Scuola: DAD o in presenza? questo è il dilemma

Scuola: DAD o in presenza? questo è il dilemma

Tra una ondata e l’altra siamo giunti al tanto agognato 2021 ormai da quasi due mesi. Siamo quasi all’anniversario del lockdown totale, di cui qui su Dixxit continueremo a parlare, ma continuiamo ad avere un grosso problema: l’istruzione.

Quando è iniziata l’odissea Covid-19 sono stato tra i primi a dichiararmi a favore della gestione della situazione, più che di una chiusura generalizzata. Tuttavia, nel corso dei mesi, approcciando il tema e vivendolo in prima persona, mi sono fatto un’idea di come mi sarei mosso per gestire il rientro a scuola se fossi stato al Governo. Concedetemi qualche riga in più per spiegare esaustivamente il concetto.

Ci sono tanti livelli da gestire per permettere agli studenti di entrare in classe, indipendentemente dal grado di istruzione frequentato, quindi la mia sarà un’analisi sicuramente parziale rispetto alle esigenze da contemperare, ma credo sia interessante condividerla con voi per un confronto.

Puntualizziamo alcune necessità da tutelare: la programmazione (del ministero, delle famiglie, degli studenti…) di un nuovo anno da vivere; la salute di studenti, insegnanti, personale vario (ma anche la salute delle famiglie ecc…); l’istruzione degli studenti e l’importanza del contatto umano e della convivialità tra studenti (che scende al crescere dell’età presa in considerazione); l’esigenza di controllare i ragazzi nel caso di applicazione della DAD (che scende al crescere dell’età presa in considerazione).

Fatta questa premessa, vi accompagno nella mia riflessione. Soprattutto in momenti di grande difficoltà come quelli che stiamo vivendo, occorre fare un grande sforzo di onestà, sia con sé stessi che con gli altri, a maggior ragione se ci si trova al Governo. L’unico comportamento serio da intraprendere, per iniziare ad affrontare l’anno scolastico e universitario 2020/2021 con il Covid-19 ancora in circolazione, era uno soltanto: tenere chiusa la scuola.

Sarebbe stato certificare un fallimento o una lesione delle possibilità di apprendimento degli studenti? A mio avviso no, anche perché ricordiamoci che in Australia, a causa delle grandi distanze, dal 1951 è possibile frequentare le lezioni scolastiche prima via radio, oggi (2013) via computer.

Ma cosa significa tenere la scuola chiusa di preciso? Come è possibile coordinare le esigenze elencate sopra? In realtà è abbastanza intuitivo, ma ora vado ad argomentare il tema. Ovviamente asilo, materna ed elementari devono necessariamente erogare didattica in presenza. E questo sia per insegnare ai ragazzi ad imparare, che per abituarli alla concentrazione, ma anche per evitare di creare un problema alle famiglie: è indubbio che fino ai 10 anni lasciare tutti i giorni dei bambini soli in casa sia pericoloso, ma dalle ex scuole medie in poi la sinfonia cambia, sensibilmente.

Dagli 11 anni in poi, dato che i nostri nonni a quell’età erano in grado di lavorare e, in alcuni casi, mantenere una famiglia e crescere i propri fratelli e sorelle, un ragazzo è (o meglio dovrebbe essere) in grado di sopravvivere in casa sua da solo. Con questa premessa alle spalle si aprono molti possibili scenari, ecco il mio preferito: tutti gli anni di corso dalla prima media in poi in Didattica a Distanza, tranne il primo anno di ogni ciclo di studi (compresa l’Università) e l’ultimo anno di scuola superiore e di università. Badate bene: scuole chiuse solo per la didattica, mentre sia i laboratori che le verifiche sarebbe stato opportuno mantenerli in presenza.

Questo avrebbe avuto una serie di effetti interessanti, che avrebbero risolto il grosso dei problemi: trasporto pubblico meno congestionato (ergo, meno occasioni di rischio contagio); minore possibilità di assembramento all’ingresso delle scuole; la possibilità di un serio controllo della preparazione degli studenti (perché sì, volendo si copia, non serve neanche ingegnarsi troppo); la possibilità di gestione del controllo dei figli da parte dei genitori e, in parte, la possibilità di incontro dei ragazzi in occasione delle verifiche, con cadenza mensile o bimestrale. 

Perché si fa presto a dire “compriamo più autobus!” oppure “compriamo dispositivi per la sanificazione delle aule!” o ancora “assumiamo gli insegnanti per sdoppiare l’orario di lezione!” o affermazioni simili. Purtroppo, per acquistare qualsiasi cosa, a livello di amministrazione pubblica servono soldi (e noi ne abbiamo pochi da anni) e tempo (comunque troppo poco). Non voglio dire che fosse una via impercorribile, ma credo sarebbe stata una via poco sensata: pensate a una città come Roma, dove il trasporto pubblico non è sufficiente a livello di mezzi neanche senza pandemia in corso, quanti autobus in più sarebbero serviti? Quanti autisti? Quanto tempo?

La mia soluzione salverebbe capra (l’istruzione degli studenti controllata da esami e verifiche seriamente svolti in presenza) e cavoli (i denari pubblici).

Una battuta di spiegazione in più va dedicata al perché ha senso che le matricole abbiano didattica erogata in presenza. Provo a veicolarlo con un esempio: immaginatevi alla prima settimana di lezione del primo anno della facoltà dei vostri sogni. Il terzo giorno di lezione, che inizia rigorosamente alle 8.00 del mattino, non vi svegliate. Non andando a lezione avete perso gli appunti, qui il discrimine: se siete in DAD non avete mai incontrato i vostri colleghi, quindi non sapete a chi chiedere appunti; mentre se siete in presenza, poco male, avrete sicuramente conosciuto qualche amico nei giorni precedenti, oppure adesso avete un buon motivo per attaccare bottone con la simpatica ragazza della terza fila o con il bel ragazzo dell’ultimo banco.

Per quanto riguarda gli ultimi anni di corso la motivazione è semplicissima: sono gli ultimi momenti in cui  i ragazzi potranno essere in quell’edificio, con quei compagni di viaggio, senza contare che all’università molti dei miei colleghi stanno pensando di chiedere la tesi a Professori del quinto anno, senza averli mai visti di persona.

Un’ultima battuta tesa a lanciare uno spunto di riflessione.

Al momento, sono iscritto al quinto anno della mia facoltà e negli ultimi dodici mesi sono stato anche rappresentante degli studenti in Consiglio di Scuola e Commissione Paritetica. Questo ruolo, nonché responsabilità, mi ha permesso di dare uno sguardo dall’interno alla gestione che è stata approntata. Sicuramente lodevole l’impegno profuso, ma si è rivelato vano. Infatti, sono mesi che non entro in aula. E ne trascorreranno ancora. Dunque, almeno all’università,  perché non sfruttare la necessità di applicazione della DAD per ripensare il modello di insegnamento? Perché non ragionare di una struttura un po’ più “british” in cui le ore di lezione frontale sono intervallate da seminari con pochi studenti per un approccio pratico della materia e concorrono alla formazione del voto? Perché non pensiamo a sfruttare questo tempo per fare interventi strutturali agli edifici scolastici? Perché volersi ostinare a tornare tutti in presenza solo per tornare tutti a distanza poco dopo?

 

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

di Iacopo Santi.

 

Fonti ed ulteriori letture:

Nel deserto australiano scuola senza studenti: lezioni via web, in www.askanews.it

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