alois Alzheimer, uno psichiatra tedesco. Il medico, dopo aver interrogato una sua paziente di 51 anni, Auguste Deter, affidò al neurologo italiano Gaetano Perusini il compito di raccogliere informazioni su pazienti con sintomi simili a quelli della signora Deter. Tuttavia, solo nel 1910 venne inserita da Kraepelin nel suo “Manuale di Psichiatria”, rendendola ufficialmente riconosciuta come Morbo di Alzheimer. Nonostante questa malattia sia ormai conosciuta da più di un secolo, sembra impossibile trovare una cura. Non a caso, le è attribuito il soprannome di “malattia del futuro”. 

La difficoltà nell’identificare un trattamento idoneo risiede nella sua complessità e nell’impossibilità di identificarne le cause. Infatti, come dice James Pickett: “Non abbiamo buoni modi per misurare cosa sta succedendo dentro al nostro cervello, pertanto, se non possiamo studiare cosa sta succedendo, è complicato capire le cause dell’Alzheimer”.

Gli studi ritengono che la degenerazione cominci con il restringersi del cervello, il che causa l’alterazione della sua struttura. Tale effetto, di conseguenza, impedisce il regolare svolgimento delle funzioni di alcune aree cruciali dell’encefalo. Apparentemente, a generare questo processo contribuiscono sia fattori ambientali sia genetici, anche se non sembrano essere le cause scatenanti. Infatti, nel cervello dei pazienti afflitti dal morbo è evidente l’accumulo di depositi di proteine. Quest’ultime, note come “placche amiloidi” e “grovigli di tau”, insieme allo squilibrio chimico dell’acetilcolina, identificano una situazione anomala. Tuttavia, gli studiosi non riescono ancora a capirne il ruolo esatto nello scatenare la malattia.

Inoltre, un fattore importante da considerare è la diversità degli individui che si sottopongono agli esperimenti. Non solo l’Alzheimer si sviluppa in modo diverso in individui diversi, ma il fatto che molti pazienti siano anziani rende più difficile sperimentare farmaci. Ciò è dovuto al fatto che la vecchiaia porta spesso con sé condizioni di comorbilità, per cui è più difficile verificare l’effettività di un farmaco. Tuttavia, il legame con l’invecchiamento, che sembra essere uno dei pochi dati certi, intriga molti studiosi.

Ci sono molte domande intorno a questo morbo È una malattia distinta o è l’invecchiamento che va male? Alcuni tipi di Alzheimer sono causa di invecchiamento e altri no? Quali sono le cause che la scatenano? Non c’è un modo univoco di parlare di questa malattia e neanche un modo per classificarla. Gli studiosi continuano a cercare una soluzione rapida per ripararne i danni, ma siamo ancora lontani da una cura definitiva, come dice il Dottor Russel Swedlow.

Nonostante si sia ancora lontani da una cura definitiva, ad inizio di giugno 2021 è apparso un primo spiraglio di luce nella ricerca. Dopo vent’anni di ricerche fallimentari, la Food and Drug Administration (FDA) ha approvato il farmaco Aducanumab, messo a punto dall’azienda Biogen, dopo vent’anni di fallimenti nella ricerca. L’accoglienza della decisione della FDA non è stata positiva da parte di tutto il mondo accademico. La Commissione indipendente di esperti dell’agenzia ed altri esperti in materia di Alzheimer ritengono che non ci siano prove sufficienti che dimostrino l’efficacia del farmaco.

In aggiunta, durante le prime sperimentazioni in laboratorio, molti scienziati reputarono che il farmaco Aducanumab fosse inadatto come terapia. Solo dopo alcune analisi più approfondite, contrariamente, si è dimostrato il beneficio del farmaco allo stadio iniziale della malattia.

Ma nella pratica come funziona la Aducanumab? 

Si tratta di  un anticorpo monoclonale umano: molecole prodotte in laboratorio progettate per riconoscere specificamente un unico, determinato antigene al quale si legano per neutralizzarlo. Tale anticorpo venne scoperto dall’azienda biofarmaceutica Neuroimmune, attraverso l’uso di una tecnologia che si basa sul “Reverse Translational MedicineTM”. In seguito, venne concesso in licenza all’azienda Biogen nel 2007, con un accordo di sviluppo collaborativo e di licenza, che lo ha poi sviluppato insieme all’ente Eisai dal 2017.

La ricerca è nata dall’identificazione di anticorpi protettivi anti-amiloide in persone anziane sane e in pazienti con una lenta progressione della malattia, che servono da scudo contro lo sviluppo o il progresso dell’Alzheimer. Questi anticorpi sono stati analizzati ed è nata Aducanumab

Il farmaco non si pone come cura per l’Alzheimer, ma ha l’obiettivo di rallentare la sua progressione. La terapia, infatti, consiste in un’iniezione mensile del farmaco, che si lega all’amiloide cerebrale, rimuovendolo con l’aiuto del sistema immunitario. Questo processo non si limita ad aggredire i sintomi della demenza, ma mira a rallentare il declino cognitivo dei pazienti nello stadio iniziale della malattia. 

Tuttavia, ad oggi: “non sembra che il farmaco sarà utilizzabile per trattare tutti i casi di Alzheimer e sembra che possa avere potenziali effetti collaterali come microemorragie cerebrali”. Così spiega Paolo Maria Rossini, direttore del dipartimento di neuroscienze-neuroriabilitazione dellIstituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico San Raffaele di Roma, in riferimento al nuovo medicinale. Nonostante in tre studi clinici separati si sia vista una riduzione dell’amiloide dal 59 al 71% in 18 mesi di trattamento, sembra che la terapia sia ancora parecchio instabile e che non goda dell’approvazione del mondo medico. 

La rivista inglese, The Economist, nell’edizione dal 26 giugno al 2 luglio, ha ulteriormente posto l’attenzione sull’impatto che l’approvazione del farmaco dalla FDA può avere a livello globale. Infatti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) considera fondamentale potersi appoggiare su organi, come la FDA, per l’approvazione meticolosa dei farmaci, poiché consente di porre una regolamentazione effettiva a livello internazionale.

Questo è molto importante per i paesi a reddito medio, che non hanno la possibilità di effettuare i controlli con la stessa precisione. In questi paesi, una volta abilitata la circolazione di un farmaco, è molto difficile riuscire ad eradicarlo in caso di risultati insufficienti. Pertanto, è importante che la FDA sia sicura del non fallimento.

Infine, dopo centinaia di fallimenti di test clinici nella sperimentazione, sembra che per la prima volta si stia assistendo ad un’evoluzione nella ricerca della cura per l’Alzheimer. Nonostante non si sia ancora certi dell’efficacia di Aducanumab nel lungo periodo, se c’è una cosa che la recente pandemia ha insegnato, è che un piccolo passo per proteggerci e per prevenire una malattia può essere di grande importanza per arrivare ad eliminarla in un futuro prossimo.

 

di Mara Vos Carrero.

 

fonti e ulteriori approfondimenti:

 

  • https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2021/06/07/alzheimer-primo-farmaco-approvato-dopo-20-anni_a13bedea-e065-4be1-b6b0-3594d7eef824.html
  • https://www.truenumbers.it/alzheimer-cura/
  • https://www.alzheimer-riese.it/contributi-dal-mondo/esperienze-e-opinioni/5623-alzheimer-perche-e-cosi-difficile-trovare-una-cura
  • https://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/medicina-e-ricerca/2021-06-08/alzheimer-primo-si-un-farmaco-fda-usa-approva-anticorpo-monoclonale-aducanumab-094553.php?uuid=AEoFItO&refresh_ce=1

 

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