Afghanistan: il fallimento di venti anni di guerra.

Afghanistan: il fallimento di venti anni di guerra.

I talebani continuano ad avanzare e a conquistare terreno. La dimostrazione, a pochi mesi dal ritiro delle truppe, dell’inefficacia della missione occidentale nello Stato afghano.

I talebani conquistano giorno dopo giorno nuovi territori e puntano sulla capitale Kabul e le altre principali città dello stato asiatico. Un assedio generale portato avanti attraverso un’incontenibile ondata insurrezionale sempre meglio organizzata, armata e motivata.

A quasi vent’anni dall’inizio della missione statunitense in Afghanistan nulla sembra cambiato. Per certi versi lo si potrebbe definire come un nuovo Vietnam. Gli Stati Uniti che si ritirano e la situazione interna che rimane uguale, se non peggiore, a quella di inizio della guerra. Certo, diversi gruppi estremisti islamici, molti vicini ad Al Qaida, sono stati sconfitti. Tuttavia, a ciò non corrisponde un miglioramento del processo di democratizzazione afghano.

Il gruppo dei Talebani, preso fortemente di mira dagli americani dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, si è costantemente rafforzato negli ultimi anni. Anzi, per certi versi è come se avessero vinto. Infatti, con l’accordo di Doha del 29 febbraio 2020 raggiunto tra USA, governo afghano e Talebani, quest’ultimi hanno raggiunto i propri obiettivi. Da parte americana si è preteso l’interruzione dei rapporti con i gruppi estremisti islamici e l’avvio del processo di pace, da parte talebana il ritiro delle truppe straniere.

Sia chiaro, l’allora amministrazione Trump ha solo posto fine ad un’azione delle vecchie amministrazioni. Una guerra portata avanti senza visione strategica di lungo termine, tanto dalla presidenza Bush che da quella di Obama. Semplicemente un conflitto di cui si è perso banalmente interesse in breve tempo, nonostante la lunga permanenza.

A poco più di un mese dal ritiro degli Stati Uniti, l’Afghanistan versa nuovamente nel caos. I Talebani hanno alzato le loro pretese nei confronti del governo di Kabul, dando il via ad una nuova insurrezione. Di fronte all’avanzata talebana gran parte delle difese afghane cedono. Naturalmente, non nel loro complesso, ma in numero sufficiente per mettere in crisi la sopravvivenza di uno stato sempre più debole e vicino al collasso, che da oltre mezzo secolo è segnato da continui conflitti. 

Il governo ha ordinato alle unità militari di convergere sulle capitali provinciali, per poterle meglio difendere, ma la situazione resta critica. Ad oggi sono 204 i distretti controllati dai talebani, che solo lo scorso maggio erano poco più di una settantina; mentre sono 210 quelli contestati e 70 quelli ancora controllati dal governo. In breve, nel giro di poco più di due mesi il governo afghano ha perso il controllo effettivo del 30% del territorio nazionale. Dall’altra parte, invece, i talebani hanno triplicano quello sotto il loro controllo, ottenendo il dominio effettivo del 50% del Paese.

L’evoluzione geopolitica afghana rischia di trascinare il Paese in un nuovo conflitto civile, come quello che sconvolse il territorio afghano durante gli anni Ottanta e Novanta. Come fatto notare dal generale Austin S. Miller, comandante delle residue forze militari straniere in Afghanistan, la repentina caduta di molti distretti strategici in mano talebana unita alla presenza di milizie locali a supporto delle forze di sicurezza nazionali potrebbe far cadere il paese in una nuova guerra civile. 

Per comprendere la gravità della situazione basta guardare la situazione nella città di Herat, presieduta per molto tempo dai militari italiani. Il contingente italiano ha lasciato la base della città, capoluogo provinciale e più grande centro dell’ovest del paese, da poco più di tre settimane. Oggi Herat è sotto assedio, con le strade di accesso e tutte le basi costruite dai militari italiani ormai sotto il controllo dei talebani. Quest’ultimi, inoltre, nell’ultima settimana hanno preso  il controllo del posto di frontiera al confine con l’Iran, chiudendo così l’accesso al paese e l’eventuale via di fuga per molti civili. In verità, molti confini dello Stato, compresi quelli con il Tagikistan e gran parte di quello con il Pakistan, sono sotto mano talebana.

È in questo contesto che i vecchi signori della afghani tornano in auge. Un esempio è proprio Herat.  La città non è ancora caduta e a difendere il perimetro urbano sono rimaste alcune unità delle forze di sicurezza nazionali. A queste si sono uniti i combattenti fedeli al potente ex-comandante mujaheddin Ismail Khan. Il signore della guerra  ha annunciato l’avvio della resistenza armata contro i talebani. Una replica perfetta di quanto fatto negli anni Ottanta, in piena guerra civile.

Tale chiamata alle armi, rilanciata anche da altri importanti generali mujaheddin, sembra solo il preludio ad un nuovo conflitto civile dai risvolti imprevedibili. Mohammad Ismail Khan è un ex ufficiale dell’esercito afghano che prima, nel 1979, diede inizio alla rivolta contro agli occupanti sovietici, cosa che lo portò a divenire il più importante comandante mujaheddin della zona di Herat. In seguito, ha combattuto negli anni Novanta contro i talebani sino alla sua cattura nel 1997. Fuggito poco dopo, divenne un elemento chiave per favorire  l’operazione Enduring Freedom per l’occupazione dell’Afghanistan da parte delle forze statunitensi nel 2001. 

Khan, però, non è l’unico generale pronto a contrastare l’avanzata dei talebani. Ci sono anche Ahmad Zia Massoud, ex vicepresidente afghano, e Atta Mohammed Noor, influente personalità del nord. Entrambi ex generali Mujaheddin, hanno accolto l’appello del Presidente afghano, Ashraf Ghani, a favore della creazione di un fronte unito volto a sostenere la difesa dello Stato. Appello necessario per via dell’indisponibilità e impossibilità americana ad aiutare le istituzioni afghane.

Una decisione che ha portato il nuovo ministro della Difesa, Bismillah Khan Mohammadi, ad avviare la distribuzione di armi, equipaggiamenti e risorse finanziarie a favore delle milizie Mujaheddin. In ogni caso, l’affidarsi da parte dello Stato afghano a queste milizie rappresenta comunque una pericolosa arma a doppio taglio. Tali milizie posso essere utili sul breve periodo, specialmente per arrestare l’avanzata dei Talebani. Tuttavia, questi gruppi rischiano di concorrere alla destabilizzazione locale e all’indebolimento della legittimità di governo, oltre che a inasprire le tensioni tribali ed etniche. 

Il rischio è quello di un disfacimento dell’esercito afghano, con i militari che andranno a riversarsi su un lato dei due fronti miliziani a seconda dell’appartenenza etnica, sia essa talebana o Mujaheddin. Tale scenario darebbe naturalmente il via ad una nuova guerra civile, capace di destabilizzare pesantemente un’area già di per sé molto fragile.

A fronte di tutto ciò, diverse sono le domande che sorgono sull’impegno occidentale in Afghanistan. Quale senso ha avuto la missione Enduring Freedom? L’Impegno delle forze occidentali quale senso ha avuto? È stata un missione con poca visione strategica? È mai esistito davvero un piano complessivo per la stabilizzazione dell’Afghanistan?

Rispondere a tali domande adesso sarebbe solo pretestuoso. È necessario un po’ di tempo e l’osservazione dell’evoluzione della situazione per dare un giudizio complessivo. Ad ogni modo, ad oggi l’Afghanistan sembra sempre più un grande fallimento americano e, in generale, occidentale. Una guerra portata avanti senza strategia e senza una finalità concreta.

 

Di Gregory Marinucci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.